Mettiamola così: di tutte le forze politiche intervenute oggi in Aula, nella discussione sull’Ilva di Taranto, nessuna ha chiesto la chiusura degli impianti. Probabilmente lo avrebbero fatto i Verdi, se fossero stati in Parlamento, ripetendo il programma elettorale (piuttosto inverosimile, in verità) di Bonelli alle amministrative di Taranto: chiusura dell’area a caldo e impiego dei 20 mila (!) lavoratori in opere di bonifica. Al netto delle frasi ad effetto sottoscrivibili da tutti (“Non si può scegliere tra il lavoro e la vita”), ma poco utili a trovare soluzioni pratiche, la strada possibile sembra oggi una sola: cominciare seriamente quel processo di ambientalizzazione che va avanti da un bel po’, ma con troppe lentezze, e cercare di farlo senza compromettere il funzionamento del polo siderurgico che tiene in piedi un pezzo d’Italia. Ci si sta provando ora, con colpevole ritardo: le notifiche della magistratura di un anno e mezzo fa erano già abbastanza chiare.

Nel 2009 – io l’ho scoperto ora cercando negli archivi della Camera, e credo che non se ne sia mai accorto nessun giornale – il deputato Pdl Cassinelli presentò un’interrogazione: attaccava Vendola per avere abbassato i limiti delle emissioni nell’atmosfera per la policlorodibenzodiossina ed i policlorodibenzofurani, definiva lo stabilimento Ilva “uno tra i più rigorosi e tutelanti nell’ambito dell’Unione Europea”, considerava
l’iniziativa della Regione Puglia “non giustificata da alcuna situazione di effettivo allarme sanitario ed ambientale locale”; quanto all’inquinamento da diossina nei terreni, “le situazioni appaiono riconducibili a contaminazioni pregresse”. Nell’interrogazione, Cassinelli chiese dunque a Berlusconi di sollevare un conflitto di costituzionalità sulla legge di Vendola, per “gli effetti distorsivi della concorrenza e del mercato che introduce in danno del più importante operatore economico nazionale del settore ed a vantaggio dei concorrenti degli altri Stati Ue”. Passano tre anni, la magistratura va avanti e Alessandro Bratti (Pd) presenta un’interpellanza urgente al ministro Clini, chiedendogli di prendere iniziative concrete in seguito alla lettera del procuratore Sebastio, in cui si riportano i nuovi elementi emersi nella perizia chimica. Oggi Clini è arrivato finalmente in Aula, per l’informativa, e dopo tante discussioni sulla green economy siamo ripiombati in un dibattito che sembra vecchio di trent’anni, sulla scelta tra ambiente e sviluppo: il ministro da un lato racconta del Protocollo d’intesa firmato con le istituzioni per le bonifiche del sito, dall’altro annuncia l’incontro di domani con i sindacati per parlare della situazione lavorativa. Giornalisticamente, le parti più interessanti sono due. La prima è quella relativa al come-si-è-arrivati-a-questo-punto:

CORRADO CLINI, Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. Lo stabilimento è stato progressivamente autorizzato nelle diverse fasi di aggiornamento tecnologico e produttivo, secondo le leggi vigenti. Pertanto, una parte delle problematiche rilevate, per esempio, dalle indagini epidemiologiche che sono state realizzate per conto della magistratura, ma anche da quelle che sono state realizzate dall’Istituto superiore di sanità, dà conto di uno stato della salute della popolazione, con evidenti eccessi di mortalità, che fa riferimento presumibilmente a contaminazioni ambientali derivanti da impianti che a quel tempo operavano nel rispetto delle leggi. (…) Forse, per spiegarmi, il caso più semplice è quello delle automobili: le emissioni dei veicoli diesel, in particolare per il particolato, all’inizio degli anni Novanta erano circa il 98 per cento superiori alle emissioni che sono autorizzate oggi con i nuovi motori e con le nuove tecnologie. È probabile, dai dati epidemiologici che abbiamo a disposizione, che le emissioni dei motori diesel allora, cioè vent’anni fa o più di vent’anni fa, siano state causa o concausa di malattie dovute all’inquinamento ambientale. Però, quei motori rispettavano gli standard dell’epoca.

Il secondo passaggio riguarda invece la correlazione tra situazione attuale dell’Ilva e aumento dei tumori:

CORRADO CLINI, Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. A Taranto, nel periodo 2003-2005 e poi 2006-2008, vi è stato un eccesso di mortalità per tumori, (…) il che non esclude che vi sia un rapporto tra rischi ambientali e danno alla salute; però questo richiede un’indagine più complessa. (…) Siamo in presenza di dati che fanno riferimento a malattie che, comunque, hanno la caratteristica di un decorso, di un’evoluzione lunga, e (…) bisogna considerare che i rischi ambientali sono quelli dei decenni passati, mentre potrebbe essere più complesso identificare una relazione diretta, causa effetto, con la situazione attuale degli stabilimenti ILVA a Taranto. (…) C’è stato, cioè, un aggiornamento delle tecnologie, (…) le emissioni di diossina sono state abbattute drasticamente, ma c’è stato anche un abbattimento importante delle emissioni delle polveri.

Aggiungo solo una nota di cronaca, a mio parere non marginale: la Lega non solo non è intervenuta nella discussione, ma non aveva nemmeno un deputato presente in Aula. E pensare che l’Ilva è di proprietà del padanissimo gruppo Riva acciaio spa, nato nel varesotto per la siderurgia bresciana, con sede a Milano.

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