santanchè verdini

Qualcuno non ha capito, quando Bondi ha accusato Enrico Letta di voler dividere Forza Italia. E qualcun altro ci ha riso su, quando Alfano si è dichiarato diversamente berlusconiano. Eppure, sono bastate due battute per raccontare alla perfezione la guerra in atto sulla creatura appena nata, che con i suoi vagiti in culla sta facendo passare qualche nottataccia al presidente del Consiglio in carica. Detta in parole povere, la lotta nel Centrodestra sul destino di questo governo è solo un effetto collaterale di un’altra battaglia – quella tra falchi e colombe, tra populisti e democristiani – alla corte di Berlusconi, per portarlo dalla propria parte e prendere così il controllo del partito.

Tra i reduci del Pdl sono in corso ore delicate, fatte di conti, sondaggi e rimescolamenti. Come del resto furono quelle di novembre 2011, nei giorni dello strappo di Fini, e pure – anche se non se ne accorsero in molti – quelle di novembre 2012, quando Alfano ritrovò il quid e si candidò alle primarie. La ricreazione durò poco, un paio di settimane, ma bastarono a creare un po’ di scompiglio in un partito che aveva sempre coperto la polvere sotto il tappeto di Silvio: solo la sua ridiscesa in campo avrebbe potuto riportare ordine fra le truppe, e ridiscesa fu.
Di diverso, rispetto a un anno fa, ci sono alcune cose. Forse la più banale è che, per quanto ci abbia provato e riprovato, Berlusconi proprio non si diverte a fare lo statista: l’approccio movimentista gli è molto più congeniale, come le straordinarie rimonte in campagna elettorale dimostrano, e ciò spiega l’influenza crescente – e altrimenti inspiegabile, visti anche gli screzi del passato – di Daniela Santanchè nella linea politica recente del Pdl. E quel pezzo di mondo berlusconiano che invece movimentista non è, e che si trova con il Cavaliere più per anticomunismo che per altro, non riesce più a farsi prendere sul serio. Viene tollerato, ma raramente ascoltato. Né ha la possibilità di puntare i piedi provocando una rivolta nei territori, perché da quando l’alleato principale della Pitonessa si chiama Verdini – l’uomo che da anni ha le chiavi del partito – la lotta diventa dura anche lì.
Ecco allora il tentativo in atto da parte dei cinque ministri dimissionari, che in queste ore si stanno giocando un bel pezzo del proprio futuro politico e che hanno solo una strada stretta davanti: quella di allungare il brodo della maggioranza per portare Letta fino al 2015, dopo il semestre europeo, e nel frattempo cercare di mettere in piedi un partito che poi, magari insieme a Monti e a chi vorrà starci, rappresenti un’alternativa al berlusconismo pitonesco e alla destra classica per chi non voterebbe mai a sinistra. Se ce la fanno, sono salvi per un paio d’anni – che in politica sono due secoli – e poi chissà; se invece falliscono, perché i conti febbrili di queste ore non avranno portato alla quadratura del cerchio, rientreranno silenziosamente nei ranghi e si acconceranno a fare la minoranza della nuova Forza Italia in vista della probabile campagna elettorale.
I rischi per loro non sono pochi, ma ancora di più sono i guai che un’operazione del genere potrebbe provocare a Letta e, di conseguenza, allo stesso Pd. Sarà difficile spiegare agli elettori, ad esempio, che i Responsabili di Scilipoti erano cattivi e quelli di Quagliarello, invece, sono buoni; sarà difficile resistere al bombardamento continuo di Grillo, che ringrazierebbe di cuore per il regalo ricevuto; sarà difficile insomma non perdere, alle Politiche successive, a meno che dal cilindro di Letta non venga fuori un biennio di governo scoppiettante, con riforme a tutto spiano e un filotto di mosse azzeccate per far ripartire l’economia. Il che è sempre possibile, per carità, ma oggi i bookmaker lo pagherebbero uno sproposito.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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