Alla vigilia delle presidenziali, i francesi residenti all’estero hanno ricevuto un malloppo dal Consolato: un foglio di istruzioni sullo svolgimento del voto e dieci brochure elettorali, una per candidato, con i programmi di ognuno. Sono chiaramente opera dei rispettivi comitati elettorali e riassumono in un foglio A3 piegato in quattro gli impegni di ogni candidato: Nicolas Sarkozy (“La Francia forte”), François Hollande (“Il cambiamento è adesso”), Marine Le Pen (“Sì, la Francia”), François Bayrou (“La Francia solidale”), Jean-Luc Mélenchon (“Prendete il potere”), Eva Joly (“L’ecologia, il vero cambiamento”), Nicolas Dupont-Aignan (“La Francia libera”), Jacques Cheminade (“Un mondo senza la City e Wall Street”), Philippe Poutou (“I capitalisti paghino le loro crisi”), Nathalie Arnaud (“Una candidata comunista”). Lungi da me il voler fare un’analisi approfondita, mi soffermo solo su un aspetto.

C’è una percentuale impressionante di slogan contro le banche. A sinistra c’è il Nuovo partito anticapitalismo di Poutou, “operaio candidato”, che naturalmente se la prende con la dittatura della finanza e propone un servizio bancario unico, “sotto il controllo della popolazione”. A destra c’è Dupont-Agnan che invita a “liberarci dall’Europa dei banchieri” e chiede di lasciare l’euro (“ritrovare la nostra libertà monetaria per finanziare gli investimenti con prestiti allo 0%”). Con le banche ce l’ha pure Cheminade, che propone “una nuova Resistenza, questa volta contro il mondo della finanza” e attacca il pareggio di bilancio inseguito da Bayrou (che lo prevede per il 2015), Sarkozy (per il 2016) e Hollande (2017). Ma il re del partito della spesa pubblica è naturalmente Mélenchon (Front de gauche), che promette un salario minimo di 1700 euro al mese, la stabilizzazione di 800 mila precari della funzione pubblica, la pensione a 60 anni e – non c’entra con la spesa pubblica, ma merita una citazione – il sequestro di tutte le case sfitte. Chiaramente anche lui ce l’ha con l’Europa: vuole affrancarsi dal trattato di Lisbona e disobbedire alle direttive Ue sulla liberalizzazione dei servizi pubblici e sulla libera circolazione dei capitali. E a destra, Marine Le Pen dice esattamente le stesse cose: politiche protezionistiche, no alla dittatura dei mercati, no ai trattati europei (“Le leggi saranno votate di nuovo a Parigi e non a Bruxelles”). E soprattutto – argomento caro anche ai populismi di casa nostra – “basta alla pseudoalternanza di Partito socialista e Ump, schiavi del mondialismo ultraliberale e della cultura della rinuncia”. Argomento, quest’ultimo, che si ritrova anche nell’operaio Poutou: naturalmente ce l’ha con “Sarkozy e tutta la sua banda”, ma allo stesso tempo accusa di Hollande di non proporre “nient’altro che una politica di austerità, come i socialisti greci e spagnoli”. I candidati di governo veri e propri, stando ai programmi, mi sembrano essenzialmente quattro: oltre a Hollande e Sarkozy, che se la dovrebbero vedere al secondo turno, ci sono anche il centrista Bayrou e l’ecologista Eva Joly, che – pur nelle diverse posizioni su vari temi – propongono soluzioni serie senza andare alla ricerca del nemico invisibile.

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2 commenti to “Elezioni al tempo della crisi”

  1. cicero tertio scrive:

    Il nemico non è invisibile, è visibilissimo: è l’Unione Europea e l’euro, mi pare di averlo già detto e dato le fonti scientifiche che lo provano.
    Ci stanno ammazzando con le loro leggi e la loro moneta, non solo noi italiani (la Grecia è già morta, speriamo resusciti con le prossime elezioni facendo vincere i partiti anti-europeisti) e per fortuna sempre più gente comincia a capirlo.
    Stasera Marine Le Pen che sostiene l’uscita dall’euro ha ottenuto il 20%, insieme a Melenchon si arriva al 31%, Hollande ha pure detto che così come funziona l’Europa non va.
    E invece cosa fate qui? Approvate il pareggio di bilancio in Costituzione, in un momento di crisi e contrazione, miseria nera assicurata, nessun paese l’ha fatto, mica sono scemi, vediamo se adesso approverete anche l’ ESM che chi assicura un futuro di commissariamento, oltre che costarci 125 miliardi. Poi potrete anche andare tutti a casa perchè non servirete più.
    Intanto rimando a questo video sull’argomento.

    http://www.youtube.com/watch?v=NqRiTBOwJa0

  2. pfra64 scrive:

    Le banche una volta erano il motore dell’economia, una vera e propria “istituzione” (anche se fra virgolette).
    Poi è arrivata la privatizzazione con la riforma del sistema bancario dei primi anni ’90, sono diventate Spa ed hanno cessato di essere il motore.

    Da quella momento le banche hanno cambiato in modo radicale la loro missione, i loro meccanismi, che si possono tranquillamente sintetizzare in: il mondo finisce ogni 31 dicembre.

    Ogni operazione, dai finanziamenti alle commissioni applicate, dalle politiche di gestione della clientela all’approvigionamento, mira ad una sola cosa: raggiungere gli obiettivi di risultato operativo del 31.12.

    Un eufemismo ripulito, ipocrita, che indica: i soldi guadagnati nell’anno. Chissenefrga dell’economia nazionale, del sistema, è un problema di qualun altro.
    Un eufemismo che è perciò una foglia di fico per le loro coscienze e un bello stimolo per i loro premi di produzione.

    Il tutto in una ottica perversa in cui il mercato si dovrebbe autoregolare, la mano invisibile ci dovrebbe rendere tutti ricchi e felici.
    Poco importa se la Storia non ha mai dimostrato ciò, ha anzi sempre dimostrato il contrario, dalla crisi del ’29, da cui si è usciti con un fortissimo impegno dei governi (ovvero investimenti), alla attuale crisi sistemica nata dal neoliberismo thatcheriano che ha raso al suolo l’industria inglese peggio di Attila (qualcuno mi sa dire il nome qualche industria importante esistente oggi in Inghilterra?)

    Ma che si può fare contro uno slogan tanto semplice e ad effetto: “lo stato non è la soluzione ma il problema” coniato non da un grande economista, non da uno storico, né analista, né filosofo, né intellettuale, nossignore, coniato da un attore di Hollywood, ora osannato dai pasdaran più ortodossi della religione liberista, i Reaganiani.

    Almeno “la mano invisibile”, slogan comunicativamente potente quanto banale e falso (ed è tale se lo si decontestualizza dal periodo storico), fu coniato da un professore di filosofia morale.

    Insomma, non mi sembrano molto populisti coloro che vorrebbero ri-statalizzare le banche.
    Invece salario minimo e pensione a 60 anni forse un po’ sì.

    PS: ci sono ricaduto, mi si perdoni la lenzuolata.

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