Quando tre mesi fa mi trovai davanti Claudio Lotito al quarto piano di Palazzo Montecitorio, nel corridoio della Commissione Cultura, pensai che la legge sugli stadi non si sarebbe più fatta: il presidente della Lazio – così almeno diceva Radio Transatlantico in quei giorni – aveva praticamente convinto un buon pezzo del Terzo Polo e del Pdl che bisognasse ammorbidire l’aspetto dei vincoli e quello delle cubature, per permettergli di costruire un quartiere nuovo sulla Tiberina. In cui trovasse posto anche lo stadio, si capisce, ma in mezzo a case, scuole, centri commerciali e centri sportivi. Bastava togliere una frasetta dal testo (“Fatta salva la normativa vigente in materia di vincoli storico-artistico-architettonici, archeologici  e idrogeologici”) e si sarebbe dato il via libera al suo progetto; ma il Pd in questi mesi ha tenuto duro – trovando sponda nella Lega, nell’Idv e in alcuni deputati Pdl – e dopo un anno e mezzo di affossamento ieri la legge è stata assegnata in sede legislativa alla Commissione Cultura, che ora la dovrebbe approvare in tempi brevissimi e poi inviare al Senato.

È una legge abbastanza attesa nel mondo sportivo, anche se non risolverà i problemi di bilancio delle società calcistiche: i 20 milioni annuali di finanziamento tramite Credito sportivo sono stati tolti dalla bozza iniziale, perché in questo momento le casse pubbliche non se li possono permettere. Ma resta comunque – cito testualmente dall’articolo 1 – “la semplificazione e l’accelerazione delle procedure amministrative” per “incentivare la realizzazione di nuovi impianti sportivi ovvero la ristrutturazione di quelli già esistenti, secondo criteri di sicurezza, fruibilità e redditività dell’intervento e della gestione economico-finanziaria”.  Se l’investimento deve fruttare, naturalmente, lo stadio da solo non basta; e così, accanto all’impianto sportivo (che prevede comunque “parti destinate alle attività culturali e commerciali della società sportiva, fra le quali le attività di vendita dei propri prodotti e dei propri servizi, l’eventuale sede legale e operativa, il museo sportivo ed altri locali destinati ad attività di ristoro, di ricreazione e di commercio e relative pertinenze”), la legge consente anche la realizzazione di complessi multifunzionali (“il complesso di opere comprendente l’impianto sportivo, unitamente ad altri impianti tra loro collegati da organicità funzionale, strutturale ed impiantistica”), a tre condizioni: la prima è che questi insediamenti edilizi siano “necessari e inscindibili”; la seconda è che siano “congrui e proporzionati ai fini del complessivo equilibrio economico e finanziario della costruzione e gestione”; la terza è quella dei vincoli, di cui parlavo prima, che è stata rafforzata da una condizione appena posta dal Ministero per i beni e le attività culturali e che ora verrà sottoposta al parere della Commissione Ambiente. Poi ci sono altri obblighi a carico della società che costruisce un nuovo stadio, e mi pare che valga la pena sottolinearne almeno un paio: il primo è di destinare alcuni spazi “ad uso della cittadinanza, anche mediante convenzioni con istituti scolastici, associazioni sportive dilettantistiche, federazioni sportive nazionali ed enti di promozione sportiva”;  il secondo è di “prevedere un piano per la realizzazione di impianti sportivi scolastici nel Comune dove sorge il nuovo impianto sportivo, nel limite di costo pari al 2 per cento di quello di costruzione”. Quanto al resto, mi pare che si prendano molti spunti dallo Juventus stadium: accessibilità ai disabili, telecamere a circuito chiuso antiviolenza, massima adattabilità alle riprese tv, previsione di box o palchi, e così via. È una legge ragionevole, insomma, che non servirà a vincere gli Europei stavolta, ma magari ad ospitarli prossimamente sì.

