Alia Malek è una giornalista e scrittrice americana – Baltimore native, come si definisce sulla bio di twitter – di origini siriane, autrice del libro “A Country Called Amreeka” (sottotitolo: “US History ReTold Through ArabAmerican Lives”) che meriterà una trattazione a parte. L’altro giorno, mentre parlavo con lei dei minori nati e cresciuti qui, mi è venuta fuori l’espressione “seconda generazione” e mi sono beccato un sacrosanto rimprovero: “In Italia continuate a chiamarla seconda generazione, perché il vostro punto di riferimento sono i Paesi d’origine delle famiglie: continuate a vedere quei ragazzi come la seconda generazione di immigrati. Negli Stati Uniti, invece, il punto di riferimento è l’America stessa; e così io, figlia di genitori siriani nata e cresciuta negli Usa, faccio parte della prima generazione: la prima generazione di americani, appunto”.

Il discorso di Alia si è fatto carne mercoledì mattina, quando alla Camera si è tenuta la conferenza nazionale sulla cittadinanza. Va bene Andrea Riccardi, va bene Graziano Delrio, va bene Gianfranco Fini, ma l’intervento di gran lunga più applaudito è stato quello di Lamiaa Zilef, reggiana di 12 anni.

“Oggi vi racconto la mia piccola storia: mi chiamo Lamiaa ho 12 anni, sono nata a Reggio Emilia e faccio la seconda media. A scuola va tutto bene, stavo benissimo, vivevo felice e serena fino a due anni fa circa, quando un giorno ricevei un 10 in grammatica, ero cosi felice perché non succedeva tutti i giorni, ma il commento della maestra mi lasciò un po’ perplessa; le sue parole mi fecero riflettere sulla mia identità. Lei mi disse: ‘Lamiaa, sei stata bravissima: hai superato gli italiani!’ ‘Che cosa?’, dicevo fra me e me. ‘Ma io sono italiana!’ Quando tornai a casa, mia mamma notò la mia rabbia: era arrivato il momento della discussione di un argomento che non avevo mai aperto prima d’allora con i miei. Mia mamma quel giorno mi disse: ‘Ma non c’è niente di male se ti chiamano straniera.’ Perché secondo lei non era affatto un insulto. Ma il problema non era questione di insulto, ma di verificare se io sono straniera o meno. E io replicai: ‘Mamma, ma io non sono straniera, sono nata e cresciuta in Italia, io non nego le mie origini, ma casa mia è in Italia e mi sento italiana. Il Marocco lo adoro, sì, però lo sento più il paese dei miei che mio, non so se mi capisci…. Non lo so, io non ci ho mai pensato prima e davo per scontato che io fossi italiana!’ E la discussione finì, almeno in quel giorno, con un silenzio che diceva tanto. Passa un anno, e vado alle medie, emozionata e un po’ spaventata dalle novità. Siccome mia mamma durante l’estate mi aveva insegnato un po’ di francese con la pronuncia giusta, la mia insegnante fin dalla prima lezione aveva notato ciò e mi disse: ‘Brava, hai una bella pronuncia, da dove vieni?’ E io pensai in quel momento: ‘Ancora? Ma cosa vuol dire da dove vengo? Da Reggio Emilia, no? Ah, forse voleva dire da dove vengono i miei genitori?’. ‘Cara prof, i miei genitori vengono dal Marocco, e io sono nata a Reggio Emilia.’ Adesso, per favore, chiariamo la faccenda: non chiamatemi mai straniera o immigrata. A voi la scelta: potete chiamarmi italo araba, oppure italo marocchina, ma non sono affatto straniera; i miei genitori tanti anni fa hanno scelto di immigrare e sono venuti in Italia. Ma io non ho mai emigrato, sono nata in Italia, per cui mi sento italiana, non so con quale percentuale, però lo sono, perché lo sento dentro e lo credo. Sento come se il Marocco fosse mio padre e l’Italia mia madre e nessuno potrebbe mai togliermi dal cuore uno dei due. Questa non è solo la mia storia, ma è la storia di tutti i bambini e i ragazzi, figli di immigrati, che sono nati in Italia e, purtroppo, riscontrano, oltre a questi stessi miei problemi, altri problemi… Da qua, vorrei lanciare un messaggio: concedete la cittadinanza italiana a tutti i nativi, risparmiateci tutti i problemi inutili che non finiscono mai, e smettetela di farci vivere situazioni che ci fanno sentire quello che non siamo. Lasciateci studiare e costruire il nostro futuro con serenità, e ricordatevi che italiani lo sentiamo e lo siamo davvero”.

La storia di Lamiaa, insieme ad altre, è contenuta nel libro “Italiani per esempio”, scritto da Giuseppe Caliceti e pubblicato da Feltrinelli. Buona lettura.

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2 commenti to “Prima generazione”

  1. mattia scrive:

    concedete la cittadinanza italiana a tutti i nativi, risparmiateci tutti i problemi inutili che non finiscono mai

    Già, perché la maestra prima di fare quel commento le chiede il passaporto, vero?
    Il commento lo farà comunque, perché scaturisce da tratti somatici diversi che nemmeno il passaporto può cambiare. Fin quando non capirete che un passaporto italiano in tasca a questi ragazzi non cambierà di una virgola l’atteggiamento di chi li guarda in faccia ne farete poca di strada.

    Ah, comunque quando chiamano “straniero” il sottoscritto non mi offendo mica. È solo nella vostra mente instrisa di ideologia che la parola o il concetto di straniero ha un significato negativo.

  2. pfra64 scrive:

    Grazie Lamiaa. Hai quasi l’età dei miei figli, potresti essere, anzi, sei, la figlia di noi italiani, la mia figlia.
    Un abbraccio.

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