Almeno ogni tanto, voglio sperare, la politica deve riuscire a dare segni di maturità, mettendo da parte i calcoli elettorali e decidendo in base al merito: è quello che dovrebbe accadere in queste ore, con l’approvazione della legge delega al governo in materia di pene detentive non carcerarie e di messa alla prova. Sono temi che in Parlamento, purtroppo, si toccano sempre malvolentieri, perché – spero di non offendere nessuno – l’elettore medio tende a ragionare istintivamente di pancia, dunque non c’è neppure la possibilità di prendere un voto: anzi, semmai c’è la certezza di perderne un bel po’. Se si toccano sotto elezioni, poi, il rischio è ancora più alto. Ma mentre Idv e Lega hanno scelto di cavalcare la pancia, tentando di mandare all’aria la legge, la maggioranza del Parlamento la sta difendendo, come si difende una scelta giusta. E vado fiero di difenderla anch’io.

In realtà, ad essere sinceri, oggi si è svolta anche una partita nella partita: quella all’interno del Pdl, che fra un paio di giorni dovrebbe esalare l’ultimo respiro e che stamattina ha finalmente celebrato il primo vero congresso della sua storia, durante alcune delle votazioni in Aula. Da una parte, per intenderci, il gruppo di ex An (quelli non andati con Fini, ma con qualche eccezione) che sposava la linea forcaiola di Lega e Idv; dall’altro, i berlusconiani e i deputati più vicini ad Alfano, sulla linea (di buonsenso) del ministro Severino; in mezzo, un po’ di astenuti che non hanno ancora deciso da che parte stare. La Lega, come sempre, ha giocato la carta della paura (“da quando Monti è al governo i furti in casa sono aumentati del 21% e i borseggi del 16%”), alternativamente con il trinomio ladri-pensioni-vecchiette o col binomio extracomunitari-spaccio, inframmezzati da qualche allarme sulla pedopornografia e sulla prostituzione minorile che – lanciato da chi ha salvato Berlusconi nella faccenda Ruby – appariva per lo meno paradossale. Quanto va a incidere un provvedimento del genere – che parla appunto di messa alla prova, ossia di lavori socialmente utili non retribuiti, e di pene alternative per chi ha una condanna inferiore ai 4 anni – sulla popolazione carceraria? Piuttosto poco, perché i detenuti interessati (quelli, cioè, condannati per reati che lo permettano) sono un migliaio su circa 70 mila: tanto è vero che, mentre Idv e Lega ci accusavano di svuotare le carceri, i radicali ci accusavano di non svuotarle abbastanza. Le pene rimangono le stesse, quindi parlare di “indulto mascherato” – come i leghisti, appunto – è naturalmente una forzatura, così come si commenta da sola l’equazione (sempre leghista) tra arresti domiciliari e “vacanza a casa” (che pure è venuta in mente a parecchi italiani, leggendo dei 940 metri quadri con piscina di casa Santanchè nei quali sta scontando la pena Sallusti); nessuno dice invece una parola sulla funzione rieducativa della pena, né sull’effetto contrario che oggi il carcere provoca sui detenuti. In una sorta di “cassonetto indifferenziato” – come ha detto in Aula, giustamente, l’ex Pdl Lehner – è quasi impossibile che una persona ritrovi la propria strada: assai più probabile è che la perda, in mezzo a criminali e in condizioni di vita ben al di sotto della soglia di rispetto dei diritti umani. Si va avanti a rilento, con l’ostruzionismo della Lega e la sponda di quel che resta dell’Idv: l’approvazione dovrebbe arrivare comunque domani, dissidenti del Pdl permettendo.

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