Il primo provvedimento di un certo rilievo dopo la pausa d’agosto è arrivato in Aula oggi, ma in realtà è già vecchio di un mesetto abbondante: una settimana dopo l’informativa alla Camera del ministro Clini sull’Ilva, infatti, il decreto per il risanamento ambientale dell’area di Taranto era già in Gazzetta ufficiale, preceduto – tra l’altro – da un Protocollo d’intesa firmato due settimane prima fra il governo, gli enti locali e il porto. Non è un testo in grado di risolvere la situazione pugliese una volta per tutte, ma piuttosto un intervento di emergenza, e per questo subisce gli attacchi dell’Idv, che lo definisce “inutile”; la Lega lo reputa invece “razzista”, perché il governo stanzia i soldi per la Puglia ma non per l’emergenza amianto in Piemonte, e nella versione complottista dei deputati Torazzi e Buonanno si accusa addirittura Monti di finanziare un accordo tra Nichi Vendola e i cinesi per conquistare il porto di Taranto.

Due parole sui contenuti, se no si finisce sempre per parlare di politique politicienne. Siamo a un bivio per il futuro dell’Italia, proprio sul piano industriale: è finita l’epoca dell’Italsider, l’epoca della scelta tra ambiente e lavoro, e non si va da nessuna parte se non si cambia strategia, obbligando i privati a insistere sulle nuove tecnologie per la sostenibilità ambientale. Ma è una premessa su cui non mi soffermo nemmeno tanto: l’abbiamo rimarcata più volte, sia in Commissione Ambiente che nella discussione in Aula, e la do per scontata. Meno scontato era il reperimento di 336 milioni di euro in un momento del genere, e infatti il governo ha dovuto grattare il fondo del barile, togliendoli momentaneamente anche alle risorse per l’attuazione del Protocollo di Kyoto, nonché allo stanziamento a disposizione del ministero per la protezione del suolo in situazioni di rischio idrogeologico: non è proprio il massimo, visto anche l’avvicinarsi dell’autunno, e il governo stesso ha dovuto garantire alle Commissioni – seduta del 14 agosto – che quei fondi verranno recuperati rapidamente. Se non si fossero cancellati nel 2009 i 3 miliardi di euro stanziati da Prodi per le bonifiche (il ministro era proprio Bersani), magari, staremmo raccontando una storia diversa; ma la realtà oggi è questa, e lo sa bene anche l’Idv – contraria al testo per ragioni opposte alla Lega: “per la bonifica del sito servirebbero non meno di 4 miliardi di euro, e altri 4 miliardi per ambientalizzare l’Ilva” – che fa finta di non saperlo. Resta comunque un nodo cruciale, che il decreto – un primo passo concentrato sull’emergenza ambientale e sanitaria dell’area di Taranto – non può affrontare: gli interventi più corposi, quelli relativi all’area produttiva vera e propria, sono di competenza dell’Ilva, che ora dovrà assumersi le proprie responsabilità. Con le nuove direttive europee sulle best available techniques, che prevedono il concerto con l’azienda, si è forse chiusa la stagione dei ricorsi: speriamo che una fase nuova, quella della collaborazione, si apra davvero.

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