A chi continua a interrogarsi sulle possibilità di una Grosse Koalition anche dopo le elezioni bisognerebbe far vedere il film di questi giorni nelle due Aule del Parlamento: dalle cose grandi a quelle piccole, è tutto un darsi di gomito tra Pdl e Lega, che evidentemente si stanno preparando a unire le proprie debolezze nel 2013, così come nel 2008 unirono le proprie forze. Le cose grandi si chiamano riforme istituzionali, con l’approvazione di un semipresidenzialismo che non serve a nulla se non a dare un’arma retorica in più ad Alfano e Maroni; quelle piccole sono gli ordini del giorno al decreto sviluppo votati ieri dal Pdl in dissenso dal governo, il più importante dei quali – nei limiti dell’importanza di un ordine del giorno – sulla giustizia.

Ci sono argomenti su cui è oggettivamente difficile mettersi d’accordo con il Pdl, e la giustizia è uno di questi: in momenti non sospetti abbiamo mostrato disponibilità al dialogo – penso all’articolo di Andrea Orlando sul Foglio, in pieno berlusconismo – e oggi c’è un ministro in gamba che potrebbe ragionevolmente fare da garante, ma l’immagine del ddl anticorruzione insabbiato in Senato parla da sola. Ce ne sono altri in cui, invece, accordarsi sarebbe non solo possibile, ma anche doveroso: le riforme istituzionali, ad esempio, sono regole che vanno scritte insieme, come fecero le forze politiche dell’assemblea Costituente, in un periodo di divisioni ancora più profonde. Anche l’italiano meno interessato alla politica sa che questa legge elettorale fa schifo; anche il politico con più pelo sullo stomaco sa che il Porcellum contribuisce alla delegittimazione delle istituzioni e allontana consenso, spingendo gli elettori nell’astensionismo o tra le braccia di Grillo. Cambiare legge elettorale, insomma, converrebbe a tutti, ma se siamo ancora fermi è perché manca l’ingrediente principale della ricetta: la fiducia reciproca. Per usare un esempio classico della teoria dei giochi, siamo in pieno dilemma del prigioniero: la razionalità mi direbbe di confessare (o di disarmare, come ai tempi della guerra fredda, o di trovare un’intesa, come nel caso della legge elettorale), perché conviene a tutti; la paura che l’altro mi freghi, però, è più grossa della razionalità, e così alla fine non confesso (o non smetto di comprare armamenti, o non mi sporco le mani sulla legge elettorale), pensando di cavarmela agli occhi dell’opinione pubblica scaricando le colpe sull’altro. Il Pdl ha fatto così con le riforme istituzionali, per poter poi raccontare agli italiani che è stato il Pd a non votare un testo che prevedesse tra l’altro il taglio dei parlamentari; sarebbe un segno di maturità, da parte nostra, se non cadessimo nella tentazione di fare lo stesso sulla legge elettorale, tenendoci il Porcellum con l’alibi (matematicamente inattaccabile) che Pdl e Lega (ossia la maggioranza numerica) non l’hanno voluto cambiare.

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2 commenti to “Il dilemma del prigioniero”

  1. cicero tertio scrive:

    Avevo detto che ora mi interesso poco alle vicende della politica italiana e lo confermo. Tutto quello che avverrà sul fronte interno, nuove maggioranze, formule di governo, legge elettorale sono poca cosa dopo quello che è successo da un aanno a questa parte: cambio di governo con un commissario di nome Mario Monti, impostoci dalla speculazione estera e gradito a chi la controlla che ha trovato il cavallo di Troia facendo schizzare all’improvviso lo spread per cui l’Italia è ora un paese commissariato e controllato da altri nella sua economia. Il che vuol dire che abbiamo le mani legate in materia di capacità di spesa, di welfare, di sviluppo, di futuro. Dobbiamo accantonare ingenti risorse per il pagamento degli interessi sul debito, molti più di prima, tutti soldi sottratti all’econimia e quindi alla loro destinazione da parte del governo. In più con gli impegni che senza un attento dibattito con un appittimento incredibile per non dire per ignoranza si sono presi con il Fiscal compact, fondo salvastati e pareggio di bilancio, i margini di manovra sono vieppiù ridotti al lumicino, se pur ci siano ancora.
    Tutto questo a causa dell’introduzione 12 anni fa della moneta unica che già sottrasse una parte di enorme rilevanza della nostra sovranità nazionale. Aggiungiamo l’adozione progressiva di una gran parte della legislazione europea con le sue direttive nel nostro ordinamento, che addirittura ha predominanza sulla nostra in caso di conflitto e si capirà di qianto siano ridotti adesso le capacità legislative del nostro parlamento.
    Tutto questo non giutifica che ci dovranno essere ancora un migliaio di parlamentari, per di più con i loro costosissimi emolumenti. Questo è l’unico argomento a cui rimango sensibile.

  2. cicero tertio scrive:

    Per rispondere al titolo del post il solo dilemma del prigioniero che il parlamento si dovrebbe porre, ma che naturlamente non lo farà, sarà : rimanere nell’euro morendo di asfissia inesorabilemte o avere il coraggio di uscirne prima che ce lo faranno fare i mercati dopo averci spolpato del tutto .

    PS: oggi Draghi ha detto di nuovo che l’euro è per sempre e che farà di tutto per sostenerlo: per gli ingenui una buona notizia: qualcun altro tra cui io la pensa diversamente: L’euro non è stato concepito per fare la felicità della plebe, averlo fatto collassare adesso sarebbe stato prematuro, visto che ci devono ancora spremere.
    rimando al link di Paolo Barnard
    http://paolobarnard.info/inter.....php?id=416

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