renzi primarie 2013 pd

Il filo che tiene in piedi le larghe intese, dopo il mezzo plebiscito per Renzi alle primarie del Pd, è una sentenza della Corte costituzionale che mozza il Porcellum del premio di maggioranza e rende impossibile ogni alternativa prima che si cambi la legge elettorale. È un filo sottile che parte dal Quirinale – colle su cui convivono il presidente della Repubblica e i giudici della Consulta – e che trova qualche appiglio ballerino in Parlamento, dove l’idea di resistere almeno un altro annetto allo scioglimento delle Camere incontra il favore di una discreta pattuglia. Più si complicano le trattative sulla legge elettorale, più si va avanti; tutto il resto – dopo lo strappo movimentista di Berlusconi e il cambio alla guida del Partito democratico – spingerebbe invece nella direzione del voto, anche perché, da una parte dell’elettorato e dall’altra, le larghe intese godono di una popolarità in picchiata.

Non è che sulla legge elettorale si possa fare melina a vita, questo è chiaro. Innanzitutto, perché ogni giorno che il Pd regala a Berlusconi all’opposizione viene pagato nei sondaggi con una tassa di consenso; inoltre, perché le lune di miele non sono infinite, e mai come in queste prime settimane da segretario Renzi avrà effettivamente le mani libere per fare ciò che ha in testa; infine, perché buona parte della campagna congressuale tra i democratici – anche tra i sostenitori di Cuperlo e Civati – è stata giocata proprio sul superamento del governo di emergenza e dell’alleanza con Formigoni e Giovanardi. L’impressione, dopo le primarie di domenica, è che sia finito il tempo della tattica: legittimato dagli oltre due terzi dei voti su due milioni e mezzo di elettori, il sindaco di Firenze ha un mandato chiaro (portare il Pd alle elezioni e vincerle) e una forza superiore alle possibili resistenze di un gruppo parlamentare figlio della precedente gestione.
Le primariette di un anno fa per scegliere deputati e senatori, indette pochi giorni dopo la conclusione delle primarie per il candidato premier, fotografarono gli equilibri di allora a livello locale, tutti spostati su Bersani; così fu anche per la quota nazionale nelle liste bloccate, dove Renzi ottenne una quindicina di nomi sui circa 100 disponibili. Ne è venuta fuori una squadra molto più socialdemocratica della precedente – che era invece frutto della segreteria Veltroni – e certamente distante dal nuovo leader su alcuni temi (linea Damiano sul lavoro e linea Fassina in economia, tanto per dirne due): un gruppo nato per guardare a sinistra e trovatosi invece, ironia della sorte, a governare con la destra. Avevano vinto le primarie del 2012 contestando a Renzi il pranzo ad Arcore con Berlusconi, hanno perso quelle del 2013 dopo esserci andati al governo: la politica, a volte, può essere crudele.
Nel frattempo sono avvenuti riposizionamenti in quantità, perché il carro del vincitore si è riempito velocemente, e comunque la storia recente insegna che nel Pd i parlamentari si adattano in fretta al nuovo segretario: diversi veltroniani delle Politiche 2008 erano bersaniani di ferro nel congresso 2009, e quando nel 2010 Veltroni tentò di mettersi di traverso con il documento dei 75 arrivò a raccogliere solo una firma su quattro tra Camera e Senato, senza mai riuscire a strutturare nemmeno una minoranza interna. L’ipotesi più probabile, dunque, è che anche stavolta vada a finire nello stesso modo: se Renzi decide di strappare, e lo fa prima che qualche evento esterno (le Europee?) possa indebolirlo, non c’è lettiano che tenga. L’unico vero freno, appunto, sono le trattative sul post-Porcellum: senza la pronuncia della Consulta, a questo punto, saremmo già in campagna elettorale.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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2 commenti to “Appesi a un filo”

  1. Mario di Garda scrive:

    a dire la verità non ho capito molto di questa analisi e non vorrei che questa nota mette in rilievo un aspetto che affiora sempre di più; quanto sia lontana una certa politica da cittadino comune con un sacco di problemi sulle spalle

  2. Mario di Garda scrive:

    Versione corretta.
    a dire la verità non ho capito molto di questa analisi e non vorrei che questa nota mettesse in rilievo un aspetto che affiora sempre di più; quanto sia lontana una certa politica dal cittadino comune con un sacco di problemi sulle spalle

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