In questa legislatura ho sempre pensato una cosa dei miei colleghi Idv: che fossero – con le dovute eccezioni – persone in gamba se presi uno per uno, ma deleteri se presi tutti insieme. E ho sempre creduto che se avessero avuto qualche procedura più democratica al loro interno non avrebbero fatto tante fesserie, visto che in diverse occasioni – anche all’interno del gruppo parlamentare – Di Pietro è finito in minoranza (mi ricordo un 26 a 2 sulla politica estera, un paio d’anni fa) ma ha continuato a dettare legge. Problemi loro, per carità, ma la riflessione mi è tornata in mente leggendo di questi ultimi (e forse definitivi) sviluppi, dopo il caso Report e il bacio mortifero di Beppe Grillo.

Lasciamo perdere i casi di scuola, da Scilipoti a Razzi, perché nessuno in questo Parlamento ne è immune: magari si può rimproverare al partito anti-casta di averne collezionata una percentuale doppia o tripla rispetto alla media, da De Gregorio in poi, e di non avere dunque i titoli per fare la morale a chicchessia. Ma non è questo il punto: il punto è che l’Idv è, in sé, un impeccabile caso di scuola, che rende sempre più attuale la frase di Nenni sul “puro più puro che ti epura”. Hanno fatto le pulci a noi per tutta la legislatura – memorabile l’ostruzionismo notturno sui fondi alla lirica, che noi eravamo riusciti a salvare solo in parte dai tagli di Tremonti, e quello ad hoc durante l’ultima partita della nazionale ai Mondiali 2010, per guadagnare qualche riga anticasta pure sulla Gazzetta dello sport – e poi si sono sgonfiati come un soufflé. Hanno oscillato tra il sogno del Partito democratico durato un giorno (il tempo di costituire un gruppo autonomo in Parlamento, nonostante le promesse) e le sceneggiate di piazza Navona, tra l’antiberlusconismo viscerale e la strategia della responsabilità, anch’essa durata poco (giusto la settimana successiva ai referendum vinti), tra la fiducia a Monti e le accuse più invereconde al governo dei banchieri. Hanno cambiato linea una decina di volte, forse anche una quindicina, fino a quando l’avanzata di Grillo non li ha messi con le spalle al muro; alcuni lo hanno capito subito – tipo Franco Barbato il castigatore, che ora può vantarsi di essere stato candidato nell’Idv come indipendente – e hanno cercato subito una saldatura con il massimalismo (Grillo e ala dura della Fiom); altri, più ottimisti, hanno cercato di spiegare senza successo a Di Pietro che sul terreno dell’anticasta il M5S era fuori portata per gente che nella politica sta da anni, e che l’unica possibilità ragionevole sarebbe stata quella di ammorbidire i toni aprioristici anti-Monti, valutando provvedimento per provvedimento, per poi cercare una nuova alleanza con il Pd. Si è arrivati ora a questo punto di non ritorno, che per certi versi ricorda molto quello che sta accadendo al Pdl: un padre-padrone in grande difficoltà, un partito spaccato tra fedelissimi a oltranza e militanti critici, un elettorato confuso, un consenso ridotto ai minimi storici, una promessa di morte e resurrezione cambiando nome e simbolo. Silvio e Tonino: simul stabunt vel simul cadent. Che il più berlusconiano di tutti fosse proprio Di Pietro, d’altra parte, si sapeva già da tempo.

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