Se non ci fosse il Dalai Lama a tenere alta l’attenzione – e uso l’aggettivo alta sapendo di esagerare, perché non mi pare che il mondo frema al riguardo – il Tibet sarebbe relegato oggi a un affare di famiglia: una questione interna alla Cina, che infatti si tiene ben lontana da dare pubblicità alla cosa. Non c’è stata una dichiarazione pubblica di Hu Jintao al riguardo, negli ultimi 10 anni, e questo dovrebbe far pensare: la vicenda è appaltata completamente a una mega-corrente del Partito comunista cinese, lo United Front Work Department, che per prassi si occupa della Cina non ortodossa, e che ha tutto l’interesse a non risolvere la questione tibetana per non perdere potere interno. L’unica preoccupazione di Pechino è quella di non uscirne troppo ammaccata sul piano internazionale: se il Dalai Lama fosse un po’ meno simpatico alle potenze occidentali, per esempio, il governo non si porrebbe nemmeno il problema. Invece, visto il rischio di impopolarità, si ricorre anche alla contropropaganda: la foto qui sopra, appena scattata, racconta di una mobilitazione organizzata dall’ambasciata cinese in Canada, proprio davanti al nostro Centro congressi, per far sentire l’altra campana.

Per dirla con il politologo Jing Huang, uno dei relatori di oggi, la questione tibetana non è certamente una priorità per i leader del colosso asiatico; eppure, in Cina – soprattutto nelle nuove generazioni, che stanno cominciando a girare il mondo – prende corpo l’idea che, se si trovasse una soluzione pacifica, converrebbe anche a loro. Per ora, guardando con obiettività all’ultimo decennio, si ha l’impressione di una lunghissima presa in giro: da un lato, il Dalai Lama che fa passi concreti e non scontati (rinuncia all’indipendenza, sostegno all’entrata della Cina nel Wto e alle Olimpiadi del 2008); dall’altro, la nomenklatura del PCC che umilia in continuazione la controparte tibetana, definendo gli inviati al tavolo delle trattative “rappresentanti personali del Dalai Lama” e non riconoscendo loro nessuna dignità di interlocutori politici. In mezzo, la comunità internazionale che si muove in ordine sparso: gli Usa hanno un loro rappresentante speciale (Maria Otero, che tra l’altro è un’americana di seconda generazione), l’Ue ancora no, e proprio da questa Conferenza di Ottawa è venuta la richiesta che l’Europa nomini un proprio inviato per il Tibet, come per la Birmania. E poi c’è questo dialogo, totalmente improduttivo, che serve soltanto a pulire un po’ le coscienze, a distrarre dalla terribile repressione in atto: militare, certo, ma anche culturale, perché l’accesso alle telecomunicazioni in Tibet è completamente sotto controllo, rete compresa, grazie alle 30 mila sentinelle impiegate da Pechino sul Great firewall, che sta a internet come la Grande muraglia stava agli eserciti stranieri. Apro parentesi: ieri il dissidente Chen Guangcheng, cieco, si è rifugiato nell’ambasciata Usa di Pechino; oggi il regime ha bloccato su Google non solo le ricerche con il nome della persona, ma anche quelle con la dicitura “blind person”. Chiusa parentesi. Ufficialmente, la linea del Dalai Lama continua a essere sempre la stessa: quella del bicchiere mezzo pieno, quella della goccia che scava nella roccia. Eppure, parlando informalmente con alcuni suoi rappresentanti, la sensazione è che stia crescendo il timore di essere abbandonati. “Se si fossero fatti esplodere 35 kamikaze in Medio Oriente – mi ha detto – avrebbe fatto notizia in tutto il mondo; delle 35 autoimmolazioni in Tibet, invece, non si cura nessuno”.

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Un commento to “Affare di famiglia”

  1. cicero tertio scrive:

    Non credo che non si curi nessuno delle 35 autoimmolazioni tra il popolo tibetano, certo non tutti quelli che dovrebbero e che sono invece in prima linea quando c’è da condannare l’occidente e chi, secondo loro non è progressista, pacifista, calabrache.
    Ma quelli non si immolòerebbero mai.

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