I momenti in cui normalmente si parla di politica estera nell’Aula di Montecitorio sono quelli in cui c’è qualche italiano sequestrato o ucciso fuori dai confini, o quelli in cui il governo viene a chiedere soldi per le missioni internazionali. Per il resto, ben poco. Ma ieri pomeriggio si è discusso di Sahel e di Corno d’Africa, con un’interpellanza urgente che io stesso ho illustrato: insieme a Jean-Léonard Touadi abbiamo chiesto al governo come intenda rispondere l’Italia agli appelli dell’Onu per aiutare i milioni di persone che stanno letteralmente morendo di fame. Se non avete voglia di leggere il mio intervento – che tra l’altro è totalmente sgrammaticato, perché svolto in gran parte a braccio: una roba più di cuore che di testa – andate direttamente alla fine, per scoprire la risposta del governo.

ANDREA SARUBBI. Vorrei spiegare al Governo e a lei, signor Presidente, il motivo per cui questa non è un’interpellanza buonista: è un’interpellanza che non sa di «terzomondismo», ma di vita concreta di questo Parlamento. Voglio fare un esempio al sottosegretario: ieri mattina è venuto in Aula il ministro Terzi di Sant’Agata che ci ha parlato nella sua informativa del rapimento prima – e poi purtroppo dell’uccisione – di Franco Lamolinara in Nigeria, con questo blitz britannico purtroppo non concordato.
 Bene, cioè male; tutto ciò è avvenuto in un’area che vede una forte assenza dello Stato, in un ambiente politico condizionato da questo, ed è legato anche ad una situazione drammatica dal punto di vista economico. C’è scarsità di ogni bene di prima necessità, c’è una povertà assoluta ed è un posto – la Nigeria, visto che parliamo del caso Lamolinara – in cui la solidarietà etnica e tribale prevale su tutto il resto. Quindi, le possibilità di guadagno o di mera sopravvivenza che certe volte danno il contrabbando e le organizzazioni criminali fanno in modo che accadano anche casi come quello di Lamolinara. 
Ieri in quest’Aula parlavamo di Lamolinara e oggi torniamo a parlare della stessa area, perché tutto è legato, non solo in Africa ma nella geopolitica mondiale.
In questo stesso Parlamento l’anno scorso abbiamo autorizzato – con grande sofferenza da parte mia, e non solo mia – la missione in Libia. E nell’area del Sahel è cambiato qualcosa dopo la guerra in Libia, perché questo conflitto, che ha portato alla caduta di Gheddafi, poi ha provocato un afflusso di armi che ora vengono contrabbandate in tutto il Sahel fino a raggiungere la Nigeria, da un lato, e la Somalia, dall’altro.
 La sconfitta di Gheddafi ha provocato poi una fuga dei Tuareg dalla Libia verso il Mali. Questa fuga ha rinfocolato la ribellione nel Mali – dove erano quasi tre anni che più o meno si stava fermi, cioè c’era una tregua abbastanza fragile – e questa nuova ondata di violenze in Mali ha portato a 172 mila sfollati (almeno secondo i dati forniti dall’ONU). Ci sono state reazioni su reazioni, gli abitanti del sud si sono sfogati contro i Tuareg a Bamako e, insomma, la situazione è drammatica anche lì. Ecco, i due casi che ho appena citato (Lamolinara e la guerra in Libia) dimostrano quanto l’attività di questo Parlamento sia legata all’interpellanza che sto per illustrare.
Molti dei profughi fuggiti dal Mali di cui parlavo sono all’estero: in Mauritania, Burkina Faso e in Niger, tutti Paesi che stanno soffrendo in questo momento di grave carestia. Ecco qui un’altra delle grandi contraddizioni dell’Africa: il Niger non è il posto in cui si trova l’uranio che serve per il funzionamento delle centrali nucleari? Sì, è così, e questo, da un lato, dovrebbe significare che si tratta di un Paese ricco, ma, dall’altro, significa che invece i Paesi occidentali hanno le loro responsabilità anche in questa zona.
Ma torniamo all’oggetto dell’interpellanza. Ai conflitti regionali – perché le disgrazie non vengono mai sole – si è unita una siccità fortissima che purtroppo non è la prima, anzi è la terza nell’ultimo decennio, che ha portato a prezzi alimentari elevatissimi. Adesso c’è una crisi umanitaria di proporzioni spaventose.
Vi sono piogge irregolari, raccolti chiaramente scarsi, il che poi significa malnutrizione e di fatto rischio di vita per tantissime persone, in particolare per i bambini.
Allora, siccome è la terza volta che la siccità colpisce questa regione e siccome la popolazione proprio adesso stava cominciando a riprendersi dopo l’ultima crisi del 2010, siamo obbligati a fare qualcosa.
 In certe zone c’è stato un calo di produzione di cereali della metà rispetto al 2011; il 46 per cento in Mauritania, un po’ meno (il 14 per cento) in Burkina Faso. I raccolti sono diminuiti. Il Governo del Niger ci dice che 5 milioni e mezzo di persone o forse più corrono il rischio di soffrire la fame. In Ciad, sei delle undici regioni che si estendono sul Sahel registrano livelli critici di malnutrizione. L’ONU sostiene che nell’immediato futuro il Sahel diventerà enormemente dipendente dall’importazione di cibo e sarà costretto ad acquistarlo – chissà con quali soldi – a prezzi esorbitanti sui mercati internazionali.
