Fra le varie cose che Barack Obama ha detto stanotte, nel discorso di ringraziamento, vorrei importarne gratis in Italia almeno una: il senso di comunità, di famiglia. Retorica d’ordinanza? Può darsi, anche perché l’ultimo passaggio ad effetto (“Non esistono Stati rossi, repubblicani, e Stati blu, democratici: esistono solo gli Stati Uniti d’America”) era copiato pari pari dal 2008, e probabilmente anche da prima, e non è che fra un’elezione e l’altra la politica americana dia lezioni di fair play o brilli nella ricerca del bene comune. Ma quando penso al mio stare in politica, pur avendo scelto di stare da una parte precisa, io penso esattamente a questo: a una famiglia – cito Obama – che prospera o cade insieme, non a una lotta di una lobby contro l’altra. E mi emoziono sempre quando qualcuno lo dice, anche se è facile essere ecumenico quando hai vinto.

La frase più bella di stanotte, almeno per me, è quella sulla ferocia: se abbiamo combattuto ferocemente, ha detto Obama, è perché amiamo profondamente questo Paese. Che è un po’ quello che ci capita di dire ai nostri figli quando assistono a un litigio in casa: se mamma ed io discutiamo con tanta foga, ragazzi, è perché ci teniamo davvero. Entrambi. Anche se siamo diversi, e abbiamo soluzioni diverse, e su certe cose non saremo mai d’accordo, e certi giorni proprio ci detestiamo, amiamo tutti e due la nostra famiglia. E il nostro discutere è la nostra ricchezza, perché quelle famiglie in cui comanda uno solo non sono famiglie libere: che poi è esattamente il passaggio di Obama sulla democrazia, e su quei Paesi in cui si muore per conquistare il diritto di litigare gli uni con gli altri. Non la tiro troppo per le lunghe, ma quando Obama dice che “la famiglia di Romney si è impegnata in politica per restituire al Paese quello che aveva ricevuto”, e che “le va reso onore per questo”, mi immagino una frase del genere detta dalla sinistra su Montezemolo, su Passera, su Briatore, e mi turo le orecchie in anticipo per non sentire la bordata di fischi che l’accompagnerebbe. Lo scontro politico è una cosa, la delegittimazione dell’avversario un’altra: per questo – apro e chiudo breve parentesi sul fronte interno – mi trovo un po’ a disagio nella dialettica dopata delle primarie, fra accuse di banditismo e annunci di rottamazione, pensando anche che in ogni democrazia l’avversario di oggi diventa il compagno di strada di domani. Ma anche qui, sempre per citare Obama, dobbiamo dimostrare agli italiani che “non siamo così divisi come la nostra politica suggerisce, non siamo così cinici come ci definiscono i commentatori, siamo più grandi della somma delle nostre ambizioni personali”.

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Un commento to “Four more years”

  1. cicero tertio scrive:

    Sarà, ma questo “volemose bene” bene all’americana dopo che se ne sono dette di tutti colori e hanno speso oltre 6 miliardi di dollari per la campagna elettorale fa la rima con “mettiamoci le dita negli occhi” all’amatriciana nostrano per poi andare .
    d’amore e d’accordo a mettere Monti a supplire per tirare fuori le castagne dal fuoco, o almeno cos’ si credeva… vero ?
    Parlando degli USA la vittoria di Obama è stato sicuramente il male minore perchè se vinceva Romney ritornavamo al Far West, ma ora ci sono da risolvere enormi problemi economici: Fiscal Cliff, riduzione del debito, stabilizzazione del bilancio. Vedremo se democratici e repubblicani riusciranno a trovare un accordo, sarà lì che si vedrà se le buone intenzioni e le chiacchere diventeranno fatti. Gli USA hanno comunque il loro dollaro,(altrimenti erano spacciati dopo che Obama aveva portato il debito da 10.000 a 15.000 mld) la loro moneta sovrana e valuta di riserva internazionale, questo li potrà aiutare moltissimo, noi no, per noi c’è solo il lager dei crucchi finchè i popoli sud europei non si coalizzeranno per fare una nuova guerra di liberazione. Finchè rimmaremo nell’euro faremo solo chiaccere che non diventeranno mai fatti.

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