Alla fine, come sospettavamo da tempo, l’unico modo per far passare il ddl anticorruzione sarà il prendere o lasciare: o il Pdl si piega alle tre fiducie che il governo ha messo stamattina su altrettanti articoli del provvedimento, oppure si prende la responsabilità di mandare Monti a casa domani stesso. Dal punto di vista economico, sarebbe un rischio enorme per l’Italia e per la stessa Europa, in un momento in cui la stessa sopravvivenza dell’euro pare in pericolo; ma non sono sicuro che sia questo il criterio di decisione da parte di Berlusconi e soci, che temono molto di più il bagno di sangue politico: andare a votare a settembre, con Casini ancora lontano e con Grillo che ormai ha messo la freccia, significherebbe infatti diventare irrilevanti anche dai banchi dell’opposizione. Ecco perché credo che alla fine, nonostante l’epidemia di mal di pancia al suo interno, il Pdl domani non voterà contro: prevedo piuttosto un assenteismo di massa, perché non presentarsi in Aula è sempre l’opzione più facile quando si è in imbarazzo.

La storia del ddl anticorruzione è un macigno sulla strada di chi – penso a Casini, almeno fino a qualche settimana fa – si era convinto che il governo di unità nazionale potesse inaugurare un nuovo modello: sarebbe stato così se ogni parte avesse rinunciato per sempre all’arma del veto, confrontandosi anche sui temi meno graditi, ma finora questo atteggiamento costruttivo è venuto solo dal Partito democratico. Il Pdl ha invece costretto il governo alla fiducia sull’anticorruzione, ha minacciato una crisi se si cambierà la legge sulla cittadinanza, ha tentato di sabotare la vendita delle frequenze ed è riuscito di fatto a bloccare la riforma della Gasparri sulla Rai; nel frattempo, tramite i suoi giornali d’area, continua a gareggiare con la Lega sulle critiche a Monti e all’Europa, dimenticandosi di essere la forza politica più rappresentativa – almeno dal punto di vista numerico – tra quelle che in Parlamento sostengono l’attuale esecutivo. Può darsi che i suoi elettori abbiano la memoria corta, ma io credo invece che si tratti di un’operazione politica fallimentare: se ti sei preso la responsabilità di sostenere un governo del genere, compiendo un passo indietro, puoi recuperare consensi soltanto portando a casa risultati concreti e dimostrando ai cittadini che la spesa valeva l’impresa; altrimenti ti resta solo la carta di far credere che i tuoi successori siano peggio di te, nella speranza che qualcuno ti rimpianga. Il Popolo della libertà, nell’ultimo periodo, sta giocando soprattutto questa seconda partita, con i grafici di Brunetta sullo spread e la tentazione sempre più forte del tea party; strategia legittima, per carità, ma incapace di spiegare agli elettori come mai Berlusconi non abbia ancora mandato a casa Monti, a 7 mesi dalla prima minaccia di staccargli la spina. Almeno lo sfascismo di Di Pietro e della Lega – l’uno per scavare la fossa al Pd, l’altra per evidenti motivi di sopravvivenza – ha una certa coerenza; così come l’adesione acritica dell’Udc, che se potesse fermerebbe il tempo come San Pietro ai piedi del monte Tabor (“Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia”) durante la Trasfigurazione. Noi stiamo cercando di assicurare un sostegno leale – non cieco: leale – e siamo aperti a discutere di tutto, ma con un Pdl del genere è davvero difficile: forse impossibile, mi viene da dire dopo la giornata di oggi.

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2 commenti to “Prendere o lasciare”

  1. Mario di Garda centro scrive:

    Per quanto riguarda un’adesione acritica a questo governo mi pare che dalle dichiarazioni più volte ribadite dal segretario Bersani; “noi sosteniamo questo governo senza se e senza ma” non ci fosse molto margine alla possibilità di critica da parte del partito democratico. Cosa pensi?

  2. Francesca scrive:

    Andrea, mi piacerebbe leggere una tua riflessione sulla proposto di Bersani di regolarizzare le convivenze stabili tra omosessuali

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