Stavolta non mi limito al solito tema dell’Italia che cambia, che mi occupa più sere alla settimana nei dibattiti dedicati alla cittadinanza dai vari circoli Pd: stavolta approfitto di Mario Balotelli per parlare anche dell’Italia che non cambia, di un Paese mentalmente pigro e impreparato a raccontare cose nuove. Grazie a un paio di goal in una partita di calcio, nelle ultime 48 ore sta uscendo dalle catacombe una generazione intera: c’erano prima (quasi un milione) e ci saranno dopo, ma la doppietta di SuperMario – la dico alla Nichi Vendola – ha messo in luce qualche imbarazzo nella narrazione.

“Questo ragazzo si chiama Italia. Perché l’Italia adesso è anche un nero con accento bresciano. Nato a Palermo da genitori ghanesi”: già dall’attacco, il pezzo di Maurizio Crosetti su Repubblica di ieri è una rivincita culturale attesa da tempo. Che Crosetti interpreta bene, quando scrive che “la notte dell’italianissimo ragazzo nero racconta soprattutto una storia di cambiamento” e che “è come se le sue reti le avesse segnate anche a nome di tutti i G2”, e che guardando Mario “è un po’ come vedere tutti i bambini e ragazzini di colore che vanno nei nostri asili, alle elementari, al liceo, a nuovo, a basket, e chiedono solo di essere italiani anche per la legge”. Vabbe’, direte voi, ma è Repubblica, che infatti oggi dedica con Gad Lerner un’altra riflessione sulla cittadinanza. E gli altri? Un bel pezzo l’ho letto ieri sul britannico The Guardian, a firma John Foot: professore di Italian modern History allo University College di Londra e grande appassionato di calcio, ha dalla sua gli occhi di chi è abituato a vedere una Nazione multicolore. Ne traduco al volo qualche passaggio.

“Ma chi era l’eroe italiano della doppietta? Probabilmente quelli che lo festeggiavano selvaggiamente per strada erano gli stessi tifosi che, da anni, gli rendevano la vita difficile negli stadi della penisola. Il coro più infame accusava l’attaccante di non essere quello che pensava di essere: ‘Balotelli non sei un italiano, sei un negro africano’. Un’altra versione era ancora più esplicita: ‘Non esistono negri italiani’.
Come ora tutti sanno bene, Mario Balotelli è nato a Palermo nel 1990 da genitori ghanesi e poi dato in affido a una famiglia italiana del nord del Paese, quando aveva solo 2 anni. Per la legge italiana, però, non ha potuto ottenere la cittadinanza fino a quando non ha compiuto 18 anni, nonostante fosse nato in Italia e sempre vissuto lì. Nello stesso tempo, giocatori nati altrove (tipo Thiago Motta, della rosa attuale, nato in Brasile) hanno avuto diritto semi-automaticamente alla cittadinanza italiana, perché avevano qualche parente italiano.
Ma Balotelli è sempre stato italiano. Parla italiano con un forte accento bresciano, ha frequentato le scuole italiane e ha imparato a giocare a calcio in Italia. Eppure, la sua pelle nera lo ha segnato, in un Paese che sperimenta immigrazione di massa da metà degli anni Ottanta. (…) E così, i due gol di Balotelli alla Germania hanno messo in evidenza le contraddizioni dei canti razzisti contro di lui. I razzisti si sono forse gettati nello sconforto, quando la palla è entrata? No, naturalmente no. Hanno festeggiato come tutti gli altri. E quelle due reti hanno assunto un significato simbolico immenso: sono il segno che gli italiani neri sono qui per restarci, ed è qualcosa che una forte minoranza di italiani trova molto difficile da accettare. Mario Balotelli incarna la nuda realtà di una società in cui convivono più culture. Gli immigrati vanno bene finché sono invisibili, non disturbano e non hanno diritti, e lavorano nelle cucine, o come colf e badanti.
Il mese scorso, tra le vittime del terremoto c’erano alcuni immigrati, obbligati a tornare in fabbriche che sono poi crollate sulle loro teste. La vita in Italia, per l’immigrato medio, è massacrante e pericolosa. Non è previsto che siano visibili, ricchi e famosi, che siano bravi in qualcosa, che siano ‘uno di noi’. E le reazioni al recente successo di Balotelli sono illuminanti, da questo punto di vista. Dopo la partita con l’Inghilterra,
La Gazzetta dello sport ha pubblicato una vignetta bizzarra che rappresentava Mario come King Kong. Nel migliore dei casi si è trattato di pessimo gusto, anche perché la Croazia era stata appena multata per i canti scimmieschi contro Balotelli durante una delle partite del torneo. Eppure, la Gazzetta non è sembrata rendersi conto di aver fatto un errore: non se ne sono proprio accorti. Solo alla fine sono arrivate le scuse, ma a denti stretti. Non hanno capito che raffigurare Balotelli come uno scimmione avrebbe potuto essere un problema. Stamattina, Tuttosport ha fatto il bis, con un gioco di parole nel titolo di apertura: ‘Li abbiamo fatti neri’. La frase significa letteralmente ‘li abbiamo fatti a pezzi, li abbiamo umiliati’, ma la freddura stava nella parola ‘neri’. (…) Ecco perché la vita per Balotelli, in Italia, sarà sempre difficile. (…) La prossima volta che farà un errore, o si farà espellere, o sembrerà svogliato, l’ostilità tornerà rapidamente in superficie. (…)
Ma c’è speranza. A Novembre 2011, sono andato a parlare di calcio a 150 ragazzi di una scuola media di Cagliari. Per rompere il ghiaccio, ho chiesto loro per chi facessero il tifo: alcuni Juve, altri Milan, altri Cagliari. E due di loro se ne sono usciti con una risposta che mi ha sorpreso parecchio: Manchester City. ‘Perché?’, ho chiesto meravigliato. Perché c’è Balotelli: è troppo figo!’.”

Dopo anni passati a raccontare le storie dei nuovi italiani, con la foto di Ogbonna, Balotelli e Okaka sempre nella mia cartellina, farei ridere se mi meravigliassi della doppietta di SuperMario in Nazionale. Mi stupisco solo dello stupore altrui, dell’imbarazzo nel raccontare la normalità, e mi viene in mente l’epoca delle battute – le facevo anch’io, lo ammetto – sui possessori di telefono cellulare. O delle invettive di Beppe Grillo contro la rete. Poi, a un certo punto, le cose accadono senza chiederti il permesso e, se non sei un imbecille totale, devi cambiare idea.

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