simboli religiosi

Dopo quella della settimana scorsa sulle carceri italiane, dalla Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo sono arrivate tre sentenze molto interessanti sulla laicità. Una delle quali, pur trattando di vicende britanniche, in sostanza smonta l’impianto concettuale della legge francese del 2004 sul divieto di ostentare simboli religiosi: una legge passata all’epoca quasi all’unanimità (494 voti a favore e solo 26 contro, nel voto all’Assemblea nazionale), in nome di una sovrapposizione – a mio parere sbagliatissima – fra il concetto di laicità dello Stato e quello di dimensione privata della fede. Da allora, in Francia gli studenti ebrei non possono andare a scuola con la kippah, né le ragazze islamiche con il velo, né i cristiani con il crocifisso al collo, né i sikh con il turbante: a scuola – si disse all’epoca, con poche voci contrarie – si è tutti uguali. Dunque, secondo quel pensiero, indistinguibili e indistinti.

La Corte di Strasburgo, secondo me, ha avuto il merito di rimettere un po’ d’ordine nella discussione. E lo ha fatto esprimendosi su tre diversi casi, in ognuno dei quali ha tutelato l’interesse più rilevante tra quelli in contrasto.

Hostess. Nel 2006 una hostess di terra della British airways decide di indossare una catenina con una piccola croce d’argento al di sopra della propria divisa; la compagnia aerea glielo vieta, lei prosegue e viene destinata a un altro incarico non a contatto con il pubblico, ma rifiuta. Si rivolge al tribunale del lavoro britannico e perde, ma ora la Corte dei diritti umani le dà ragione: il diritto della compagnia aerea di fornire una certa immagine aziendale è “indubbiamente legittimo”, ma i giudici britannici non hanno riconosciuto che l’altro diritto in questione – il “desiderio di manifestare le proprie convinzioni religiose” – ha un peso maggiore. Nota a margine: la vicenda si risolve comunque bene, con un nuovo regolamento della British airways nel 2007. Ma resta il ricorso per il periodo 2006-2007, che la dipendente vince.
Infermiera. Un’infermiera geriatrica indossa un crocifisso al collo, ma la direzione della struttura le chiede di rimuoverlo per motivi sanitari: potrebbe creare problemi se un paziente ci si aggrappasse o se la croce entrasse in contatto con una ferita aperta. Anche qui ci sono due interessi sulla bilancia: uno è il diritto di manifestare le proprie convinzioni religiose, l’altro è la tutela della salute in un reparto ospedaliero. La Corte dei diritti dell’uomo qui dà ragione all’azienda, a mio parere giustamente: la sentenza del tribunale del Lavoro britannico, sfavorevole all’infermiera, “non era stata sproporzionata e il limite alla sua libertà di manifestare la propria religione era stato necessario in una società democratica”.
Pubblica amministrazione. Una impiegata all’anagrafe si rifiuta di registrare le unioni omosessuali, nonostante la legge britannica le riconosca; uno psicoterapeuta di fornire terapie di coppia a partner dello stesso sesso, nonostante il servizio sanitario britannico le preveda; entrambi giustificano il rifiuto in virtù delle proprie convinzioni religiose. Contro di loro vengono adottati procedimenti disciplinari: anche il “diritto di non essere discriminati in base al proprio orientamento sessuale” – spiega la Corte di Strasburgo – rientra fra quelli tutelati dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Su questa sentenza, il mio parere è più sfumato: l’obiezione di coscienza del singolo può esistere, come nel caso della 194 in Italia, ma lo Stato deve in ogni caso garantire la tutela di un diritto riconosciuto dalla legge.

I tre casi qui sopra, su cui si potranno avere opinioni diverse, dimostrano che l’accetta non serve mai: anzi, è un lusso che una società plurale – per sua natura obbligata a usare il bisturi – non può permettersi. Dimostrano che le guerre di religione (che siano pro o contro, a mio parere, fa poca differenza) sono la risposta meno adatta alla complessità del mondo di oggi: sogno una campagna elettorale in cui ogni partito si tenga alla larga dalla guerra tra guelfi e ghibellini, ma forse chiedo troppo.

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3 commenti to “Oh, my God”

  1. Angelica scrive:

    D’accordo su quasi tutto, ma non sull’obiezione di coscienza. Se le unioni gay sono legali, tu impiegato statale sei tenuto a registrarle. Poi se personalmente ritieni che siano “contro natura” o che, non stringere una relazione con una persona del tuo stesso sesso. E’ come per l’aborto: se ritieni che sia un omicidio non abortire, ma non puoi impedire l’aborto a chi non ha le tue stesse convinzioni.

  2. Diego scrive:

    Eh no, cara Angelica, non andare fuori tema, l’obiezione di coscienza è un sacrosanto diritto:se uno è medico ed è contro l’aborto, in quanto omicidio, non è che con l’obiezione di coscienza impedisce l’aborto a chi non ha le sue convizioni come tu dici, ma semplicemente non si rende complice di un delitto, le leggi non possono obbligarmi ad andare contro la mia coscienza!
    Ciao Diego

  3. Marco Alici scrive:

    Non solo temo che la campagna elettorale non ci risparmierà il triste spettacolo della corsa all’accaparramento del voto dei cattolici, ma temo che non ci verrà risparmiato nemmeno l’uso dell’accetta nel confezionamento di slogan elettorali. Tipo: “aboliremo l’IMU”, insomma.

    Per il resto condivido il giudizio sulle tre sentenze.

    Infine, basterebbe sostituire il principio di uguaglianza (“siamo tutti uguali”) con il principio di diversità (“siamo tutti diversi”) perché i conti, finalmente, finiscano per tornare. E allora sì che la laicità dello Stato avrebbe il giusto valore, permettendo a tutti – anziché a nessuno – la manifestazione del proprio credo religioso.

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