congresso pd 2013 primarie

Matteo Renzi che vince tra gli iscritti del Pd è come Roger Federer che nel 2009 trionfa sulla terra battuta del Roland Garros: cosa che ad altri erbivori – come John McEnroe, come Stefan Edberg – non era mai riuscita in carriera, pur avendo raggiunto il primo posto del ranking mondiale.  Ora che “quelli del Pd” – come li chiama Matteo, rimproverato aspramente dai supporter di Gianni Cuperlo – lo hanno votato, il sindaco è a due terzi dell’opera: ha la sensazione di aver vinto in trasferta, va a giocarsi il ritorno in casa e sa di poterlo perdere solo lui, perché nessuno degli altri contendenti sembra in grado di ribaltare il pronostico.

Molte delle cose che Renzi ha detto domenica sera, in tv da Fazio, sono promesse fuori dalla portata di un semplice segretario di partito. Abolire il Senato, per citare la più clamorosa, è una riforma costituzionale che ha bisogno dei voti di due terzi del Parlamento, in doppia navetta, o in alternativa della maggioranza degli italiani in un referendum popolare. Che sia calcolata furbizia, o lancio del cuore oltre l’ostacolo, poco conta agli occhi degli elettori: oggi vince il profumo di nuovo, il desiderio accumulato nel tempo di dare una spallata a un sistema cronicamente immobile, premiando un uomo che invece non sta fermo nemmeno quando dorme.
Chiunque sia un po’ addentro alle vicende democratiche, in realtà, sa bene come la distinzione tra vecchio e nuovo sia molto più complessa e sottile di quanto non possa apparire guardando un’ospitata televisiva di D’Alema inneggiante alla Reconquista contro l’invasore. Per come è fatto il Pd, e lo stop al tesseramento lo ha confermato, le competizioni tra gli iscritti non si vincono con il solo voto d’opinione: e così anche il carro di Renzi si è riempito di vecchie volpi, che sono andate dove tirava il vento, e che di cambiare verso all’Italia hanno ben poca voglia.
Dov’è la novità? Da nessuna parte, sia chiaro. Ma il sindaco sa che il peso dei maggiorenti locali sulle sue scelte future sarà inversamente proporzionale al numero di votanti alle primarie aperte: se andranno a votare almeno 2 milioni di simpatizzanti, moltiplicando per 7 il numero dei votanti alle convenzioni di circolo, Renzi potrà guardare tutti dall’alto in basso; se invece, paradossalmente, l’8 dicembre torneranno al voto solo gli iscritti, rischierà di dover chiedere il permesso anche per stampare un manifesto. Più le primarie per il segretario diventano un fatto popolare, più questo segretario è politicamente forte: naturale, dunque, che oggi la preoccupazione maggiore nel comitato del sindaco non sia tanto sul risultato, dato ragionevolmente per acquisito, quanto sull’afflusso.
C’è poi il capitolo Letta, ancora tutto da chiarire: la vulgata è che Renzi gli stia facendo già le scarpe e aspetti il momento buono solo per mandarlo a casa, la versione ufficiale dei due è invece quella di un’intesa per la coabitazione pacifica. Guardando a ciò che avviene in casa Pdl, l’impressione è che la verità sia a metà strada: nella divisione dei ruoli, il presidente del Consiglio potrebbe stare al segretario del Pd come Alfano sta a Berlusconi, per non lasciare scoperti pezzi del proprio elettorato. Un occhio al governo e un altro alla lotta, insomma, per avere qualche arma in più da giocare alle prossime elezioni. Dove però, a lume di naso, è impensabile che Letta accetti il prepensionamento senza riprovarci, lasciando un’autostrada aperta al sindaco di Firenze: ecco perché le primarie dell’8 dicembre, per quanto importanti per il Pd, potrebbero non essere decisive nella scelta del candidato premier di Centrosinistra.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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