Quando chiesi di far parte del Comitato diritti del Pd, un annetto e mezzo fa, lo feci per un atto di amore verso il progetto del Partito democratico: a differenza di alcuni miei colleghi, più preoccupati di rappresentare un’ala dura e pura, sono profondamente convinto che sporcarsi le mani sia sempre meglio che tenerle in tasca. E gli altri membri del Comitato diritti me lo hanno sempre riconosciuto, visto che anche nell’ultima riunione – quella di giovedì, in cui è stato licenziato il documento da consegnare a Bersani – ho proposto (senza successo) di recepire nel testo finale alcune osservazioni mosse da persone con un approccio culturale molto diverso dal mio, a costo di prolungare i lavori ancora per qualche settimana rispetto al termine fissato. Mi premeva però che uscisse un documento sottoscrivibile da tutti, al netto delle posizioni di partenza, anche per evitare che nell’opinione pubblica facessero più notizia le prese di distanza che il percorso compiuto: non dobbiamo convincerci l’un l’altro tra di noi, ma dimostrare di essere capaci di governare insieme un Paese plurale come il nostro. Di essere capaci, cioè, di trovare soluzioni in cui la gran parte degli italiani si possa riconoscere.

Sul Corriere della sera di oggi, Pierluigi Battista – non proprio un elettore del Pd, direi a naso – ci riconosce questo lavoro, che nessun’altra forza politica è stata capace di avviare: l’unico grande partito plurale oltre a noi, il Pdl, si è sempre nascosto per lucrare sul presunto voto cattolico; gli altri (da un lato Udc e Lega, dall’altro Idv) non mi pare abbiano avviato un dibattito interno e dunque non hanno finora dato una risposta alla complessità dell’Italia, che su questi temi non parla con una voce sola. Copia-incollo un bel pezzo della sua riflessione, che già dal titolo (“Pd e diritti civili. Il coraggio di parlarne”) rende onore al cammino da noi avviato.

“Per alcuni anni i temi ‘eticamente sensibili’ sono stati sepolti nello sgabuzzino delle cianfrusaglie irrilevanti. Bisognava neutralizzarli: erano troppo ‘sensibili’, troppo ‘divisivi’, troppo incandescenti. Oggi il Pd sta cominciando a liberarsi dall’autocensura. I democratici non riusciranno a dare risposte appaganti per tutti. Ma almeno hanno il coraggio di affrontare argomenti importanti, anche se politicamente scabrosi. La politica vuole riprendersi i suoi spazi? Esca allo scoperto, dimostri che si è ancora capaci di discutere, proporre, e anche dividersi, se necessario.
Il documento del Pd sul riconoscimento delle coppie di fatto, partorito da una commissione diretta dalla cattolica Bindi, cerca di mediare tra anime culturali diverse in un partito in cui convivono cattolici e laici. Sulle coppie dello stesso sesso, il documento appare più prudente e frenato da cautele di quanto non siano state le dichiarazioni del segretario Bersani. Ma non è neanche prigioniero della ‘scomunica’ preventiva di Beppe Fioroni, che sulla questione delle unioni tra gay ha disseppellito l’ascia di guerra (ideologica) contro il segretario del partito. Ha un senso riesumare il tema del riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso? Certo che lo ha. In tutto il mondo delle democrazie liberali questo tema è all’ordine del giorno, scavalcando schieramenti e collocazioni politiche. In Germania la ‘democristiana’ Merkel non ha mai avuto in programma lo smantellamento delle leggi che riconoscono la convivenza tra le coppie gay. Malgrado le furiose battaglie del passato, persino nella Spagna dei Popolari non si intende provvedere alla demolizione dello zapaterismo, variante oltranzista ed estremista nella promozione dei diritti civili. In America i repubblicani non scatenano una guerra di religione contro Obama che si dice favorevole ai matrimoni gay. In Gran Bretagna è il conservatore Cameron a dirsi favorevole al riconoscimento dello Stato delle unioni omosessuali. In Italia, dopo l’incendio dei Dico, una coltre di silenzio imbarazzato è calata su questo tema, lasciandolo appannaggio di minoranze importanti ma senza la forza necessaria a imporlo nell’agenda pubblica. Oggi il Pd, e bisogna rendergliene merito, ha strappato questo velo omertoso e reticente.
Può darsi che il Pd appaia troppo timido, come pure dicono le componenti più marcatamente ‘laiciste’ del partito. Ma un partito variegato e culturalmente ibrido, come del resto lo sono tutti i partiti di grandi dimensioni in Europa e negli Stati Uniti, non può che attestarsi su una ragionevole, dignitosa e responsabile mediazione. L’analogia può sembrare una forzatura, e in parte lo è: ma anche la legge che istituì il divorzio all’inizio degli anni Settanta fu timida e frutto di inevitabili ‘mediazioni’, eppure per la prima volta l’Italia conobbe qualcosa di sconvolgente e rivoluzionario come il divorzio. Oggi il riconoscimento delle coppie gay può avere lo stesso valore dirompente. Il meglio è nemico del bene. Per avere la perfezione si rischia di non ottenere nulla. Una mediazione sorretta da una consapevole dignità culturale può strappare risultati decisivi anche se la lettera della proposta può lasciare perplessi e insoddisfatti”.

