Non sarà un argomento da Bar Sport, ma due parole sul decreto arrivato oggi in Aula vanno dette. Il titolo giornalistico è “decreto golden share”, quello vero parla di “poteri speciali sugli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonché per le attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni”. Tradotto in maniera molto grossolana: fino a che punto lo Stato può mettere bocca nelle imprese pubbliche che furono privatizzate negli anni Novanta? Risposta del 1994: lo Stato ha l’ultima parola in qualsiasi circostanza, tramite una quota che tiene per sé o alcuni consiglieri di amministrazione con poteri particolari, e i criteri di intervento sono totalmente soggettivi. Obiezione dei giudici comunitari: non si può fare, né in Italia né altrove, perché viola il principio di libera circolazione dei capitali e perché di fatto penalizza i privati.

Dal 1994 ad oggi ci sono stati altri interventi in materia, come la poison pill della finanziaria 2006 (possibile aumento di capitale se c’è un’opa ostile riguardante società partecipate) e l’autorizzazione alla Cassa depositi e prestiti (2011) per l’acquisto di partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale, e a novembre l’Ue ci ha deferito alla Corte di giustizia: l’esercizio dei poteri speciali da parte dello Stato è ammesso solo se si fonda su “criteri obiettivi, stabili e resi pubblici” e se è giustificato da “motivi imperiosi di interesse generale”. Tipo l’ordine pubblico, la sicurezza e la sanità pubblica, ad esempio, e comunque sempre secondo un principio di proporzionalità: allo Stato possono essere attribuiti solo i poteri strettamente necessari per il conseguimento dell’obiettivo. L’ultima ratio adottabile è quella del golden power, ossia l’opposizione all’acquisto: se si tratta di difesa e sicurezza nazionale, lo Stato può esercitarla contro tutti; negli altri settori, invece, solo contro soggetti esterni all’Unione europea.

MARCO CAUSI, Relatore per la VI Commissione. Per dare una valutazione politica del percorso che il decreto-legge apre, è bene ricordare che l’Unione europea non vieta l’esistenza di imprese pubbliche; chiede, però, che il mercato dei capitali sia libero, e che quindi le imprese a parziale partecipazione pubblica collocate sul mercato dei capitali non siano soggette a poteri di tipo discrezionale ed imprevedibile. Lo Stato può mantenere un golden power, un potere speciale, ma lo deve fare in relazione a interessi nazionali e con forme adeguate e proporzionali alle minacce.
Nel corso delle audizioni presso le Commissioni bilancio e finanze della Camera, le principali imprese nazionali a controllo pubblico coinvolte nella riforma – come ENI, ENEL, Terna, Finmeccanica, oltre a Telecom, che non è a controllo pubblico, ma possiede importanti attivi strategici – hanno manifestato adesione e condivisione sul nuovo modello dei poteri speciali, esprimendo, semmai, qualche preoccupazione per la complessa gestione degli adempimenti che la riforma impone. (…) I trattati europei, in ogni caso, non si oppongono alla discesa in campo dello Stato tramite strumenti di diretta proprietà. Resta possibile, ad esempio, utilizzare la Cassa depositi e prestiti e i suoi fondi per interventi nell’economia, anche attraverso la partecipazione al capitale d’impresa.
Per un’eventuale difesa di un’impresa pubblica da una scalata ostile, resta ferma la disciplina della poison pill, introdotta nel 2006. Restano, altresì, ferme le disposizioni del 1994, che permettono di introdurre limiti statutari all’esercizio del diritto di voto, o al possesso azionario, per le società operanti nei settori strategici e negli altri pubblici servizi, oltre che nel settore bancario e assicurativo, laddove applicabili.
Per effetto di ciò, oltre che del fatto che tali limiti decadono solo a fronte di offerte pubbliche di acquisto o capaci di raggiungere la soglia del 75 per cento del possesso azionario, non vi sono imprese a partecipazione pubblica, nei settori e con i meccanismi definiti dal decreto-legge in oggetto, in cui il proprietario pubblico rischi di perdere il controllo, a meno che non decida volontariamente di farlo.
Resta, infine, allo Stato l’azione di moral suasion e di indirizzo.
Con i nuovi poteri speciali, allora, non si sta smantellando l’intervento pubblico nell’economia, lo si sta riscrivendo entro regole compatibili con l’Europa, che ne cambino la natura.

A proposito: per questo decreto, il liberale Mario Monti si è preso pure del “marxisteggiante” e “socialisteggiante”. Il copyright è del responsabile Gianfranco D’Anna, erede naturale di Benedetto Croce.


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2 commenti to “Lo Stato imprenditore”

  1. Giorgio Papallo scrive:

    Importante che loStato mantenga quota di controllo sulle
    aziende pubbliche. Ma questo purtroppo significa che saranno privatizzate. Anche se espressamente non si dice. E, cosa ancora peggior, non sappiamo neppure come verranno privatizzate.
    Come al solito questo governo, e chi lo sostiene, gioca con le parole. Chiamiamo le cose con il loro nome. Sistema di controllo azionario per vendere a chi voglio e come voglio.
    Io sono contrario alle privatizzazioni perchè fin’ora sono state regali agli amici (Stet, Sip, Autostrade, CIR, …). E questa classe dirigente ha dimostrato ampiamente di non meritare alcuna fiducia, sulle proprie scelte.

  2. cicero tertio scrive:

    Una volta lo Stato con l’IRI faceva anche il pasticcere (Motta e Alemagna) poi ha fatto solo pasticci con le privatizzazioni. Come non ricordare la Telecom ai tempi di D’Alema, ora dopo vari passaggi un’azienda piena di debiti, e come non essere felici di pagare l’obolo ai Benetton quando si è obbligati a servirsi di un’autostrada?
    Menomale che ora c’è questa meravigliosa Europa dei poteri non elettivi che ci dice ciò che possiano o non possiamo fare in casa nostra e magari lo dice di meno ad altre nazioni più “in” che guardano agli ultimi bocconi che potremo offrirgli per pagare loro gli alti interessi del nostro debito a spread .

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