Non ne sentivo l’esigenza, come credo una discreta parte degli italiani, ma un gruppo di miei colleghi cattolici – forse più cattolici di me, ma queste sono spiegazioni che chiederò al Signore quando sarà il momento – ha deciso di portare in Aula una mozione, che si è discussa oggi, sull’aborto. L’obiettivo dei firmatari (Volontè, Fioroni, Roccella, Polledri, Buttiglione, Binetti, Capitanio Santolini, Calgaro, Di Virgilio, Mantovano, Fabi, Laura Molteni, Commercio) era quello di sottolineare l’intoccabilità dell’obiezione di coscienza, non solo per i singoli ma anche per intere strutture sanitarie; si dimenticava volutamente, però, l’altra faccia della medaglia, e così ho deciso di intervenire. L’ho fatto con una certa sofferenza personale, come forse si capisce dalle cose che ho detto.

ANDREA SARUBBI. Grazie, signor presidente. Nel mio intervento mi concentro soprattutto sulla mozione che ha portato in Aula questo dibattito, quella a prima firma Volontè. È una mozione che, a un primo sguardo, ribadisce una cosa sacrosanta: l’obiezione di coscienza è un diritto che va tutelato. Io stesso l’ho esercitata nella mia vita, ai tempi del servizio militare, e ne vado fiero: invece di partire per la Marina, dove probabilmente sarei finito, scelsi di servire gli immigrati al Centro Astalli. Se fossi un medico o un operatore della sanità – lo dico senza imbarazzo – con ogni probabilità la eserciterei anche rispetto all’interruzione di gravidanza: sarei uno dei tanti medici obiettori in Italia, insomma, perché la mia coscienza non mi permetterebbe comportamenti diversi.
Ma attenzione: c’è un’obiezione se c’è anche una legge dello Stato alla quale si obietta, altrimenti non si chiamerebbe obiezione ma facoltà. Ai tempi del mio servizio civile, 17 anni fa, la legge era quella della leva obbligatoria; oggi che la leva obbligatoria non c’è più, è venuta meno anche l’obiezione di coscienza al servizio militare. Lo stesso discorso vale per l’interruzione di gravidanza: c’è un’obiezione perché c’è anche una legge dello Stato alla quale si obietta, e questa legge è la 194. E posso pensare tutto quello che voglio della 194 – qualcosa magari la dirò più avanti – ma non far finta che non esista: se penso che debba essere cambiata o abrogata, presento una proposta di legge, vengo qui in Aula e mi confronto con i numeri del Parlamento; finché ciò non accade, la 194 è in vigore, e dice una cosa chiara. Che la donna, cioè, in presenza di determinate condizioni e comunque dopo essere passata per il consultorio, “può presentarsi – cito l’articolo 5 – ad una delle sedi autorizzate a praticare l’interruzione della gravidanza.”
Già ho spiegato come mi comporterei io, io che sono stato capace di litigare con mia moglie addirittura per l’amniocentesi, ma mi pare del tutto secondario rispetto al punto in questione: quello del nostro ordinamento giuridico. Che prevede sia l’interruzione di gravidanza nelle strutture del servizio sanitario nazionale, sia la possibilità per il personale sanitario obiettore di non prendere parte alle procedure. Nella mozione Volontè, invece, si cita la legge a commi alterni, arrivando alla tesi – leggo uno degli ultimi capoversi – secondo cui “il diritto alla obiezione di coscienza non può essere in nessun modo ‘bilanciato’ con altri inesistenti diritti”.
Questo può essere giusto, anzi, lo è, se ci si ferma sul dettaglio – che poi dettaglio non è – della scelta personale. Cinematograficamente, la mozione Volontè è una bella scena girata ad altezza d’uomo. Ma un legislatore è obbligato ad alzare l’inquadratura, a vedere il panorama dall’alto, a ragionare in termini complessivi: se il personale sanitario ha il diritto di non praticare l’aborto, allo stesso modo la donna che lo richiede ha il diritto di ricevere un intervento che da 34 anni la legge le consente e il sistema sanitario nazionale le garantisce nei propri ospedali. Se ci saranno degli obiettori di coscienza – e concordo con gli estensori della mozione Volontè sul fatto che l’obiezione sia il simbolo della libertà personale nei confronti degli Stati – ci saranno però anche dei medici che dovranno garantire il rispetto della legge, fintantoché questa legge sarà in vigore. Ecco perché la mozione Volontè mi appare monca: innanzitutto, perché colpevolmente tralascia una faccia della medaglia; poi, perché sembra un tentativo di scardinare la 194 senza avere il coraggio di farlo nel modo più limpido e più comprensibile, ossia venendo qui in Aula con una proposta di modifica (o di abrogazione, se lo ritiene) della legge, facendola discutere e mettendola ai voti.
Personalmente, ci sono almeno due punti che della 194 mi convincono poco. Il primo, macroscopico, riguarda la mancata attuazione dei suoi primi 6 articoli: quelli in cui si dice che l’approccio dello Stato è dalla parte della vita e che – cito a memoria un passaggio dell’articolo 2 – tra gli obiettivi dei consultori c’è quello di contribuire a “far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza”. Mi pare invece che oggi spesso si riduca tutto alla firma di un certificato, come se il passaggio fosse solo burocratico. Il secondo punto riguarda gli sviluppi della scienza, che dal 1978 ad oggi ha accresciuto le possibilità di vita autonoma del feto: per questo motivo, ad esempio, la Lombardia ha deciso di non consentire più gli aborti dopo le 22 settimane e mezzo. Da un lato, mi sembra folle che su un tema del genere una Regione si regoli in un modo e una in un altro; dall’altro, credo che l’argomento sia serio e possa meritare eventualmente anche una discussione in Parlamento.
Ma non così, signor presidente. Non con una mozione
barricadera. Non andando a massacrare con l’accetta un punto di equilibrio (per quanto doloroso, perché l’aborto non è mai una vittoria per nessuno) che sta tenendo insieme il Paese da 34 anni. Il triste dibattito attorno al capezzale di Eluana Englaro dovrebbe averci insegnato che il tempo dei guelfi e dei ghibellini è finito da un pezzo, ma temo purtroppo che non tutti lo abbiano imparato.