Si può ancora limare, correggere, aggiungere; l’unica cosa che non sopporterei – al di là del fatto che io sia ancora in Parlamento oppure no – sarebbe un’altra legislatura passata inutilmente, su un tema che da troppo tempo attende dalla politica una risposta seria.

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3 commenti to “La risposta che manca”

  1. nonunacosaseria scrive:

    io il documento ho provato a leggerlo, ma mi sono arreso dopo dieci righe perché mi è bastato per capire che si trattava del solito documento prolisso e illeggibile, dove c’è tutto e il contrario di tutto per mediare tra le centinaia di posizioni e sensibilità e correnti e sottocorrenti presenti nel pd.
    a quel punto sono andato velocemente verso il fondo dove, finalmente, si parla di unioni gay e testamento biologico. e non ho trovato niente di diverso rispetto a quello che già sapevo.
    il fatto che pierluigi battista dica che è qualcosa non è un merito del pd, è un demerito degli altri partiti che non arrivano al minimo sindacale su questioni del genere. ma farsi forza sulle mancanze altrui, beh… dal pd mi aspetto qualcosa di più!

  2. Raffaele scrive:

    Se non l’hai già letto, anche D’Agostino nel suo articolo di Avvenire oggi vi riconosce un buon lavoro.
    Noto anche che lui entra anche nel merito del documento con delle annotazioni che possono contribuire al dibattito, cosa che Battista francamente lascia ai margini..

  3. luca scrive:

    Fratello che leggi, io ho bisogno di trattare con te oggi alcuni punti che concernono certi lati essenziali della nostra vocazione cristiana.
    Che significa: «Voi siete il sale della terra? Voi siete la luce del mondo?».
    Significa che abbiamo una missione trasformante da compiere.
    Siamo dei laici: cioè delle creature inserite nel corpo sociale, poste in immediato contatto con le strutture della città umana: siamo padri di famiglia, insegnanti, operai, impiegati, industriali, artisti commercianti, militari, uomini politici, agricoltori e così via; il nostro stato di vita ci fa non solo spettatori ma necessariamente attori dei più vasti drammi umani.
    Cosa c’è da fare?
    Si resta davvero come stupiti quando, per la prima volta, si rivela alla nostra anima l’immenso campo di lavoro che Dio ci mette davanti.
    Il nostro “piano” di santificazione è sconvolto: noi credevamo che bastassero le mura silenziose dell’orazione! Credevamo che chiusi nella fortezza interiore della preghiera, noi potevamo sottrarci ai problemi sconvolgitori del mondo.
    E invece nossignore: eccoci impegnati con una realtà che ha durezze talvolta invincibili. Una realtà che ci fa capire che non è una pia espressione l’invito di Gesù: nel mondo avrete tribolazioni; prendi la tua croce e seguimi.
    Ma l’orazione non basta; non basta la vita interiore: bisogna che questa vita si costruisca dei canali esterni destinati a farla circolare nella città dell’uomo. Bisogna trasformarla, la società!
    L’elemosina non è tutto: è appena l’introduzione al nostro dovere di uomini e di cristiani; le opere anche organizzate della carità non sono ancora tutto: sono un passo avanti notevole nell’adempimento del nostro dovere di uomini e di cristiani ma il pieno adempimento del nostro dovere avviene solo quando noi avremo collaborato, direttamente o indirettamente, a dare alla società una struttura giuridica, economica e politica adeguata – quanto è possibile nella realtà umana – al comandamento principale della carità.
    Ora la domanda iniziale chiarisce la sua portata: c’è per ciascuno di noi, una responsabilità da riconoscere ed un impegno da assumere?
    Quale è l’apporto effettivo di forze che ciascuno di noi – si badi bene, ciascuno di noi cristiani, non la Chiesa come tale! – ha recato e reca alla costruzione cristiana della città che abita?
    Abbiamo veramente compreso che la “perfezione” individuale non disimpegna da quella collettiva?
    Che la vocazione cristiana è un carico, dolce perché cristiano, che comanda di spendersi senza risparmio per gli altri? Problemi umani; problemi cristiani; niente esonero, per nessuno.
    Si può essere nella fame e avere Dio nel cuore! si può essere schiavi e avere l’anima liberata e consolata dalla grazia di Dio! D’accordo: ma questo concerne me, non concerne gli altri.
    lo posso, per mio conto, ringraziare Iddio di concedermi il dono della fame, della persecuzione, dell’oppressione, della ingiustizia, dell’ingiuria, ecc.; ma se i miei fratelli si trovano in tale stato, io sono tenuto a intervenire per soccorrerli.
    Se non lo avrò fatto, il Signore me lo dirà con parole terrificanti nel giorno del giudizio: “Ebbi fame e non mi sfamasti, fui carcerato e non mi visitasti”!
    GIORGIO LA PIRA, La nostra vocazione sociale, Roma AVE 1945

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