Sono ricominciati gli sbarchi e, con loro, le tragedie. Con il centro di accoglienza di Lampedusa dichiarato inagibile dopo l’incendio dell’anno scorso, e con l’isola che non vuole rivivere il film del 2011: l’appello del sindaco è che si lascino i migranti nell’isola il meno possibile (“il tempo di sfamarli, di visitarli e di trasferirli nei Cara”) e sinceramente non si riesce a dargli torto, perché non si può pensare che un’isoletta in mezzo al Mediterraneo si faccia carico da sola di un problema italiano. Anzi, europeo. Anche perché, finché il centro rimane inagibile, ufficialmente non sarebbe nemmeno consentito fare sbarcare a Lampedusa i disperati: l’isola rientra nella categoria di “porto non sicuro” (così decise Maroni, poco dopo l’incendio del 20 settembre scorso) e ogni volta la Capitaneria di porto deve chiedere una deroga, con la motivazione che si tratta di un’emergenza e che non c’è tempo di arrivare altrove.

C’è Malta che latita, e questo è un problema serio che spero la Farnesina affronti ai più alti livelli (anche domani a Roma, negli incontri ufficiali già in programma da tempo): non è possibile che facciano finta di niente quando le nostre autorità li avvertono della presenza di barconi nelle loro acque territoriali, né che rimandino indietro – come è successo pochi giorni fa – un peschereccio francese che aveva soccorso alcuni disperati, dicendo all’equipaggio di dirigersi verso Lampedusa. Se non ha cambiato idea nel frattempo, mi risulta che La Valletta abbia ratificato la Convenzione di Ginevra nel 1971; ha addirittura una legge sui richiedenti asilo (che a noi invece manca) e ospita, oltre all’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, anche diverse organizzazioni internazionali (fra cui il Jesuit Refugee Service) per la gestione di alcuni centri di accoglienza. Fa parte dell’Unione europea e riceve ogni anno da Bruxelles 20 milioni di euro per fare un lavoro che invece non svolge: può darsi che questo basti al resto d’Europa per mettersi la coscienza a posto, ma in realtà non può bastare a noi, visto che il Mediterraneo non è una piscina privata. Noi – nel senso di “loro”, Pdl e Lega, quando ci governavano – abbiamo sbagliato a rincorrere Malta sui respingimenti, e la Corte di Strasburgo ci ha giustamente condannati; se la ritrovata credibilità internazionale dell’Italia ha un senso, però, Monti deve porre il problema serio di una politica comune, altrimenti ogni Paese di frontiera rischia di adottare le soluzioni peggiori. Nell’ordine: la Spagna del progressista Zapatero che spara sui migranti; l’Italia che li respinge; Malta che fa finta di non vederli e, quando arrivano, li manda a Lampedusa; la Grecia che ha deciso di costruire un muro di 12 km e mezzo con sorveglianza radar lungo il confine turco, sul fiume Evros, per bloccare gli ingressi via terra. E nel frattempo – ci fa sapere l’Acnur – i flussi di disperati non si fermano: anzi, è probabile che nelle prossime settimane aumenteranno. Speriamo che la lezione dell’anno scorso sia servita a qualcosa.

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2 commenti to “La lezione del 2011”

  1. cicero tertio scrive:

    Ecco, sono d’accordo, sia una buona volta l’Europa a farsi carico del problema, stabilire le regole e ripartire i costi.
    E’ l’Europa che fa finta di miente, non i paesi mediterranei. Malta è troppo piccola, la Grecia ora è troppo povera ( mi stupisco che non siano loro ora a migrare) noi abbiamo già le nostre castagne da pelare. A cosa serve l’Europa, oltre ad impoverirci ?

  2. MANLIO scrive:

    Arrivano in ordine:la sentenza ad orologeria della corte di Strasburgo,la deriva xenofoba di Sarkozy,i migrantia a Lampedusa.Quando di dice i casi…

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