Come ciclicamente accade – e come credo accadrà sempre più spesso, via via che si avvicinano le elezioni – la notizia d’apertura dei giornali è il monito del Papa ai politici cattolici. Quella di “politici cattolici” è una categoria un po’ ballerina, perché ci sono atei del Pdl che corrisponderebbero molto meglio di me all’identikit gradito in certi ambienti: se il criterio è quello usato nel ventennio berlusconiano (“Non mi importa cosa pensi, né come ti comporti in privato, ma giudico dai risultati che mi porti a casa”) allora no, forse non sono nel club. Se invece l’espressione comprende i cristiani impegnati in politica, come voglio sperare, allora leggo con attenzione il discorso di Benedetto XVI, ci medito su e poi – con quella autonomia di cui andava fiero Aldo Moro, e che portò il servo di Dio Alcide De Gasperi a litigare con Pio XII – prendo le mie decisioni.

Comincio dalle cose che non fanno notizia. La prima è che, secondo il Papa, l’impegno dei cristiani ha portato buoni frutti in questi ultimi 5 anni, o almeno ci ha provato (“non ha cessato di essere vivace fermento per un miglioramento delle relazioni umane e delle condizioni di vita”): vorrei che avesse ragione, e invece a volte ho l’impressione di girare a vuoto e di essere sul pianeta sbagliato, se nell’Italia di oggi un politico locale può permettersi macchine e festini, mentre il figlio di un malato di Alzheimer viene lasciato da solo a prendersi cura di suo padre. La seconda è il richiamo classico alla terza via in campo economico, che significa – nel momento attuale – riportare i valori anche lì dove l’unico valore sembra il profitto: il mercato da solo non basta, ma le buone pratiche (penso alla Banca etica, penso alle politiche sociali virtuose di alcune amministrazioni locali) esistono già e non bisogna lasciarle da sole. Poi c’è il passaggio sulla vita e sulla famiglia, che campeggia in tutti i titoli di oggi, e naturalmente qualche domanda me la pongo. Benedetto XVI chiede di impegnarsi nel rispetto della vita in tutte le sue fasi, con conseguente rifiuto dell’aborto, dell’eutanasia e delle pratiche eugenetiche, e mi pare che in ogni forza politica (mi ci metto anch’io, nel Pd) ci siano cristiani che non hanno paura di dire la loro su questi fronti; ma la scelta di impegnarsi nella polis – anziché solo in parrocchia, o nel comitato Scienza e vita – implica necessariamente una disponibilità al confronto, tanto più in una società plurale come la nostra. Lo stesso vale per il “rispetto del matrimonio, come unione indissolubile tra un uomo e una donna”, che non può sentirsi minacciato o sminuito dalla legge sul divorzio (il Papa ha ribadito l’aggettivo “indissolubile”: allora cosa facciamo, la aboliamo?) o dalla tutela giuridica di altre forme di convivenza. Rispetto del matrimonio – e lo ripeterei a Benedetto XVI, oggi stesso – è innanzitutto una politica fiscale a misura di famiglia, è la risposta giusta (”tutti e due”) alla domanda ingiusta (“lavoro o faccio figli?”) che ogni donna si trova ad affrontare, e molto altro ancora. Poi, se vogliamo, continuiamo a buttarla sull’ideologia. Perché oggi nessun giornale urla: “il Papa contro la legge sul divorzio”? Perché non ci sarebbe un solo parlamentare – nemmeno nel Pdl – disponibile a cavalcare l’onda. Sulle unioni civili e sulla 194, invece, i guelfi sono già in tenuta da combattimento, con grande gioia dei ghibellini che non aspettavano altro.

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4 commenti to “Aboliamo il divorzio?”

