Stamattina ad Agorà, su Raitre, Francesco Rutelli voleva convincermi della bontà dell’emendamento sul carcere per i giornalisti colpevoli di diffamazione: scrivo questo post per mia madre, che ci è quasi cascata. La tesi di Rutelli era articolata su un paio di punti: il primo è che il carcere serve come misura deterrente, ma tanto poi non ci finirà nessuno; il secondo è che, in ogni caso, bisogna stare dalla parte del diffamato, non del diffamatore. Anche io vado per punti, sapendo di difendere una causa abbastanza impopolare: un po’ perché i forcaioli hanno il vento in poppa, un po’ perché – curiosa nemesi, ma è la ruota che gira – proprio quelli che da qualche anno sfruttano l’onda anticasta nei confronti della politica per vendere i giornali oggi sono percepiti casta essi stessi. Tipo Sallusti, per dire, che a me troppo simpatico non è (e che deve smetterla di tirare in ballo la libertà di opinione, mentre nel suo caso è diffamazione bella e buona) ma che difendo dal carcere perché difendo un principio di giustizia.

Deterrente. Odio chi parcheggia sui passi carrabili: se c’è qualcuno che deve uscire dal garage di mattina o rientrarci a tarda sera, rischia di non poter andare al lavoro o di passare la notte in macchina. Ma non introdurrei il carcere per il divieto di sosta, che tra l’altro neppure è un reato: multa pesante, punti sulla patente, eventuale risarcimento per i disagi causati alla persona che ha perso un appuntamento importante perché quel cretino si era piantato là in mezzo. La minaccia di andare in prigione per aver occupato un passo carrabile sarebbe un deterrente? Può darsi, ma non sarebbe una pena proporzionata. “Sì, ma tanto – risponde Rutelli – alla fine non ci va nessuno”. E neppure questa mi pare una grande obiezione, per almeno due motivi: il primo è che una pena prevista solo teoricamente ma mai applicata non è un deterrente in sé, perché il deterrente lo fa l’efficacia; il secondo è che, quando si scrive una legge pensando che non verrà applicata, non si sta facendo bene il proprio compito di legislatore.
Diffamato. Fatemi conoscere un diffamato che auspichi, come prima cosa, che il proprio diffamatore vada in carcere: tutti quelli che conosco io sono molto più preoccupati della rettifica in tempo reale. E questo è un enorme problema dei giornali di oggi, perché – nonostante la domanda sul tema sia tra le più gettonate all’esame di professionista – non c’è una testata che rispetti le regole, pubblicando la rettifica immediatamente e con la stessa rilevanza della notizia falsa: di solito la bufala è un titolone in prima, la smentita (tardiva) un trafiletto nella rubrica delle lettere, a volte addirittura con una riga di scherno in controrisposta. Nel momento in cui l’informazione è sempre più veloce, la preoccupazione principale del diffamato è di vedersi restituire in fretta la propria onorabilità; dopodiché, naturalmente, di essere risarcito per il danno subito.
Risarcimento. Soldi, innanzitutto, commisurati al tipo di testata: è chiaro che una diffamazione sul Corriere della Sera ha un effetto diverso rispetto a una in un libro stampato in 500 copie su internet a spese del freelance che lo ha scritto; è chiaro anche che 50 mila euro per il Corriere sono il prezzo di qualche pubblicità, mentre per un freelance possono essere il lavoro di cinque anni. E poi – sanzione che lo stesso Sallusti ha aggirato con l’amichetto Farina – sospensione o addirittura radiazione dall’Ordine, se necessario. Ma deve valere anche un risarcimento al contrario, che oggi non è previsto: se chiedo un milione e duecentomila euro ai free lance autori del libro “Il casalese” perché attaccano mio fratello Nicola Cosentino sui rapporti con la camorra, sto comunicando a tutti i giornalisti d’inchiesta di darsi una calmata, perché anche a loro potrebbe capitare lo stesso. Si chiama “querela temeraria” e va disciplinata: non posso farla senza rischiare nulla, ma va introdotta una legge che mi obblighi – in caso di sentenza a me sfavorevole nella causa di diffamazione – al risarcimento dei querelati, per un importo pari a una percentuale (10%?) di quello che ho chiesto.
Soluzioni. Quando nel 2009 Pisicchio (che peraltro sta nell’Api, proprio con Rutelli) presentò una proposta di legge pluripartisan sull’ordinamento della professione di giornalista, all’articolo 6 inserì la costituzione di un Giurì per la correttezza dell’informazione, con cinque membri: due nominati dall’Agcom, due dall’Ordine dei giornalisti e uno, il presidente, “nominato tra i magistrati di Corte d’appello, con il compito di esperire tentativi di conciliazione volti a prevenire situazioni di conflitto tra giornalisti e lettori”. Ossia di arrivare a soluzioni rapide, senza ingolfare i tribunali, ogni volta che un quisque de populo si sente diffamato. L’idea saltò per un parere negativo degli uffici del ministero della Giustizia, e così l’articolo 6 venne stralciato. Pisicchio e Giulietti hanno allora riproposto il Giurì in un progetto di legge a parte (4941), che naturalmente giace nei cassetti della Camera, mentre al Senato si pensa di lasciare il carcere. Per poi non applicarlo, si capisce, o per chiedere a Napolitano che si sbrighi a dare la grazia a Sallusti, come ha fatto stamattina ad Agorà il leghista Castelli, dopo aver votato l’emendamento pro-carcere. Lineare, no?

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2 commenti to “Nonostante Sallusti”

  1. Signor D scrive:

    Ma proprio un cristiano le deve scrivere queste solenni stronzate? Quindi deduco che i parenti di una persona uccisa desiderano, agognano la pena carceraria per l’omicida, e, di più, lo stato legittima ed incoraggia questo desiderio.
    Andrea, proprio in basso, ma veramente in basso, quasi non ho più voglia di votare Renzi, dato che lo sostieni.

    D

  2. Andrea Sarubbi scrive:

    @SignorD: 1. Non ho capito l’obiezione, giuro. Se me la rispieghi meglio, mi ci impegno. 2. Non ho capito che cosa c’entrino i cristiani. 3. Alle primarie fai quello che ti pare, ma spero con un’obiezione migliore di questa.

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