Vi è un’altra notizia, anche questa di poco tempo fa: il Programma alimentare mondiale (PAM) afferma testualmente che, mentre in Corno d’Africa il cibo è mancato completamente – proprio in quest’Aula abbiamo discusso con il Governo precedente una mozione unitaria per la lotta alla carestia nel Corno d’Africa e ricordo un intervento appassionato dell’onorevole Renato Farina, che era stato il primo firmatario di quella mozione – in Sahel il cibo c’è, però è troppo caro per le popolazioni che vivono in povertà.
 Quindi, il Programma alimentare mondiale ci invita a fare in fretta, perché dal momento in cui il PAM riceve gli aiuti a quello in cui acquista gli alimenti passano da quattro a sei mesi.
Questo è il motivo per cui non abbiamo presentato un’interrogazione tout court, ma un’interpellanza urgente, con cui chiediamo al Governo un intervento urgente, perché se da qui a sei mesi arriverà il cibo, già è difficile sopravvivere questi sei mesi: figuriamoci se perdiamo un altro po’ di tempo.
Ci sono già diverse organizzazioni italiane sono storicamente impegnate in quest’area. Il rapimento di Rossella Urru, ad esempio, è avvenuto perché lì c’era un progetto di cooperazione per aiutare le popolazioni svantaggiate di quell’area geografica; un’area tra le altre cose con dei confini difficilmente individuabili, perché furono tracciati con il righello: non c’è una catena montuosa, o un fiume, o qualcosa per il quale uno possa dire che di qui si chiama Algeria e di lì si chiama Mali, per esempio. Ed è un’area in cui l’Italia è sempre stata presente. C’è stata, dicevo, con Rossella Urru, ma c’è da tempo anche il Coopi, che un istante fa mi ha mandato su Internet un link al proprio sito, che stavo guardando adesso. Hanno mandato un loro inviato nel Niger e l’articolo che le segnalo, signor sottosegretario, sul sito www.coopi.org, dice testualmente: “Niger: i granai sono completamente vuoti”. Questo è il titolo del reportage di Giacomo Franceschini, appena rientrato dalla missione nel Niger.
Stiamo facendo qualcosa anche da qui a livello di ONG. Per esempio la Caritas ha messo a disposizione 100 mila euro, che sono tanti per un’organizzazione come la Caritas, che di fatto vive in povertà quanto i poveri che aiuta. Ha cercato di aiutare in ogni modo la Caritas del Mali, ha messo insieme un sistema di allerta delle diocesi e delle parrocchie, sta distribuendo cibo e sementi gratuiti, sta rifornendo un po’ i granai di riserva dei villaggi nel Mali e sta sostenendo alcune attività piccole generatrici di reddito: sistemi come denaro per lavoro
(cash for work) e cibo per lavoro (food for work).
Caritas ha risposto a un appello del Papa che proprio recentemente aveva invitato tutta la comunità internazionale ad “affrontare seriamente l’estrema povertà di queste popolazioni, le cui condizioni di vita – cito Benedetto XVI – si stanno deteriorando”.
 E la stessa Caritas conclude il proprio comunicato della settimana scorsa, dell’8 marzo, con le seguenti parole: “Caritas italiana rinnova l’invito alle istituzioni governative e internazionali ad un’azione immediata per evitare un’altra catastrofe umanitaria come quella che ha già colpito il Corno d’Africa”.
Questo è appunto il motivo per cui siamo qui, signor Presidente e signor sottosegretario. Si pensava che in Corno d’Africa la situazione fosse più o meno risolta. L’ONU dichiara che la fase critica della carestia si è conclusa, però – se poi andiamo a vedere la situazione attuale – le popolazioni dipendono quasi completante dagli aiuti delle organizzazioni umanitarie. Le Nazioni Unite avevano chiesto 750 milioni di dollari per far fronte all’emergenza e siamo ancora piuttosto lontani;
l’Unione europea il 20 gennaio ha raddoppiato gli aiuti per la regione, eppure tutto questo non è bastato, perché mancano delle politiche a lungo termine.
Quindi, da un lato c’è il Corno d’Africa e dall’altro abbiamo il Sahel, in cui questa carestia sta mettendo a rischio milioni di vite (i numeri sono anche difficili da fare: alcuni dicono 10, altri 15 milioni). Tra l’altro, questo potrebbe avere anche un impatto – lo dico facendo un ragionamento che di solito non è mio – sull’immigrazione in questo Paese, perché poi non possiamo fare finta che non arrivino dei disperati qui, né possiamo chiudere gli occhi e le braccia di fronte a chi arriva sfuggendo dalla fame.
 Quindi, è quanto mai doveroso un intervento di questo tipo. Inoltre, visto il ruolo che l’Italia ha storicamente svolto, così come ci stiamo impegnando in quell’area – so per certo che ci stiamo impegnando da un punto di vista diplomatico – per la liberazione dei nostri ostaggi (ho citato Rosella Urru, ma potremmo dire parlare nella stessa zona di Maria Sandra Mariani) non possiamo non impegnarci per risolvere alla radice alcuni problemi. 
Infatti, se i due aspetti non sono strettamente legati, nel senso che non hanno rapito Rossella Urru perché avevano fame, però certamente, se in quell’area ci fosse stata una migliore situazione economica e una presenza maggiore dello Stato, anche le organizzazioni criminali e terroristiche avrebbero avuto meno terreno fertile.
Detto questo, la richiesta del Partito Democratico al Governo è di sapere quali iniziative urgenti il Governo intenda adottare per fronteggiare l’emergenza di questa nuova carestia in Sahel e la crisi alimentare nel corno d’Africa.

Come è andata? Insomma. Il governo ci ha comunicato di avere stanziato un milione e mezzo di euro per il Corno d’Africa (poco più della meta andrà all’Unicef), ma non ci ha detto una parola sul Sahel. Voglio sperare che sia per colpa del titolo sbagliato dell’interpellanza, che (per un errore di non-so-chi) nominava solo il Corno d’Africa. Temo, purtroppo, che non sia così.

P.S. Alcuni spunti sulla situazione geopolitica dell’area li ho presi da un articolo molto interessante di Unimed, l’unione delle Università del Mediterraneo. Vi consiglio di leggere anche quello, che tra l’altro è scritto decisamente meglio del mio intervento.

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2 commenti to “Di fame si muore ancora”

  1. Fabiom Ceseri scrive:

    OTTIMO, OTTIMO, OTTIMO

  2. cicero tertio scrive:

    Vorrei porre una domanda da poco competente: ma solo noi come Italia ci dobbiamo fare carico dei problemi di questi luoghi che, lo riconosco, ora sono divenuti drammaticamente globali anche perchè ci sono dei nuovi cambiamenti climatici dovuti al dissennato sfruttamento del pianeta? Ma l’Europa di Bruxelles non c’entra mai quando ci sono fondi da stanziare per questi casi? E poi quando i profughi sbarcano da noi ci sentiamo dire : “sono affari vostri”.

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