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Non si scelgono i ministri con l’album delle figurine, commentano gli indignati per il caso Idem, perché non basta essere campioni olimpici per poter governare il Paese: neppure se la delega a te assegnata riguarda, almeno in parte, il mondo in cui hai trascorso la tua vita. È una tesi che non condivido appieno – a me la nomina della campionessa pulita e madre di famiglia ha fatto invece sperare molto nel recupero del valore educativo dello sport per la crescita dei ragazzi – ma che comunque rispetto: tutto sommato, chi attacca le figurine della società civile, perché inesperte, finisce per riconoscere un valore alla tanto bistrattata politica. Mi riesce poi difficile conciliare queste critiche con quelle a Beatrice Lorenzin ministro della Sanità o Andrea Orlando ministro dell’Ambiente, perché a loro volta “politici” e non “competenti della materia”, ma questo è un altro discorso, che con la vicenda di Josefa c’entra ben poco.

Non so se l’olimpionica azzurra abbia commesso degli errori – da comune contribuente – negli anni precedenti alla sua entrata in politica; probabilmente sì, come una discreta parte degli italiani, ma questo dovrebbe interessare fino a un certo punto. Se fosse il ministro di un governo che mette l’Imu e poi, da parte sua, decidesse di non pagarlo, allora sì, quello sarebbe certamente un problema politico; il ravvedimento operoso su irregolarità del passato non mi pare invece un reato, né una macchia sulla reputazione di chicchessia: al limite, assomiglia più a una richiesta di scuse all’erario, tra l’altro pagandoci sopra la giusta (e salata) sanzione. Onestamente, però, è tafazziano il modo in cui il ministro ha condotto la propria difesa: vista da fuori, anche con occhio benevolo, la conferenza stampa di sabato scorso sembra davvero il suo errore più grande.
Josefa Idem è donna abbastanza esperta per sapere che le sfide non si improvvisano. Quando ha deciso di tornare all’agonismo a 39 anni, dopo la nascita del secondo figlio, ha pianificato la sua vita in funzione delle Olimpiadi di Atene: si è allenata duramente, si è presentata in acqua sapendo esattamente che cosa fare e si è portata a casa un argento in cui credevano in pochi; senza quei mesi durissimi fra il 2003 e il 2004, senza quel cronoprogramma studiato nei dettagli insieme al marito-allenatore, forse non si sarebbe nemmeno qualificata per i Giochi. Perché lo sport non perdona mai, nemmeno se ti chiami Idem, e se le braccia non girano non vinci.
Nella Sala Stampa di Palazzo Chigi, invece, la campionessa olimpica è arrivata come un dilettante allo sbaraglio. Non si era preparata nulla, se non un legittimo sfogo per gli insulti ricevuti e un meno legittimo attacco verso chi aveva sollevato il caso; di fronte alle prime domande, certo non imprevedibili, è addirittura andata via. Non sapeva, l’ex canoista, che anche la contesa politica richiede un allenamento duro, soprattutto sul fronte della comunicazione? Non sapeva che, nella società dell’informazione, un solo dibattito televisivo vinto o perso può spostare gli equilibri elettorali? Non aveva preparato, insieme ai responsabili della comunicazione del governo, una risposta per ogni possibile domanda, e magari anche una per ogni domanda impossibile, così come in gara ci si prepara per ogni tipo di avversario e di condizioni meteorologiche? Evidentemente no, se per difendersi ha tirato fuori l’elenco di medaglie vinte – come se Berlusconi, nel processo Mediaset, si mettesse a snocciolare le Champions del Milan – o le lunghe giornate trascorse a pagaiare, o la riflessione sulla dura vita di un’atleta madre di due figli.
È questo errore, a mio parere, che l’ha fatta finire in un tunnel; più ancora della vicenda Imu, che avrebbe potuto essere gestita con ragionevole facilità. Poi, certo, c’è la strumentalizzazione del tutto, e c’è pure la volubilità di un Paese che si diverte a costruire idoli per distruggerli in fretta. Ma chi scende (o sale) in politica non può ignorarlo: le medaglie vinte, di qualsiasi metallo e in qualsiasi campo, si lasciano generalmente al guardaroba di Montecitorio, prima di entrare nell’arena. Una volta dentro, si combatte.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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Un commento to “Le medaglie in guardaroba”

  1. Sabino scrive:

    Forse hai ragione caro Andrea, la faccenda è stata gestita male. Del resto la Idem ha sempre badato alla sostanza e poco alla forma, ma in questo paese conta molto la forma e l’apparire e poco la sostanza. Comunque, si è dimessa e/o si è fatta dimettere per un illecito amministrativo, tutto da dimostrare.
    Ho un vuoto di memoria: siamo alleati con “Silvio”, condannato/indagato per corruzione, prostituzione minorile, evasione ed altri reati penali, o con Mahatma Ghandi?
    Per favore mi dite il limite dell’ipocrisia ed del…….
    Sabino

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