“Pure se il mondo cambia, la Cina resta sempre uguale”. La giornata di oggi è iniziata così, con l’amarezza di Sharon Hom, direttrice di una ong che di diritti umani in Cina si occupa da una vita. E con il ricordo delle 35 autoimmolazioni in poco più di un anno, eredità di una protesta nonviolenta che ha le sue radici nell’età imperiale. Da un lato, il piccolo Davide che chiede autonomia (e neppure separatismo: “free Tibet in free China”, non “free Tibet out of China”); dall’altra, il gigante Golia che – come ha denunciato nel pomeriggio il Dalai Lama – ha risposto alle proteste crescenti con un aumento dei soldati, della repressione e delle torture.

Le proteste, in effetti, stanno divampando: dalle 9700 nel 1993 – ha ricordato Carl Gershman, leader di una fondazione (finanziata dal Congresso Usa) che difende i dissidenti contro i regimi autoritari – si è arrivati alle 90 mila del 2010. Roba che non si può liquidare facilmente come “terrorismo”, contrariamente a quanto Pechino cerca di fare, anche perché di terroristico i tibetani hanno ben poco: “che la comunità internazionale ci supporti o meno – ha ribadito oggi il capo del governo in esilio, Lobsang Sangay, che nel 2011 ha assunto la guida politica del Tibet, lasciando al Dalai Lama solo quella spirituale – noi non cambieremo di una virgola il nostro cammino pacifico verso la democrazia”. Per ora, le buone ragioni dell’economia cinese (un Pil pari a 12 volte quello del 1980, per dire) sono un’eccellente arma di distrazione di massa: la sensazione attuale – nonostante alcune iniziative parlamentari, anche in Italia – è che nessun governo abbia il coraggio di mettersi contro Pechino; la speranza è che – come in Birmania, con Aung San Suu Kyi – il regime cerchi una transizione pacifica, un compromesso più dolce, interpretando in tempo i propri segnali di debolezza. Perché la Cina del boom, tutto sommato, non è un Paese per nulla felice: la corruzione è massiccia – proprio qui in Canada e negli Usa sono fuggiti parecchi dirigenti pubblici con il bottino – e cresce l’insofferenza per il controllo totale dell’informazione. L’economia in salute, insomma, non fa passare la voglia di scappare via: per dirla con i numeri, i cinesi che oggi richiedono una green card negli Usa sono il quadruplo di quelli che la chiedevano nel 2009. Paradossalmente, chi tornerebbe volentieri indietro sono proprio i tibetani in esilio: chiedono per il proprio popolo il riconoscimento di una cultura autonoma, promettono una convivenza pacifica che non metterà in discussione la solidità della superpotenza, citano vari esempi in cui la storia ha dimostrato che ciò è possibile. Come la regione del Nunavut, nel nord del Canada: 2 milioni di chilometri quadrati e solo 60 mila abitanti, tutti Inuit, che dopo trent’anni di negoziati con Ottawa hanno ottenuto nel 1999 una propria autonomia amministrativa. Il Tibet si sogna così, ma la strada è ancora lunga.

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Un commento to “Davide contro Golia”

  1. cicero tertio scrive:

    Mi congratulo e plaudo a questa partecipazione all’incontro di Ottawa per supportare le giuste aspirazioni del popolo tibetano a veder riconosciuta la propria identità e cultura. Apprezzo molto che vogliano rimanere e gli esuli vogliano ritornare nella loro terra, al contrario di altre etnie che invece vanno volentieri a casa altrui come avviene nel nostro paese. Lotta davvero impari la loro contro il gigante cinese che si sta espandendo pericolosamente anche fuori dai propri confini costituendo comunità dappertutto ed incettando materie prime e risorse della terra oltre a cominciare ad acquisire industrie ed attività di pregio anche nei paesi occidentali, il tutto in modo silenzioso ma continuo e perseverante grazie ai capitali accumulati facendo loro le formiche mentre noi facevamo le cicale. Ma più che formiche i cinesi mi sembrano ora siano piuttosto delle locuste.

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