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5 commenti to “Forse ci siamo”

  1. Roberto Calise scrive:

    Una gran bella notizia, attesa da molti cittadini costretti a seguire le partite in strutture fatiscenti.
    A tal proposito, ci tenevo ad attirare la Sua attenzione, Onorevole Sarubbi, sul caso napoletano.
    A Napoli disponiamo di un impianto un po’ datato, il San Paolo, costruito nel 1959 e ristrutturato (malamente) nel 1990 in occasione dei Mondiali.
    Dopo anni di incuria, lo stadio è obiettivamente malridotto e necessiterebbe di radicali lavori di ristrutturazione.
    Ha però un vantaggio/svantaggio: la sua posizione. Se è fastidioso per gli abitanti del quartiere Fuorigrotta (il quartiere dove è ubicato) che vengono invasi, ogni volta, da migliaia di tifosi, è però ben servito da ben 3 linee di metropolitana (la linea 2, la linea 6 e la ferrovia suburbana Cumana), da una stazione ferroviaria, da uno svincolo della vicina tangenziale. Inoltre, lo stadio dispone di parcheggi sotterranei costruiti per i Mondiali del ’90 e che attendono solo di essere aperti.
    Nonostante questi vantaggi, e nonostante oggi il tema dell’accesso alle infrastrutture sportive sia di capitale importanza (basti pensare che il nuovo stadio olimpico di Londra non prevede neanche UN parcheggio, ma solo l’accesso tramite mezzi pubblici), il sindaco De Magistris, cavalcando l’entusiasmo delle folle per i recenti successi del Calcio Napoli, ha lanciato l’idea di un nuovo stadio, lontano dal centro città, non servito adeguatamente dai servizi pubblici, e che dovrebbe essere costruito solo da privati. Un’operazione che nulla darebbe alla cittadinanza, costretta poi ad inventarsi un modo per utilizzare uno stadio enorme, ed abbandonato, nel cuore di una città che ha solo una squadra (non due, come Roma, Milano, Genova).
    Io credo sarebbe uno spreco enorme di risorse. Perché se è vero che lo stadio nuovo dovrebbe esser fatto da privati, la spesa per potenziare le vie d’accesso, e per portare i trasporti pubblici fino al nuovo impianto, cadrà sicuramente sulle spalle della collettività.
    E poi, in questi tempi di vacche magre, sarebbe anche un buon esempio vedere come le istituzioni si mobilitino per recuperare, valorizzare ciò che già c’è (e che è anche di gran lunga più ecosostenibile) piuttosto che lanciarsi in faraonici progetti di stampo populista.
    Considerato che il sindaco De Magistris punta a rafforzare la sua giunta con “innesti” di area PD, forse la questione stadio potrebbe essere un buon argomento da porre come contropartita in cambio di un appoggio all’operato del sindaco non più esterno (come ora), ma più organico,.
    Spero di aver suscitato il Suo interesse di persona che so essere attenta ai temi della collettività e della giustizia sociale.
    La ringrazio del tempo che vorrà dedicarmi eventualmente nel rispondermi,
    Le auguro cordialmente buon lavoro!

  2. Maurizio Sereni scrive:

    Se non ci pensa Sarubbi ad informarci di queste importanti news…poi , se frequentiamo uno stadio o una qualunque struttura sportiva siamo soliti dire che è tutto allo sfascio e nessuno, in Parlamento, ci pensa. Grazie e buon lavoro

  3. ROBERTO scrive:

    Questa legge vergogna che spero gli ambientalisti bloccheranno al piu’ presto, avviera’ un criminoso processo di cementificazione selvaggia da parte degli speculatori presidenti di serie a oppure di chi vorra’entrare nel mondod el calcio con la scusa dello stadio per costruire palazzi.
    Comp0limenti onorevoli sarubbi, vorrei informarla che all’estero non hanno bisogno di costruire palazzi per costruire stadi.

  4. luca scrive:

    Salve onorevole, se il relatore della legge e’ l’onorevole Barbaro che ja avuto grandi consigli di Lotito e di altri presidente come lui che vogliono soltanto speculare, mi dice come e’ possibile essere ottimisti? Per costruire gli stadi ci vogliono tanti soldi, e non ci sono imprenditori almeno nel nostro paese che rischiano iol proprio patrimonio per costruirli. Quindi andra’ finire che entreranno in scena soggetti poco raccomandabili che con la scusa dello stadio edificheranno interi semi quartieri l’unico modo per rientrare della spesa.

  5. Andrea Sarubbi scrive:

    @ Roberto e Luca: se non lo avete già fatto, come intuisco dalle vostre obiezioni, visitate lo Juventus stadium: scoprirete che è possibile fare cose buone senza rovinare le città. Anzi, quel quartiere di Torino ne è uscito decisamente migliorato. E non è che prima ci fossero pinete.

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