Una delle metafore migliori sull’immigrazione in Italia, rubata a Massimo Livi Bacci, è che non va vista come una protesi ma come un trapianto: non si mette al mattino e si leva la sera, ma diventa un tutt’uno con il corpo che la accoglie, con tutti i pregi che ciò significa e con tutti i rischi – di rigetto, ad esempio – che ciò comporta. Il Rapporto Caritas-Migrantes di quest’anno, pubblicato stamattina, conferma cose che già sapevamo ma che alcuni, per motivi ideologici o elettoralistici, continuano a negare. Provo a riassumerle brevemente: tre punti e una raccomandazione per il futuro.

Numeri. Gli immigrati regolari presenti in Italia hanno scavallato i cinque milioni: erano 4.968.000 nel 2010, sono arrivati a 5.011.000 nel 2011. In tutto sono 43 mila in più, e i numeri spiegano bene che cosa è successo: 263 mila (numero dei permessi di soggiorno non rinnovati) se ne sono andati (o sono entrati in condizioni di irregolarità, per permesso scaduto, dunque non rientrano nel calcolo dei regolari); 231 mila (numero dei nuovi visti per inserimento stabile) sono arrivati. Il saldo negativo, dunque, sarebbe di circa 32mila. Ma siccome nel frattempo gli immigrati regolari hanno avuto figli (quasi 80 mila), e questi figli non hanno ancora la cittadinanza italiana, il saldo complessivo di “stranieri” (ci metto apposta le virgolette) cresce di 43 mila. Pur ammettendo che i 263 mila siano andati tutti via – mentre sappiamo che la Bossi-Fini ha gettato nell’irregolarità quelli che hanno perso il lavoro e sono rimasti – siamo comunque al 5% del totale: la teoria dell’immigrazione circolare, tanto cara ai falchi del Pdl, non regge di fronte ai numeri.

Nazionalità. La teoria dell’invasione islamica sarà pure suggestiva sotto elezioni, ma non riesce a spiegare come mai il gruppo di immigrati di gran lunga più numeroso sia quello dei rumeni (ortodossi). I rumeni sfiorano il milione (997 mila) e da soli valgono la somma delle altre due nazionalità più rappresentate (506 mila marocchini, 491 mila albanesi); poi ci sono i 277 mila cinesi e i 223 mila ucraini, i 152 mila filippini, i 147 mila moldavi, i 145 mila indiani; sopra i 100 mila restano Tunisia (122 mila), Egitto (117 mila), Polonia (112 mila) e Bangladesh (106 mila). Complessivamente, più della metà degli immigrati regolari in Italia (50,8%) viene dall’Europa; siamo comunque il Paese europeo con il maggior numero di cittadini filippini e di cinesi, il secondo (immagino dopo la Gran Bretagna) per numero di indiani.

Minori. Il numero dei nuovi nati è abbastanza stabile (79.587), ancora in leggera crescita rispetto agli anni precedenti: se consideriamo che dieci anni fa erano 33 mila e che ai tempi dell’attuale legge sulla cittadinanza (inizio anni Novanta) erano appena 3 mila, ci rendiamo conto del cambiamento senza bisogno di farci troppi ricami. Gli studenti con cittadinanza straniera nelle scuole italiane sono l’8,4% (circa 756 mila) e quasi uno su due (il 44,2%) è nato in Italia: alle elementari sono più della metà (54%), all’asilo la quasi totalità (oltre l’80%). All’università la percentuale è minore – sia perché questa immigrazione è un fenomeno giovane, sia perché nel frattempo qualcuno riesce a diventare cittadino – ma è comunque significativo che in quel 3,8% continui a crescere il numero di albanesi (i figli dell’emergenza Balcani), di cinesi e di romeni.

Futuro. Nel 2065 la popolazione residente in Italia sarà più o meno quella di oggi, intorno ai 62 milioni, ma con una differenza: 11 milioni e mezzo di italiani in meno, per il saldo negativo tra nascite e decessi, e 12 milioni di migranti in più. Che piaccia o che non piaccia alle forze politiche, siamo nel mezzo di un cambiamento che bisogna governare. Per questo, Caritas e Migrantes chiedono alla politica misure adeguate: “la regolarizzazione di chi è già inserito nel mercato occupazionale, la semplificazione delle procedure riguardanti i documenti di soggiorno e la riduzione del loro costo, la stabilizzazione della permanenza (evitando un’eccessiva rotazione), la facilitazione nell’accesso alla cittadinanza almeno per i minori nati in Italia, la possibilità di accedere ai servizi senza dover aspettare la carta di soggiorno, lo sviluppo di spazi di partecipazione e il superamento delle discriminazioni in tutti gli ambiti (incluso quello pubblico, come ha dimostrato il mancato accesso al servizio civile)”. Che io sia d’accordo non è una novità, ma vorrei che ancora una volta fosse chiaro: il buonismo non c’entra, è una questione di giustizia e lungimiranza.

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Un commento to “Italia, 2012”

  1. cicero tertio scrive:

    Bella questa foto di Napolitano che accoglie nuovi e nuove italiane con il velo islamico. Vi immaginate, ad esempio, re Faysal dell’Arabia Saudita che accoglie nuove cittadine saudite di origine italiana che si presentano in minigonna, piercing e con l’ombelico scoperto cone va di moda qui?
    Ma devo essere sincero anche andando contro i miei principi:
    preferisco le prime alle seconde.
    Quanto ai rumeni ed al loro numero non mi sembra difficile pensare che dipenda dal fatto che purtroppo sono intracomunitari.
    Altre nazionalità extracomunitarie in generale si comportano meglio (esperienza vissuta).

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