Nonostante le visite abbastanza frequenti nel corso di questi anni, non siamo ancora riusciti a portare all’attenzione dell’opinione pubblica la situazione nei Cie: un po’ perché ai giornalisti è stato costantemente negato l’ingresso, un po’ perché l’immigrazione in Italia diventa argomento di dibattito solo quando c’è un episodio di cronaca nera. E così, con un gruppetto di colleghi di buona volontà, abbiamo organizzato tre visite nel giro di 15 giorni: oggi alcuni deputati del Pd sono andati nei due Cie di Trapani, lunedì prossimo altri andranno in quello di Gradisca (Gorizia), tra due lunedì andremo – perché ci sarò anch’io – nel Centro di Santa Maria Capua Vetere (Caserta). Sperando che non ci tocchi di venir lasciati fuori, come fece Maroni con Furio Colombo e con me a Lampedusa, ai primi di aprile dello scorso anno.

Ogni delegazione di parlamentari Pd si porta dietro un lungo questionario da compilare, con una settantina di domande: c’è il capitolo “struttura e rimpatri”, quello “diritti, abusi e violazioni” e quello sull’ente gestore. Il punto di partenza è un’interpellanza urgente che abbiamo depositato ad aprile e discusso in Aula a maggio, in cui denunciavamo al governo l’applicazione sballata della direttiva europea del 2008 sui rimpatri: l’Europa consente la privazione della libertà personale come extrema ratio, privilegiando invece il rimpatrio volontario; l’Italia, invece, utilizza la permanenza nei Cie come soluzione ordinaria – tanto è vero che Maroni ne volle l’estensione a 18 mesi – mentre la norma sul rimpatrio volontario e assistito è ancora in attesa del decreto attuativo. Gli immigrati passano nei Centri un tempo piuttosto lungo, ulteriormente allungato da alcuni fattori esterni: tipo la scarsa collaborazione dei consolati all’identificazione dei loro presunti connazionali, ad esempio, oppure i tempi della giustizia italiana per quanto riguarda le richieste di asilo politico. E le condizioni sono anche peggiori di quelle delle carceri, come abbiamo fatto notare in Aula al sottosegretario Ruperto:

ROSA MARIA VILLECCO CALIPARI. I cittadini stranieri all’interno dei CIE sono di fatto sottoposti a rigide misure restrittive della libertà e ci teniamo a sottolineare che non hanno accesso alle attività previste normalmente nell’ordinamento penitenziario: non possono lavorare, non possono studiare, non possono giocare, non possono leggere, non possono scrivere per motivi – si dice – di sicurezza. Sono praticamente abbandonati in una gabbia metallica e vengono trattati peggio di come possano essere trattati i criminali nelle carceri e voglio segnalare che la situazione delle carceri in Italia non è ottimale, né tanto meno vi si garantisce una vita dignitosa.

JEAN LÉONARD TOUADI. La legge prescrive che l’immigrato internato in un centro di identificazione e di espulsione non ha lo status di detenuto, quindi manca un’autorità giurisdizionale che possa vigilare sulle modalità del trattenimento, come invece avviene nel caso della detenzione in carcere. La legge parla di ospiti accolti nei CIE, ma proprio questo termine, così generico, non permette appunto quel trattamento di tutela di garanzie che al detenuto vengono assicurate. (…) Accanto a questo, l’altra criticità è il diritto di difesa e di assistenza legale, che è prevista dall’articolo 21 del regolamento di attuazione del testo unico sull’immigrazione, che stabilisce che allo straniero trattenuto nei CIE devono comunque garantirsi libertà di colloquio all’interno del centro e con visitatori provenienti dall’esterno, in particolare con il difensore che assiste lo straniero, e con i ministri di culto, la libertà di corrispondenza, anche telefonica, ed i diritti fondamentali della persona, tutte cose che – lo abbiamo riscontrato nelle nostre visite nei CIE attraverso la mobilitazione che abbiamo chiamato «lasciateCIEntrare» – non sono presenti  (…) La maggior parte degli immigrati, oltre a denunciare gli abusi quotidiani e le condizioni del trattenimento, lamentavano soprattutto di non sapere quale sarebbe stato il proprio destino. Il prolungamento del tempo di detenzione non ha efficientato le procedure per il riconoscimento e l’identificazione, con l’assurdo che persone che escono dal carcere, dopo aver scontato la loro pena, rientrano nei CIE per essere identificati, laddove lo Stato avrebbe già dovuto avere tutti gli elementi per sapere chi ha di fronte. Un altro elemento di criticità è la convalida degli arresti. Ieri abbiamo fatto un dibattito molto interessante sull’Ucraina e sulle condizioni di detenzione di Yulia Tymoshenko e questo Parlamento, all’unanimità, ha chiesto al Governo ucraino di rispettare i diritti di detenzione della Tymoshenko e di altri. È impensabile che nel nostro Stato vengano trattenute persone senza che si vi sia immediatamente, come previsto dalla legge, il procedimento di convalida da parte del giudice. Questo è inaccettabile e rientra davvero nei limiti e nei doveri di uno Stato democratico. Infine, vi è l’inefficacia del rapporto costi-benefici dell’introduzione della norma sul reato di immigrazione clandestina, una norma che ha permesso l’affollamento delle carceri e che ha intasato i tribunali. I giudici di pace non riescono a far fronte al carico di lavoro che questo provvedimento ha portato e per lo Stato il rapporto costi-benefici andrebbe verificato.

Le cose da chiarire, insomma, sono ancora parecchie: ora che la Lega non è più al governo, ci aspettiamo dal governo risposte serie e azioni coerenti.

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