Did you like this? Share it:

Tags: , , , , , , ,

2 commenti to “L’altra faccia”

  1. Raffaele scrive:

    Non ho francamente fatto in tempo a leggere le mozioni quindi non so dire se quella che citi sia effettivamente monca o un tentativo subdolo di modifica della 194. Penso la mozione nasca dal fatto che oggi si stia tentando in modo altrettanto subdolo di scardinare il diritto all’obiezione.
    Voglio ricordare come da Welby in poi si continui a dire che per gli obiettori ci sia bisogno di una legge a loro tutela visto che sono dei veri e propri fuorilegge….Di questo, scusami, non parli e ti capisco visto che lo fanno anche tuoi compagni di partito….
    Sostanzialmente concordo con te sul problema dell’applicazione della legge ma vorrei dirti che ho sentito nel dibattito posizioni davvero deliranti e siccome non sottovaluto il pericolo dello slippery slope…beh….cerchiamo di stare attenti

  2. Jacopo scrive:

    una volta tanto si può condividere. il motivo principale lo hai detto tu stesso nel tuo intervento: un’obiezione si esercita solo se altrimenti c’è un obbligo da rispettare; era esattamente il caso del servizio militare, quando era obbligatorio; ma qui, invece, di obblighi non ve ne sono, poichè nessuno è obbligato a fare il ginecologo; se io ritengo che l’aborto sia un crimine contro la vita del feto, faccio un altro lavoro, magari sempre restando nell’ambito della professione medica, ma un altro lavoro; allo stesso modo, se io faccio l’avvocato e sono iscritto al gratuito patrocinio, ho l’obbligo di assistere i soggetti che mi portano; e se anche uno magari è certamente colpevole (semplifico) e la mia coscienza urla al pensiero di difenderlo, non posso rifiutarmi. l’altra obiezione al discorso sull’obiezione di coscienza è questa: il “sacrificio” dell’obiezione di coscienza, dovrebbe essere “sopportato” dallo stesso obiettore; era anche qui il caso del militare; chi non lo voleva fare, faceva il civile; non era certo la “patria” ad essere sacrificata, poichè legge e corte costituzionale erano ferme nel definire i due servizi come modi diversi di adempiere lo stesso dovere, quello appunto di difesa della patria, qualificato dalla costituzione come “sacro”; non è invece il caso del ginecologo, perchè qui le spese della sua scelta non le paga lui, le paga la madre, che spesso è in stato di necessità o quasi. senza contare infine che il vaglio sulla serietà dell’obiezione di coscienza di chi rifiutava il servizio militare era molto severo (divieto di avere un porto d’armi in futuro, ecc.), quello sull’obiezione di coscienza del ginecologo non lo è per nulla. è la solita storia, di un gruppo, non si sa quanto maggioritario nel paese, ma forse persino in parlamento, che cerca di imporre a tutti la visione alla quale solo esso aderisce…

Leave a Reply

You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Paged comment generated by AJAX Comment Page

IMPORTANTE! Prima di pubblicare il commento, devi mostrare le tue abilità matematiche e risolvere la difficilissima operazione qui sotto (è una precauzione anti-spam, abbi pazienza). Poi spingi il pulsante "submit".

Quanto fa 10 + 9 ?
Please leave these two fields as-is: