
Quando atterri a Toronto, guardi in faccia la polizia di frontiera e ti viene già un’idea del Paese in cui ti trovi: gli agenti che verificano gli ingressi sono praticamente tutti canadesi di seconda generazione, fra i trenta e i quarant’anni, sbarcati in un aeroporto come quello – o magari proprio in quello – da piccoli, insieme ai genitori. Il Canada non è l’Italia, e va bene. Ma i dati dell’ultimo censimento, che pure sono ancora provvisori, ci stanno dicendo che quel giorno da noi è ormai vicino: per ora i figli degli immigrati nelle forze dell’ordine fanno notizia esotica, al prossimo censimento 2021 ci stupiremo dell’attuale stupore. E ci rimprovereremo di non aver capito – o almeno di aver fatto finta di non capire, cosa altrettanto grave – che l’emergenza è finita da un pezzo.
Il censimento in genere sottostima, perché tiene conto solo dei dati riportati nelle schede, ma teniamoci bassi e restiamo al dato di 3 milioni e 770 mila immigrati regolarmente residenti in Italia. Non si può parlare di invasione, perché le proporzioni tra immigrati e autoctoni sono sempre 7%-93%, ma nemmeno di turismo lavorativo: siamo di fronte a una presenza stanziale, non più temporanea, che dall’ultimo dato paragonabile (il referendum del 2001) è praticamente triplicata, un po’ per i nuovi arrivi e un po’ perché quelli che c’erano già nel 2001 hanno avuto figli. Per usare un’immagine cara a Massimo Livi Bacci, il censimento ci sta confermando che l’immigrazione non è una protesi, ma un trapianto: il nuovo organo si adatta al corpo che lo ospita, senza che nessuno gli dica cosa fare. Cito un dato su tutti, ben evidenziato da Dario Di Vico sul Corriere della Sera: nonostante l’immagine dominante dell’immigrazione sia quella delle periferie urbane, in Italia vivono più immigrati nei piccoli centri di quanti non vivano nelle città con oltre 100 mila abitanti. “Più le nuove presenze si sono diluite sul territorio – commenta il vicedirettore del Corriere – più il fenomeno è risultato governabile e sono entrate in gioco variabili positive, come lo spirito comunitario tipico della piccola dimensione italiana”. Non sono i venditori ambulanti della stazione Termini o gli ospiti della mensa Caritas, insomma, la cifra dell’immigrazione nel nostro Paese: il soggiorno irregolare e la prima accoglienza, per quanto non trascurabili, restano fenomeni accessori rispetto alla presenza ormai strutturale che sta pacificamente cambiando l’Italia. E la politica deve capirlo in fretta, anche a destra, ora che la retorica delle emergenze non regge più. Cito ancora Di Vico, che pure non mi sembra un pericoloso rivoluzionario:
“Da una parte, è un bene che la materia ‘immigrazione’ sia retrocessa nella scala delle priorità dell’agenda politica, perché quantomeno segnala il superamento della fase emergenziale. Però è anche vero che, una volta rimosso il problema per i minori flussi di nuova immigrazione, la politica lo ha quasi totalmente dimenticato lasciando da parte tutta quella che dovrebbe rappresentare la pars construens. L’impressione è che noi italiani qualsiasi problema includiamo nella testa di lista dell’agenda politica dimentichiamo che riguarda anche una quota di popolazione straniera. (…) Eppure proprio perché l’emergenza sembra superata si potrebbe riflettere su alcune novità che stanno maturando. (…) Stanno crescendo anche le seconde generazioni di immigrati e i problemi che pongono sono diversi da quelli dei loro genitori. In qualche caso, come quello della comunità cinese, i giovani si presentano addirittura come i possibili protagonisti di un’inedita politica di dialogo. Infine c’è il tema della rappresentanza. Fino a che punto è possibile coinvolgere le comunità etniche nella gestione dei problemi che riguardano la convivenza civile. Può suonare anche per loro la campagna della piena responsabilizzazione?”
Ecco, queste sono le domande serie che deve porsi un partito di governo: che sia di destra o di sinistra, conservatore o riformista, possono variare alcune risposte, ma neppure di molto. In una politica che sull’immigrazione si è divisa finora tra piromani e pompieri, il tempo degli incendi sta per finire: è arrivato il tempo della manutenzione, il momento degli elettricisti.
Tags: andrea sarubbi, censimento, cittadinanza, g2, giovani, immigrati, immigrazione, integrazione, italia, minori, politica, seconde generazioni, sicurezza
3 commenti to “Il tempo degli elettricisti”
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Buonasera On.Sarubbi,
ci pensavo proprio in questi giorni di Campagna Elettorale per le Elezioni Amministrative: fino a quando si potrà pensare
di “lasciar fuori” dal Voto, dalla responsabilizzazione, gli
immigrati ormai pienamente inseriti nel tessuto sociale delle nostre città: vi studiano, vi lavorano. E inoltre io ho imparato che sono coloro i quali hanno sempre il coraggio di alzare lo sguardo verso l’alto.
Anche noi italiani abbiamo tanto da imparare da loro.
Sì, è tempo di elettricisti!
Buonasera,
F.S.
C’è un piccolo cimitero,vicino Ottawa,dove c’è una piccola tomba-
Sulla piccola tomba c’è una piccola lapide
piccole l’una e l’altra,che le sepolture costano
Sula lapide sta scritto,tradotto
QUI GIACE DAVIDE LEVI
CADDE UN VENTINO
PERI’ NELLA MISCHIA
Beh speriamo che almeno questi elettristici abbiano la partita IVA e paghino le tasse…