Nello studio della Banca d’Italia sulla distribuzione del reddito, quello in cui emerge che le dieci persone più ricche del nostro Paese hanno nelle loro mani la ricchezza dei 3 milioni di italiani più poveri, c’è pure un altro dato che mi colpisce allo stesso livello: la percezione, cioè, che oggi la ricchezza sia sempre meno legata al reddito e sempre più al patrimonio. L’italiano medio è convinto che, per passarsela bene, dalle nostre parti non sia importante saper fare qualcosa, o indovinare l’attività giusta al momento giusto: la cosa più importante – tranne che per qualche eccezione, tipo il calciatore o la star dello spettacolo – è nascere in una famiglia che se la passi già bene di suo. Tutto il resto è secondario.

Quando ho letto i titoli dei giornali su questo studio – che tra l’altro ha già due mesi, ed è curioso che ce ne siamo accorti tutti oggi – pensavo che fosse effettivamente così: che in Italia, cioè, fossero quasi ininfluenti i redditi rispetto ai patrimoni. Poi, andandomi a studiare il testo ufficiale del rapporto, ho capito che si parlava di una percezione, e inizialmente ho tirato un sospiro di sollievo; invece no, c’è poco da sospirare, perché questo studio ci dice comunque che gli italiani sono ormai rassegnati ad avere nel proprio condominio un ascensore sociale rotto, e sono convinti che le abilità di ciascuno servano a poco. È l’Italian nap, la pennichella italiana: tutto il contrario dell’American dream, il sogno americano.

“Sulla base delle risposte fornite dagli intervistati, con un punteggio lungo una scala che va da 1 a 10 (dove 1 indica l’opinione per cui “a lungo andare un serio impegno porta a una vita migliore” e 10 che “un serio impegno non conduce al successo; è più questione di fortuna e di relazioni”) si rileva che l’Italia è agli ultimi posti per il ruolo assegnato all’impegno e al lavoro (48esimo posto sui 55 paesi per cui è disponibile l’indicatore). Il punteggio medio dell’Italia (5,3) è simile a quello della Francia (5,3) ma inferiore a quello di quasi tutti gli altri paesi occidentali (Germania 4,8; Olanda e Norvegia 4,9; Giappone 5; Gran Bretagna e Svezia 4,5; Spagna 4,2; Canada 4; Stati Uniti 3,9)”.

In America, nonostante la crisi economica, c’è ancora una speranza dominante: la convinzione che, se sai fare bene la pizza, oggi farai l’aiuto pizzaiolo, domani il pizzaiolo capo, dopodomani ti comprerai la pizzeria e un giorno aprirai una catena di locali. In Italia ci si sta ormai rassegnando al fatto che, se vuoi lavorare in pizzeria, sarà più fruttuoso chiedere un piacere a quell’amico di tuo padre che ne ha una anziché iscriverti al corso dell’Accademia Pizzaioli.

“Le opinioni possono riflettere, oltre che i diversi tratti culturali delle popolazioni residenti nei vari contesti, anche i differenti assetti sociali e istituzionali; è cioè possibile, ad esempio, che la società statunitense attribuisca un maggiore ruolo al merito non solo sul piano del riferimento culturale – il cosiddetto sogno americano – ma anche supportando un più elevato livello di meritocrazia rispetto a quanto si riscontra in Europa, e in Italia in particolare. I giudizi inerenti l’origine della ricchezza e il ruolo dei vari fattori analizzati nel determinare il successo di un individuo sono correlati all’avversione alla disuguaglianza; coloro che ritengono che la fortuna e i genitori abbiano un peso rilevante sono più propensi a considerare forme intervento dello Stato per limitare la disuguaglianza. L’opposto si verifica per quelli che invece ritengono che il successo dipenda fondamentalmente dall’impegno e che la povertà sia determinata da libere scelte degli individui”.

La traduzione con l’accetta che abbiamo sentito in questi anni è che il modello americano (più meriti e meno Stato) sarebbe di destra, mentre il suo opposto (meno disuguaglianza e più Stato) sarebbe di sinistra. La sfida di un partito riformista è quella di saperli tenere insieme: meriti individuali nella scalata sociale, ma nell’economia la giusta presenza dello Stato per riequilibrare la bilancia a favore dei 3 milioni di poveri che hanno quanto i 10 italiani più ricchi. A questo pensavo quando ho accettato la candidatura nel Partito democratico, quattro anni fa, e non mi sono ancora rassegnato all’idea che in Italia sia possibile riparare l’ascensore rotto.

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5 commenti to “L’ascensore rotto”