  1. Raffaele scrive:

    Capisco che i post abbiano bisogno di un titolo e che
    questo farà sì che verrà letto da tanti ma francamente lo trovo fuoriluogo….
    Cosa deve dire il Papa? Adesso che ci sono divorzio e unioni di fatto cambiamo i sacramenti? Non parliamo più di indissolubilità perchè la gente divorzia o non si sposa?
    Non siamo laici ma guelfi se difendiamo una forma di unione stabbile? Siamo cattivi e lesivi della libertà individuale?
    Credo sia importante in una società in cui i sentimenti
    vengono vissuti in modo liquido (li vivono così i giovani,
    fatti un bel giro in autobus, treno o metropolitana) dare esempi
    positivi di come un’unione potrebbe essere vissuta in modo diverso rispetto a “le colour” di oggi dice (spero di avere scritto correttamente, è un’espressione che ho sentito da una coppia francese….). Alla fin fine la gente oggi divorzia perhcè i messaggi prevalenti sono di vivere l’amore oggi senza pensare al domani, che l’importante sia avere tanti rapporti
    sessuali (sì, Andrea, sento queste cose dai giovani che incontro e non mi sento nè guelfo nè laico se ti dico che questa mentalità non mi piace!)
    Davvero ciò che ti è rimasto del messaggio del Papa è
    l’invito ad abrogare certe leggi? Penso che il messaggio
    sia un altro e che sia valido per credenti e non credenti. Per guelfi e ghibellini. Basta avere il coraggio di prendere il discorso e leggerlo DAVVERO.

  2. giorgio scrive:

    Per difendere queste cose ci si deve impegnare in prima persona con l’esempio. Le Leggi non possono incidere sui comportamenti individuali che certamente non sono reato, allora non contrastiamo, come cattolici, le leggi, ma contrastiamo con l’impegno la cultura

  3. Raffaele scrive:

    Mi permetto un commento al tweet che leggo sopra.
    Ripeto che la battuta è deludente, visto che ho letto i post sul testamento biologico e sono sempre stati spunto di riflessione.
    Sulla famiglia invece parli diversamente.
    Non credo che parlare di indissolubilità del matrimonio porti a minare la legge sul divorzio ma a parlare del significato dei rapporti tra un uomo e una donna, di come vivono i loro affetti.
    Sono d’accordo con Giorgio, si tratta di metterci impegno e cultura.

  4. Giovanni scrive:

    Dici: “leggo con attenzione il discorso di Benedetto XVI, ci medito su e poi – con quella autonomia di cui andava fiero Aldo Moro, e che portò il servo di Dio Alcide De Gasperi a litigare con Pio XII – prendo le mie decisioni”. Dipende da cosa intendi per autonomia. Il testo che regola il comportamente che il politico cattolico, a qualunque schieramento appartenga, deve tenere (http://www.vatican.va/roman_cu.....ca_it.html) afferma che “nessun fedele tuttavia può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società”. E oltre, più esplicitamente: “Sarebbe un errore confondere la giusta autonomia che i cattolici in politica debbono assumere con la rivendicazione di un principio che prescinde dall’insegnamento morale e sociale della Chiesa”. L’autonomia riguarda il come concretamente trascrivere i principi nella norma positiva, non il principio in sè stesso: quest’ultimo, quale si trova espresso nella dottrina sociale della Chiesa, non è sottoponibile ad alcuna autonomia da parte del politico cattolico. Così, nella stessa nota si dice che “devono essere salvaguardate la tutela e la promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso e protetta nella sua unità e stabilità, a fronte delle moderne leggi sul divorzio: ad essa non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale”. In altre parole, il politico cattolico non può votare a favore del riconoscimento giuridico di forme di convivenza diverse dal matrimonio – nè eterosessuali, nè soprattutto omosessuali. Per chi si dichiara cattolico, si tratta semplicemente di coerenza con sè stesso e con il suo credo, che comprende, come sai meglio di me, anche l’obbedienza al Magistero. Altrimenti tanto vale farsi protestanti o valdesi e sbizzarrirsi, in nome della Sola Scriptura, nel libero esame di un’esegesi personalistica del messaggio cristiano. L’elettore italiano ha il diritto di sapere se il candidato che si professa cattolico lo è davvero o si appiccica l’etichetta solo per rovistare voti a destra e a manca.

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