Ci sono tre piani di lettura della vicenda Formigoni: quello giudiziario, quello politico e quello cristiano. A me oggi interessa il terzo, che per il resto del mondo non sarà quello principale ma che comunque mi riguarda da vicino: non perché mi ritenga in grado di dare patenti di cattolicità a nessuno – ci mancherebbe – ma perché una storia del genere mi riporta alle radici del mio impegno. E a quella frase pronunciata da Gesù (“Tra voi, però, non è così”) ai due discepoli che, sulla strada per Gerusalemme, gli chiedevano poltrone nel regno dei cieli. Era il segno di uno stile diverso, che deve accompagnare il cristiano (“Da questo riconosceranno che siete miei amici”) in tutta la sua vita: che tu sia medico o architetto, impiegato o insegnante, la gente che ti incontra sulla propria strada dovrebbe capire, vedendo te, che il Vangelo è ancora vivo. Invece, proprio le persone che sono cresciute con Formigoni e che ne hanno condiviso l’esperienza in Comunione e liberazione gli stanno dicendo, in questi giorni, il contrario: come il gallo che canta nella notte della Passione, gli stanno ricordando il tradimento di una vita intera.

La lettera al Corriere della sera di Carla Vites, moglie di Antonio Simone, racconta innanzitutto questo disagio. Che probabilmente la signora si porta dentro da un pezzo, visto che suo marito è già andato in prigione una volta e che ora ci è tornato con l’accusa di aver sottratto soldi alla fondazione Maugeri, ma che questi ultimi scandali hanno tirato fuori con violenza. Come scrive Roberto Beretta, sull’ottimo blog Vino nuovo,

“Io vorrei seriamente che tra le righe di questa lettera si cogliesse la reazione profonda di una credente sincera, membro di un movimento cattolico (‘militante ciellina della prima ora’, si definisce la scrivente, ma varrebbe per qualunque altra forte appartenenza), di fronte al ‘tradimento’ da parte di persone che, per posizione e/o autorevolezza, dovrebbero rappresentare in alto grado i medesimi ideali. (…) La signora Vites parla proprio così, da persona fortemente ferita in ciò che ha di più caro: il marito e la fede. E grida, grida – certo, dal suo punto di vista soggettivo – l’impossibilità di sopportare più oltre le falsità e le ipocrisie che ritiene di aver visto proprio nell’ambiente a cui aveva affidato i principi della sua esistenza. Vuota il sacco, rivelando particolari che hanno una forte rilevanza politica e che certamente verranno strumentalizzati, ma non se ne cura: è altro, ben altro che le preme dentro. È la tristezza di sentirsi tradita nel suo stesso credo e dall’uomo per cui ‘assieme a tanti altri meravigliosi amici di Cl’ aveva ‘militato volantinando, incontrando gente, garantendo sulla sua persona’. È stata ingannata in quanto le era stato richiesto in nome della fede”.

Io non ho mai creduto alle storie di una Cl destinata dalla nascita a comprarsi ville in Sardegna, come invece oggi l’ex militante Bruno Vergani denuncia sul Fatto quotidiano. Io credo in uomini e donne che, certamente con una spiritualità molto diversa dalla mia, hanno iniziato a camminare insieme guidati dal desiderio di “essere immedesimati con Cristo”, di essergli affezionati, come ebbe a dire don Giussani nel 1976 a un gruppo di studenti universitari. E proseguiva:

“Con l’età, tale attaccamento [a Cristo] cresce, diventa più turgido, vibrante e potente. ‘Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura’ (Fil 3). (…)
 Questa esperienza viva di Cristo (…) è il luogo del recupero di una sete di cambiamento della propria vita, del desiderio che la propria vita sia coerente, muti in forza di quello che essa è al fondo, sia più degna della Realtà che ha addosso”.

Rileggo queste parole, poi penso al sistema di potere di Formigoni, e sento un gallo cantare.

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2 commenti to “E il gallo cantò”

  1. magociclo scrive:

    Ho molti amici in CL. Uno, carissimo, a Milano, anzi a Sesto S. Giovanni, la Stalingrado italiana, dove, a suo dire, era difficile testimoniare un cattolicesimo militante negli anni ’70 e ’80. In don Giussani trovò un faro che gli illuminò la vita, in CL trovò una moglie straordinaria e maturò un impegno solido e consapevole, che dura da allora senza cedimenti. La nostra amicizia cominciò a scricchiolare quando lui iniziò a difendere le scelte politiche del Movimento, l’appiattimento totale con le posizioni della destra conservatrice, la difesa cieca e impossibile degli stili di governo e di vita di Formigoni e, ancor peggio, di Berlusconi.
    Era impossibile aprire un canale di dialogo su questi temi: io ero il comunista pieno di pregiudizi che non riusciva a vedere (e su questa mia incapacità di vedere aveva ragione) il bene che secondo lui e secondo altre migliaia di ciellini promanava da queste “luminose” figure.
    Oggi sarebbe facile dire “l’avevo detto”, ma l’unico sentimento che provo è il dolore sia per come è finita la vicenda, sia per lo sconcerto che sta provocando in chi, con trasparenza e buona fede ha operato per anni nel movimento, sia per la strumentalizzazione che i nemici della Chiesa ne faranno. E non importa che io lo avessi temuto già anni fa. Importa che persone come il mio amico si sentono ora tradite nei valori più profondi, quelli in cui hanno creduto e continuano a credere, ma che sono stati violati proprio da coloro che se ne facevano gli interpreti pubblici.

  2. Merdischiola scrive:

    dai che si sapeva, CL&culetti bianchi, che differenza c’e?
    Non so voi ma io di ciellini che non rubassero (almeno i farmaci negli ospedali) non ne ho conosciuto neanche uno, e fidatevi che dalle mie parti TUTTO e’ in mano ai ciellini, tanto che se vuoi fare appunto, il dottore, DEVI essere di CL.
    Ragazzi miei, davvero volete salvare un movimento del genere, io non lo so dove vivete, davvero…

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