  1. Jacopo scrive:

    ma infatti il merito non fa a pugni con l’uguaglianza. andiamo aad analizzare l’operato di questo governo. questo governo sta facendo scelte indiscutibilmete di destra; per dirla secca, da quando si è insediato ha stangato pesantemente e sta continuando a stangare chi ha di meno, mentre non tocca in alcun modo chi ha di più; la faranno l’asta delle frequenze? e sull’ici alla chiesa? e il ddl anticorruzione, dove è finito? e, alla luce dei dati che fornisci tu stesso, quelli relativi ai dieci italiani rpiù ricchi che da soli possiedono come i più poveri, non sarebbe forse stato il caso di intervenire pesantemente con una patrimoniale dura, per far pagare chi non ha mai pagato? i membri di questo governo parlano tanto di flessibilità, del posto fisso che è noioso, dei giovinastri che vogliono la mamma, del fatto che bisogna saper cambiare, eccetera; poi guardi le loro storie personali e scopri che i più vecchi, come la fornero, la cancellieri, lo stesso monti, hanno sistemato i loro pargoli in modo che non abbiano nessuna preoccupazione nè oggi nè mai (devono volergli ben male: così li stanno facendo morire dinoia; faglielo presente tu, che li vedi tutti i giorni), mentre i più giovani, come l’ottimo martone, hanno la ventura di un padre che si è fatto in quattro per loro (di martone è interessante anche la storia del fratello e di come ha passato l’esame di avvocato): dal che si sfata anche un altro mito, quello cioè di avere un governo finalmete somigliante agli altri governi europei; tutto ciò è terribilmente italiano, invece, direbbero in boris. oggi ancor più che con berlusconi, forse perchè ormai prossimo alla laurea, credo davvero che il fatto di non avere appoggi alle spalle mi renderà molto difficile la strada verso la vita lavorativa gratificante che sto cercando di costruirmi studiando forte, e che credo di meritare; questo governo, queste persone, le loro mosse e le loro storie, rendono sempre più concreto questo mio timore. che dovrebbe fare un partito “riformista”? per prima cosa, credo, non cedere su ogni cosa che un governo così gli sottopone; cercare di dotarsi di una classe dirtigente più credibile; ascoltare i cittadini, specie quelli che sono più in difficoltà, che peraltro costituiscono (o dovrebbero costituire) la sua base elettorale; ma il partito riformista in questione pare abbia idee un tantino diverse…

  2. cicero tertio scrive:

    I luoghi comuni sono duri a morire: così non si vuol ammettere che l’american dream si è nel frattempo trasformato nell’american nightmare (incubo) con milioni di homeless senza più speranza dovuta alla crisi provocata dal sistema oligarchico ben destritto nel saggio di Paolo Barnard “Il più grande crimine” (pag.60 e seguenti). Negli USA c’è un rapporto tra ricchezza di pochi e povertà di molti ancor più spietato che da noi.
    Poi la solita distinzione tra destra capitalistica affamatoria e sinistra riformista con evocazione del rito purificatore della patrimoniale punitiva di Jacopo che forse no sa che i grossi patrimoni sono ben celati e inattaccabili altrove.
    Aggiornate i vostri files, please.

  3. http://www.fga.it/uploads/medi.....intesi.pdf

    slide 3 ma soprattutto 15 (quella sulla differenza di rendimento tra scolari con genitori con istruzione basica e gli altri)

  4. Andrea Sarubbi scrive:

    @cicero tertio: lo studio di Bankitalia parla di percezioni. Che a te piaccia o meno, negli Usa c’è una percezione di potercela fare per i propri meriti, in Italia no. Non ho mai adottato l’American dream a scatola chiusa, anche perché il corollario del sogno americano – anche questo affrontato nello studio di cui sopra, che ti consiglio di leggere – dice che i poveri, in sostanza, se la sono cercata. Ma se tu guardi il grafico del Corriere della sera di stamattina, a proposito del pezzo di Pietro Ichino, ti dice esattamente questo: che l’Italia è la società più bloccata e gli Usa quella meno. Con tutti i rischi del caso, naturalmente, e se non li tenessi in conto non sarei nel Pd ma nel Gop.

  5. cicero tertio scrive:

    Ci sarebbe da fare un trattato ma in breve:
    Sicuramente, parlando di macrooeconomia, l’economia americana è più flessibile ed è in grado di reagire meglio alla crisi rispetto a quelle europee, inoltre il dollaro è moneta sovrana ( e che moneta… è quella ancora di riserva internazionale) che la FED può regolare nel rapporto di cambio e di tasso mentre il nostro sciagurato euro noi non possiamo regolarlo e ci provoca ora solo problemi.
    Ma quello che ultimamente ho capito leggendo Barnard è che ora c’è un disegno transnazionale da parte di un ristretto gruppo di potere che riesce manovrando la finanza a piegare ai propri interessi i processi dell’economia mondiale.
    Passando alle persone ci sono mentalità differenti dovute alla storia. Gli americani, diciamo in breve, sono più ottimisti, c’è ancora il retaggio dell nuova frontiera delle carovane che viaggiavano verso i nuovi territori dell’ Ovest nell’ 800, c’è la mentalità protestante per cui ciascuno è l’artefice del proprio sussesso, (Dio premiala tua intraprendenza) e quindi anche il colpevole del contrario. E’ rimarchevole per la nostra mentalità questo individualismo e la mancanza di solidarietà sociale che fa si che lì ci siano contrasti e differenze in molti campi ed economicamente spesso abissi tra ricchi e poveri. Io inoltre noto in loro spesso tanta ingenuità, infantilismo e credulità come si vede in tante manifestazioni del loro modello sociale poco solidale e religioso.
    Da noi c’è una mentalità diversa, la storia millenaria ci ha reso più scettici e disincantati, specie nei paesi latini, dove il cattolicesimo ha anche limitato l’individualismo e l’intraprendenza dei popoli che sono più fatalisti e meno intraprendenti.
    Parlando di noi sicuramente siano ora un paese in declino, ingessato e con paura del futuro, la società sta perdendo sempre più speranza e forse la situazione diventerà irreversibile: declino demografico, economico, di valori di riferimento, ultimamente, ultima risorsa, ci siamo affidati all’Europa. Ora sperimentiamo la cura e il rimedio sarà peggio drel male,
    Confontare il Pd italiano con il Gop americano per me è parlare di due modi e mentalità talmente distanti, come fossero abitanti di pianeti diversi, che ha poco senso.

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