Che i giornali debbano prendere soldi o meno è una vecchia diatriba, parallela a quella dei partiti, e non credo di poterla risolvere oggi in un post: dovrei parlare dell’azzeramento dell’Iva nel Regno Unito, delle tariffe postali agevolate negli Usa, delle varie forme di sostegno in altri Paesi dell’Unione europea, e via a seguire. Che però i soldi siano stati buttati, finendo nelle mani di partiti monotessera o di giornali che non legge nemmeno la moglie del direttore, è un dato di fatto che neppure gli addetti ai lavori possono negare. Sul fronte politico c’è stata la riforma dei rimborsi ai partiti; su quello dell’editoria la Camera ha oggi convertito in legge un decreto che cambia qualcosa, anche se non tutto. È un provvedimento nato sull’onda dell’emergenza, con la testa rivolta all’indietro, che ho votato proprio per la storia dell’urgenza ma sul quale sospendo il giudizio fino a quando non ne licenzieremo la seconda parte: la legge delega sull’editoria che oggi viene incardinata in Commissione Cultura.

Scelgo alcuni passaggi di tre interventi ascoltati in Aula sul tema: due nelle dichiarazioni di voto di oggi, uno nella discussione generale di lunedì. Il primo è di Ricky Levi (Pd) e spiega i tagli avvenuti.

RICARDO FRANCO LEVI. Siamo passati nell’arco di non molti anni da un sostegno pubblico che viaggiava nell’ordine dei 700 milioni di euro l’anno a quello di quest’anno, che è di circa 100 milioni. Per cui siamo scesi da 700 a 100 milioni più o meno in un numero equivalente di anni da 7 a 1. Davvero è stata una contrazione del sostegno pubblico che credo non abbia riscontro in altri settori. (…) L’intervento pubblico di sostegno all’editoria (i contributi, per dirla in modo ancora più semplice) terminerà una volta per tutte nella sua forma contrattuale a partire dal 2014. (…) Questo decreto-legge è una passerella gettata al 2014 e che consente un ulteriore passo in avanti nella ridefinizione, ristrutturazione e se volete anche nella pulizia del sistema che prevede la concessione dei contributi pubblici, quella pulizia che gli ultimi Governi avevano già avviato. Dunque, cosa dice il decreto-legge oggi? Sostanzialmente aiuta a delimitare in forma definitiva per il vecchio sistema l’attribuzione di contributi a quelli che possiamo tranquillamente e onestamente definire giornali veri; dunque giornali che vendano effettivamente le loro copie e non solo le distribuiscono in modo più o meno fittizio sul territorio nazionale. Questi contributi prevederanno un parametro di riferimento e un metodo di calcolo legato al numero delle copie vendute e non solo a quelle distribuite.

Il secondo è di Enzo Carra (Udc) e mi toglie letteralmente le parole di bocca: sia sul fronte del digitale, sia su quello del servizio pubblico, perché tra le norme del decreto c’è anche il rinnovo del finanziamento a Radio radicale.

ENZO CARRA. Credo sia importante un decreto-legge (…) che per approssimazioni successive vada verso quella forma più virtuosa consistente nel dare il meno possibile a giornali inesistenti e nel non dare più niente a movimenti politici o a organi di movimenti politici che non si vedono, non ci sono, sono morti.
Non si capisce per quale motivo ci deve essere una mano misericordiosa dello Stato che deve soccorrere delle idee che non ci sono; al contrario, possiamo dire che aiutare, non dico finanziare, ma almeno dare degli strumenti a delle idee che ci sono e che esistono, a dei piccoli giornali, insomma, con molta prudenza e con molti controlli, credo che si possa continuare a fare e questa in fondo è anche la ratio di questo decreto-legge.
 Tuttavia, credo che, in futuro, i giornali politici si dovranno fare soltanto on-line e saranno giornali politici quelli che fanno politica e non fanno i comodi di qualcun altro. Questo è un altro di quegli aspetti sui quali credo voi dovrete riflettere perché è ovvio che ci sarà una futura legge ed è quella che noi ci aspettiamo da voi, e che ci aspettiamo di fare e studiare con voi sulla riforma dell’editoria, però quella legge dovrà guardare, davvero, al futuro; non potrà rimandare sempre ad un futuro indeterminato l’avvento, per esempio, delle nuove tecnologie. (…) Qui c’è un servizio pubblico che si chiama RAI, ha due redazioni, una per la televisione e una per la radio, non fa servizio d’Aula e la fa fare a Radio Radicale, ma allora li chiami e vedete un po’ perché i redattori della RAI sono cento, dovrebbero fare la stessa cosa, ma la fanno fare a Radio Radicale, con tre redattori. Mi scusi, ma perché dobbiamo continuare a tenere in piedi questa specie di allegro caravanserraglio del parlamentare? Se ne occupi, signor sottosegretario, la prego.

Il terzo è di Mario Adinolfi (Pd), nella discussione di lunedì, e mette in evidenza una novità positiva sul fronte web.

MARIO ADINOLFI. Possiamo ora dire che abbiamo voltato pagina anche perché abbiamo cominciato, timidamente magari, ma in maniera molto importante, a pensare in digitale. (…) Il tema che mi è particolarmente a cuore è poi l’introduzione, attraverso il lavoro parlamentare (…) in particolare dell’articolo 3-bis che per me è di particolare importanza, perché l’articolo 3-bis prevede le semplificazioni per i periodici web di piccole dimensioni. Le testate periodiche realizzate unicamente su supporto informatico e diffuse unicamente per via telematica, ovvero on line, non hanno una serie di vincoli che all’inizio del provvedimento pareva dovessero avere. Erano vincoli che sarebbero stati sostanzialmente liberticidi. Nel complesso è un provvedimento – lo ripeto – che migliora le condizioni preesistenti.

Per quanto mi riguarda, sono un po’ meno tenero di Adinolfi e trovo il testo ancora troppo timido rispetto al digitale. Vorrei che i finanziamenti – finché ci sono – fossero indipendenti dal formato: che i giornali online, cioè, potessero competere con quelli cartacei per accedervi, introducendo dei sistemi per “pesare” i contatti così come si pesano le copie stampate. Da oggi si vigila sulla legge delega, sperando che guardi più avanti.

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