Non è stata un’audizione facile, quella di oggi sul gioco d’azzardo: toccava ai concessionari, che chiaramente hanno parecchi interessi nel settore, e come prevedibile hanno minimizzato le ripercussioni sociali del fenomeno. Ci siamo beccati degli allarmisti e degli ideologici, perché a detta loro ingigantivamo un problema che invece in Italia era tenuto sotto controllo e che riguardava appena l’1% della popolazione. Che poi significherebbe 600 mila italiani, una città grande come Genova, e che comunque è probabilmente un dato per difetto: tutte le associazioni del settore ci avevano detto 800 mila, che diventavano addirittura due milioni considerando i giocatori abituali a rischio. È un problema sociale, che non può essere liquidato con il sempreverde “se lo sono andati a cercare”: perché allora lo Stato non dovrebbe finanziare la chemioterapia a chi si è preso un tumore al polmone per colpa del fumo, e nemmeno versare contributi alle comunità di recupero per tossicodipendenti. Non è facile trovare l’equilibrio, ma bisogna fare qualcosa.

Gli spot. Nel mio intervento, ho rimproverato duramente alla Sisal lo spot del “Lasciatemi sognare”: per il loro responsabile marketing è “un film coinvolgente e di ampio respiro che trova la sua grandezza in un affresco corale dell’Italia e dei suoi sogni”, per me è una delle pubblicità più diseducative che abbia mai ascoltato. Lo dico senza sentirmi bacchettone: quei trenta secondi sono una bomba a mano contro il lavoro quotidiano della scuola, delle famiglie, delle agenzie educative, di tutti coloro che insegnano ai propri figli a rincorrere i sogni con determinazione e fatica. Mi hanno risposto, in sostanza, che i gusti sono gusti, anche se – per cortesia istituzionale, probabilmente – hanno poi aggiunto di essere disponibili a migliorare la comunicazione. L’importante, per loro, è che gli spot non si vietino del tutto. Ma io conservo i miei dubbi: per il fumo, ad esempio, sono vietati, e su ogni pacchetto c’è scritto chiaramente che fa male alla salute; il superenalotto, invece, è pubblicizzato, e su ogni schedina non c’è scritto che la possibilità di fare 6 è minore di quella di essere colpiti per strada da un fulmine a ciel sereno.
I soldi. La vulgata dice che alla fine, comunque sia, quei soldi allo Stato servono. E interpreta il gioco d’azzardo come una tassa volontaria sull’ignoranza della statistica. Premesso che la volontarietà dopo un certo livello sparisce, perché si entra nella dipendenza, facciamo un calcolo terra terra, al netto di tutte le ripercussioni sociali del caso. Nel 2011, su 79 miliardi e 900 milioni spesi dagli italiani al gioco, le entrate erariali sono state di 8 miliardi e 700 milioni di euro: meno dell’11%. Ipotizziamo ora che, invece di spenderli in gioco, gli italiani avessero speso questi soldi in vestiti, o in macchine, o in computer e telefonini: con l’Iva al 21%, i quasi 80 miliardi di spesa avrebbero fruttato all’erario 16 miliardi e 770 milioni, ossia quasi il doppio rispetto ai giochi. È vero, per le casse statali le entrate da gioco sono 8 miliardi in più rispetto al nulla; ma sono molto meno rispetto a quello che frutterebbero i consumi “normali”, se l’espressione mi è lecita.
Il danno sociale. Ho trascurato volutamente tutto il côté drammatico della vicenda: famiglie rovinate, usura in crescita, servizi sanitari in difficoltà, e potremmo continuare a lungo. Non è una questione di essere più o meno liberali, davvero. O almeno, l’atteggiamento dello Stato sui giochi non si può ridurre solo a questo.

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2 commenti to “Sotto controllo?”

  1. Beppe Rossi scrive:

    Invece il danno sociale deve essere analizzato! Tuitto il resto, scusa Andrea, mi sembra secondario… Anche nelle piccole realtà sono presenti le slot machine e la vendita di gratta e (non) vinci è diffusissima. Spesso mancano anche i cartelli che dovrebbero spiegare come i soldi spesi nei videopoker o anche per l’acquisto dei biglietti che si grattano son al 99% soldi gettati nel cesso…
    Da matematico vorrei che a fianco ad ogni macchinetta ed ogni rivendita ci sia il calcolo relativo alla probabilità di vincita, solo per giusta e necessaria conoscenza del cittadino giocatore: che è libero di giocare, ma nella trasparenza delle informazioni!
    Chiedo troppo?
    Anzi… è il caso di muoversi su questo tema, tenendo conto proprio delle famiglie rovinate dai giochi a scommessa!

  2. Andrea Sarubbi scrive:

    @Beppe Rossi: chiaramente sono d’accordo con te, e alla Sisal abbiamo fatto notare che la nostra Commissione non era la Finanze, ma proprio la Affari sociali, segno che il problema sociale esiste. Detto questo, il mio ragionamento voleva essere provocatoriamente al netto di tutto: facciamo due conti economici e vediamo se davvero conviene il gioco oppure no. La risposta è che allo Stato frutta di più lo shopping per le vie del centro, che tra l’altro produce meno danni e fa girare di più l’economia.

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