Non è bello celebrare la Giornata mondiale del rifugiato con la notizia del nuovo accordo con la Libia. Che in realtà è quello vecchio, con la differenza che al posto di Gheddafi ora c’è il governo transitorio: “Non credo che gli accordi tra governi precedenti possano essere rimessi in discussione”, dice oggi alla Stampa il ministro Cancellieri, e la frase è di una banalità e una superficialità che si commenta da sola. Se non si possono mettere in discussione gli accordi tra due governi precedenti, neppure quando entrambi sono caduti, allora qualcuno ci spieghi che fine ha fatto l’asse Roma-Berlino-Tokyo, visto che lì i governi coinvolti erano addirittura tre. Né risulta che le intese sottoscritte con l’Unione sovietica o con il leader cinese Chiang Kai-shek siano attualmente in vigore da qualche parte: ma non diciamolo alla Cancellieri, se no va a finire che le ripesca dai cassetti. Lo stesso vale appunto per la Libia: l’intesa è naturalmente modificabile, e il non farlo è una chiara scelta politica.

Il ministro ci accusa di ideologia – di quel “ci” faccio naturalmente parte anch’io, insieme a tante associazioni per la tutela dei diritti umani – di “disonestà” (soprassiedo, per amor di pace) e di “prese di posizione a prescindere”. È vero invece il contrario: l’unica presa di posizione a prescindere è la sua, se le garanzie sono riassumibili nella speranza “che le imminenti elezioni per l’Assemblea costituente in quel Paese portino a una stabilizzazione della situazione e a un fecondo processo di democratizzazione”. Né è sufficiente dire che l’Italia “farà tutto quanto è nelle sue possibilità perché si apra un circolo virtuoso di collaborazione, in Libia, tra le autorità locali e le agenzie umanitarie internazionali”: se l’accordo è stato già firmato, è troppo tardi. Che fine faranno infatti i migranti respinti, finché ciò non accadrà? E se poi non accadesse, come potremmo ad esempio garantire che i richiedenti asilo siano trattati secondo gli standard internazionali da un Paese che non ha ancora firmato la Convenzione di Ginevra? Se l’Italia invia dei richiedenti asilo verso un luogo che non fornisce effettiva protezione, viola il principio di non refoulement; tra l’altro, come ricorda proprio oggi l’Associazione di studi giuridici sull’immigrazione, la sentenza della Corte di Strasburgo sul caso Hirsi (23 febbraio 2012: per chi non l’avesse ancora visto, il film Mare chiuso la racconta bene) dovrebbe averci chiarito che “in nessun modo e in alcuna forma il governo italiano può collaborare, direttamente o indirettamente, attraverso la fornitura di mezzi e di finanziamenti, ad operazioni di contrasto dell’immigrazione che si svolgano da parte libica in acque internazionali”. Questa è ideologia? No, ministro, questa è cronaca. Abbiamo stretto un’intesa con un Paese che non assicura il diritto d’asilo, che mantiene gli stessi lager di prima per la detenzione dei migranti irregolari, che non ha dato nessuna garanzia reale – lasciamo perdere le promesse verbali, siamo seri – sull’abbandono delle torture e dei trattamenti disumani, che ha addirittura arrestato i collaboratori della Corte penale internazionale. È inutile riempirsi la bocca di belle parole, nella Giornata mondiale del rifugiato, se siamo ancora a questo punto.

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2 commenti to “A volte ritornano”

  1. Mario di Garda centro scrive:

    Sembrano tanto bravi e preparati questi ministri del governo Monti però le sorprese non mancano mai e con molta più eleganza dei precedenti

  2. Andrea Sarubbi scrive:

    Repubblica riprende il mio comunicato, un estratto da questo post: http://www.repubblica.it/solid.....-37592318/

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