A inizio legislatura, ancora fresco di televisione, avevo chiesto di far parte della Commissione di vigilanza Rai. Non mi accontentarono, ma quattro anni dopo capisco di non essermi perso un granché: la mia idea di voler aiutare dal Parlamento l’azienda in cui avevo lavorato 9 anni sarebbe rimasta frustrata, visto come sono andate le cose in questo periodo. E la conclusione delle ultime nomine, che avrebbero potuto finalmente segnare un cambio di rotta, dimostra che – almeno fino a quando Berlusconi sarà nei paraggi – con la tv pubblica saremo sempre all’anno zero. Colpa di quel Centrosinistra che anni fa, quando aveva il coltello dalla parte del manico, non riuscì a scrivere una legge sul conflitto di interessi? Sì, anche di quello. Ma siccome io all’epoca non c’ero e oggi sì, risparmiatemi – per piacere – critiche che già conosciamo e che tra l’altro condivido pure: guardiamo un attimo, con onestà, alla situazione attuale.

Il Partito democratico era partito male, sulle nomine, con la questione Agcom e Privacy: chi mi segue ricorderà la mia battaglia semi-solitaria per Quintarelli e Bolognini, e il mio disagio di fronte alle scelte del gruppo. Che non aveva capito in tempo, secondo me, una cosa fondamentale: la lezione di Grillo stava dicendo a tutti che era arrivato il momento di cambiare metodo e che la scusa del “primato della politica” non reggeva più; il valore simbolico di saltare un giro (e poi un altro, e poi un altro ancora) non solo avrebbe premiato noi, ma avrebbe costretto prima o poi anche gli altri a fare lo stesso. All’inizio passai per il solito Pierino in libertà, ma già pochi giorni dopo le mie idee sembravano meno solitarie: tanto è vero che, con le nomine Rai alle porte, Bersani annunciò che il Pd non avrebbe indicato i propri nomi, ma li avrebbe fatti scegliere alla società civile. Si può discutere parecchio sulle associazioni a cui il Pd ha demandato la scrematura dei curriculum – vedo però che Articolo 21 ha apprezzato i nomi, pur non facendo parte della rosa un po’ ristretta, e Articolo 21 è una garanzia – e magari anche sul profilo dei due candidati scelti, perché non mi pare che abbiano esperienza di tv; ma il metodo l’ho trovato finalmente pulito, chiaro, costruttivo, e se le associazioni hanno preferito altri criteri (un simbolo della legalità e una giovane giornalista in gamba) mi fido comunque della loro scelta. Che non è la mia – io avrei prima studiato tutti i cv pervenuti dai candidati e poi indicato i nomi – ma la rispetto e la prendo per buona, proprio perché il Partito democratico ha deciso di starne fuori: siamo entrati in gioco solo nel momento in cui eravamo indispensabili, quello del voto in Commissione di Vigilanza al quale la legge Gasparri ci obbliga. Non c’erano altri modi di far eleggere i commissari della società civile, insomma, se non quello di votarli in Parlamento; ma mettere l’etichetta Pd a Colombo e Tobagi significa, innanzitutto, fare un torto a loro, che hanno percorsi professionali totalmente autonomi. Chi la chiama lottizzazione mascherata, per giustificare il mancato coraggio degli altri partiti nel venirci dietro, non si rende conto della differenza che passa tra mettere nel CdA Rai un pilastro di Mani Pulite (Colombo) e metterci l’estensore materiale della legge Gasparri (Pilati). E forse non ha neppure letto le cronache di questi giorni: l’Udc che non molla nulla e si tiene il consigliere di prima, il Pdl che organizza addirittura un golpe istituzionale per sostituire un senatore in dissenso, la Lega che ha già raccolto (Bianchi Clerici alla Privacy) e tiene bordone pur di non far eleggere un settimo nome indipendente, i radicali che – chiusi nella loro torre d’avorio – fanno mancare il numero legale proprio nella seduta che, per una volta, avrebbe potuto dare alla Rai il primo consiglio di amministrazione dell’ultimo decennio non egemonizzato da Mediaset. Per carità, poi sparare sul Pd è ormai una disciplina olimpica e capisco che l’avvicinarsi dei Giochi richieda allenamento, ma chi pensa di mettere tutti nel calderone utilizzando la categoria “partiti” stavolta ha proprio sbagliato indirizzo.

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2 commenti to “Nel calderone”

  1. Chaim Recanati scrive:

    Sará, ma per me un’azienda come la RAI rimane un’aberrazione. Intanto, il fatto che le sue operazioni debbano essere sottoposte al controllo della politica e che ci debbano essere lottizzazioni sulle sue cariche fa molto Minculpop o URSS pre-perestroijka, comunque la si voglia vedere. In secondo luogo, il suo status di azienda pubblica che attinge finanziamenti tramite tassazione dei cittadini (chissá poi perché si ostinano a chiamarlo “canone” quando é in realtá una tassa che non si differenzia da quella di circolazione per gli autoveicoli) costituisce una limitazione al libero mercato e crea svantaggi di competitivitá alle altre aziende del settore che non dispongono di tali entrate. Infine, é l’epitome dell’inefficienza, visto che abbisogna di tre volte la forza lavoro di Mediaset o Sky per funzionare: in un’epoca in cui si raccomandano tagli sulla spesa pubblica mantenere la RAI é quantomeno una contraddizione in termini. Facciamocene una ragione: la RAI é anacronistica, produce programmi penosi mirati a creare tensione e scontro in talk shows-risse oppure al totale rimbambimento dello spettatore con spettacoli di qualitá mediocre memorabili solo per le tette esposte, dá spazio a personaggi infimi e a giornalisti dall’ego sconfinato, e senza i soldi del canone sarebbe andata in rovina 30 anni fa. Perché, invece, non mandarla in pensione, vendere le frequenze, eliminare i parassiti e con loro le bocche fameliche dei partiti che vogliono soltanto spartirsi cariche e prebende, e togliere di mezzo tutti quegli organismi pseudo-direttivi trattati dai politici come proprietá privata, merce di scambio, o fonte sussidiaria di introiti e scusa per non occuparsi della carica per cui sono stati eletti. Capisco che voltare pagina non sia facile, ma il regalo migliore che si potrebbe fare agli italiani in questi tempi di magra sarebbe quello di liberarsi una volta per tutte del carrozzone RAI. Davvero.

  2. Lorenzo M. scrive:

    Su Agcom e Privacy nessuno, tra coloro che contano, si e’ scusato. Non basta il modo con cui sono stati selezionati i candidati proposti dal PD per mettere una pietra sul passato. I protagonisti delle due vicende, coloro che hanno tenuto le fila, sono gli stessi. Se davvero si vuole far vedere che le cose sono cambiate, si potrebbero far dimettere i candidati del PD da Agcom e Privacy e avviare lo stesso meccanismo adottato per la RAI. Altrimenti resta la solita fuffa di sempre.

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