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È difficile capire se quello di Civitanova Marche sia stato un suicidio per povertà o un suicidio per vergogna. Probabilmente entrambe le cose, perché quando non sei abituato a chiedere aiuto, ma ti ritrovi nelle condizioni di doverlo fare, il macigno psicologico non è meno pesante di quello materiale. E se hai fatica ad ammetterlo davanti allo specchio, figuriamoci con gli altri, a cominciare dai più vicini: ogni giornalista che abbia provato ad accendere una telecamera in una mensa Caritas, ad esempio, conosce bene la ritrosia degli ospiti nel farsi riprendere; in certi casi – memorabile un servizio di Maria Luisa Busi al Tg1 – ci si sente addirittura rispondere che, per carità, “a casa il frigo è pieno”, ma si preferisce andare a mensa “per la compagnia”.

Sono parecchi i nuovi poveri che, solo un anno e mezzo fa, non avrebbero mai pensato di chiedere aiuto alle istituzioni, alla parrocchia, alle associazioni di volontariato. È il piccolo artigiano che, quando l’attività andava bene, si era costruito la casetta e ora non ha nemmeno i soldi per pagare l’Imu; è il genitore che ha iscritto il figlio a scuola calcio, perché non fosse da meno dei suoi compagni di classe, ma già allo scadere della prima rata si accorge di non avere i soldi per pagarla; è la pittrice quarantenne, separata dal marito e con figlia adolescente, che girava l’Italia per gallerie ma da un po’ di tempo non riesce più a vendere un quadro; è il lavoratore dipendente di un’azienda che ha chiuso, e che fatica a ricollocarsi nel mercato del lavoro; è il proprietario di quella stessa azienda, per il quale la Caritas di Treviso ha istituito da qualche tempo un apposito sportello, nella speranza di evitarne il suicidio.
I Comuni, da parte loro, fanno i miracoli. Tra diminuzione fisiologica delle entrate causata dalla crisi, tagli ai trasferimenti decisi dallo Stato e vincoli al patto di stabilità fissati dall’Europa, i soldi in cassa per il sociale sono pochissimi e si strappano, per quanto possibile, alla spesa per investimenti. Tra contributi per i libri scolastici, trasporti e mense, una tantum alle famiglie sulla base dell’Isee, collaborazioni con le parrocchie e con le associazioni, gli enti locali cercano di arrivare dove possono; ci sono casi, tipo quello di Roncade (Tv), in cui il sindaco – Simonetta Rubinato, deputato del Pd – rinuncia alla propria indennità e la mette in un fondo cassa proprio per risolvere le emergenze. Ma accanto alla difficoltà materiale, dovuta alla scarsità di fondi, c’è appunto quella psicologica, sperimentata anche dal Comune di Civitanova Marche, nel convincere i nuovi poveri a chiedere aiuto.
Alcune volte, quando vedono che i propri figli trenta-quarantenni fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, sono i nonni a prendere coraggio e a rivolgersi agli assistenti sociali; altre volte si cerca di risolvere tutto nella massima discrezione, mandando i volontari a portare a casa le buste della spesa – che nell’ultimo anno sono aumentate di un terzo – per evitare l’imbarazzante prassi del ritiro; quando qualcuno prende coraggio, per presentarsi alla porta dell’ufficio del sindaco, precisa immediatamente di non avere bisogno di soldi, ma di un lavoro, che nella quasi totalità dei casi il sindaco sa benissimo di non poter trovare.
È un’Italia normale, anonima, quasi banale, come banale sta diventando la povertà. Che non è solo quella assoluta, estrema, di chi mendica nelle strade, ma anche quella relativa e diffusa di chi – come più di un terzo delle famiglie italiane, sostiene il Censis – non sarebbe in grado di affrontare una spesa imprevista di 750 euro. Si trascorre una vita dignitosa, stando attenti alle spese ma senza incubi sul proprio futuro, fino a quando un evento personale (un divorzio, la grave malattia di un parente prossimo, un figlio che combina guai) o un problema lavorativo (il giovane che finisce il contratto a tempo determinato e non gode di ammortizzatori sociali adeguati, il 55enne laureato che perde il lavoro) non ti getta sotto la soglia di povertà. E tu, come il primo uomo sulla Terra, provi la vergogna di chi si sente nudo.

[Ho scritto questo articolo per alcuni giornali del Gruppo Espresso: Corriere delle Alpi, Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Tirreno, La Città – Quotidiano di Salerno e Provincia, La Nuova Ferrara, Libertà di Piacenza, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, Messaggero Veneto, Nuova Gazzetta di Modena]

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Un commento to “La vergogna di essere nudi”

  1. rccad scrive:

    Sapevo che mi saresti mancato in parlamento. E te lo dice un ateo.

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