Anche sul decreto rifiuti, votato stamattina dalla Camera, il governo ha deciso di mettere la fiducia. Il motivo ufficiale è l’alto numero di emendamenti (quasi 400) e la mancanza di tempo per la conversione in legge; in realtà, bisogna ammetterlo, la fiducia è stata necessaria perché su alcuni temi non c’è in quest’Aula una maggioranza politica: la questione dei commissariamenti, il pagamento della Tarsu, il trasporto dei rifiuti nelle altre Regioni, e così via. Sono temi spinosi anche all’interno dei singoli partiti, perché – esclusi quelli territoriali, come la Lega – anche la provenienza geografica diversa dei deputati porta a valutazioni differenti sul tema: se l’accordo è già difficile all’interno di una coalizione omogenea, figuriamoci in una situazione del genere, in cui si rischia di restare prigionieri dei veti incrociati. Ecco allora la fiducia, dicevamo, su un decreto che non accontenta nessuno fino in fondo ma che comunque – almeno su alcuni temi, tipo la chimica verde – rappresenta un passo in avanti.

Una parte di questo decreto, quella meno condivisibile, è frutto di una patologia tutta campana: in condizioni normali, la decisione di aprire impianti in una provincia anziché un’altra e lo spostamento dei termovalorizzatori, ad esempio, sarebbero temi molto più da Consiglio regionale che non da Parlamento nazionale. Ma la Regione Campania continua a latitare, e quindi eccoci ancora qui, tra un colpo al cerchio (il CIP6 anche per i termovalorizzatori campani) e uno alla botte (la necessità del consenso da parte della Regione verso la quale dovrebbero essere inviati i rifiuti di Napoli), con la consapevolezza che la soluzione definitiva del problema non passa per un decreto legge, ma per il ritorno a una gestione ordinaria dei rifiuti.

ALESSANDRO BRATTI. La Campania in questo contesto deve rientrare nella gestione ordinaria! Per questo, non ci piacciono per nulla i rafforzamenti ai poteri dei commissari che operano su tutta la Regione, provvedimento che solleva dalle responsabilità che gli competono il presidente della giunta regionale, Caldoro, nella scelta dei siti dove realizzare impianti di smaltimento. Non ci piace che le Province possano in futuro riscuotere la tassa sui rifiuti creando distorsioni pericolose: (…) noi continueremo a insistere su ogni provvedimento legislativo, d’ora in avanti, perché questa funzione ritorni definitivamente in capo ai Comuni, così come in tutte le parti d’Italia. Non ci piace che si continuino a mandare rifiuti in maniera non controllata in tutte le parti del Paese. Non ci piace che si portino i rifiuti all’estero, versando denaro dei cittadini italiani nelle casse di altri Paesi, spacciando questa come la soluzione di tutti i problemi. A giugno di quest’anno, l’Europa deciderà se sbloccare i fondi strutturali per la Campania e verificherà se sono stati realizzati quegli impianti necessari per andare verso la normalità, pena una multa per l’Italia salatissima. Il rischio è che, grazie all’inefficienza della Regione, la multa si pagherà. Di fatto, la Regione, il Comune di Napoli e la Provincia di Napoli non hanno provveduto a costruire né un inceneritore (è tutto bloccato) né una discarica per tamponare le difficoltà contingenti, ma neanche una rete di impianti di compostaggio. Sono ormai passati due anni dall’insediamento della giunta regionale campana, ma nonostante i cinque decreti governativi e i diversi poteri speciali conferiti si è ancora al palo.

In ogni caso, ridurre il tema dei rifiuti alla Campania sarebbe miope, visto che le uniche Regioni italiane attrezzate su standard europei sono Lombardia, Emilia-Romagna, Trentino e Veneto, che pure il Lazio e la Calabria sono ormai a un passo dall’emergenza e che la Sicilia rischia di tornarci; e tutto questo significa spreco di soldi, perché le multe europee vengono pagate naturalmente con i soldi dei cittadini. Soluzioni? La nostra è quella di un’Italia solidale, ma non fessa.

ALESSANDRO BRATTI. È doveroso che, da parte delle Regioni che hanno una dotazione impiantistica adeguata, venga data la disponibilità per trattare e smaltire, non in discarica, parte dei rifiuti urbani oggi giacenti negli impianti campani. Questa è un’operazione fattibile perché oggi gli impianti del nord Italia, così come quelli olandesi, non hanno rifiuto urbano sufficiente per funzionare a pieno regime. Perché quindi non utilizzarli in questa fase in materia trasparente, determinando i costi, le modalità di trasporto e le modalità di smaltimento, sotto un controllo attento del ministero e delle Regioni? I soldi per lo smaltimento rimarrebbero in Italia e andrebbero a parziale ristoro economico proprio per quelle realtà del nord virtuose che giustamente hanno perseguito politiche efficienti. Però (…) ognuno deve fare la sua parte e il tempo per il presidente Caldoro sta per scadere: la Campania si doti di quegli impianti necessari per un vero ciclo industriale dei rifiuti urbani; i cittadini campani per primi ne hanno il diritto.

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6 commenti to “E siamo ancora qua”

  1. Sabino scrive:

    Grazie per aver anche tu sostenuto l’ordine del giorno dell’on.le Bossa.
    Per chi non ne è a conoscenza, si tratta di una integrazione al decreto rifiuti, accolto dal Governo, che nelle aree protette non è più possibile collocare discariche.
    L’on.le Bossa si è ricordata che è stata la prima presidente della comunità del parco Vesuvio.
    Dal profondo del cuore grazie
    Sabino

  2. Giulio scrive:

    Bisogna costruire gli inceneritori! (e farli funzionare, non come quello di Acerra!)

  3. cicero tertio scrive:

    Non ho più seguito la faccenda perchè ne ho la nausea, ma cavolo nemmeno l’unico inceneritore di Acerra funziona ?!!

  4. Ivan scrive:

    Lasciamo perdere la bizzarria di questo Paese in base alla quale se un cartone della pizza sporco si sposta, necessita di preventiva autorizzazione, mentre se lo fa un quintale di rifiuti tossici industriali, non ce n’è bisogno. Visto il rifiorire di controlli, se ne potrebbe fare uno semplice: contare i rifiuti prodotti da imprese, ospedali, cimiteri etc; contare le registrazioni in discariche regolari e chiedersi dov’è finita la differenza.
    Mi vine invece una domanda: il nord Europa e il Nord Italia, rispetto al Mezzogiorno, hanno un livello di consumi (non di rifiuti) per lo meno uguale. Ora come mai, diciamo a parità di “munnezza potenziale”, la Campania necessita di 5 (dico cinque) inceneritori mentre quelli delle regioni settentrionali possono smaltire la munnezza altrui? Evidentemente in quelle zone, operazioni di prevenzione, riciclo, recupero etc. fanno sì che solo una parte minima della munnezza potenziale diventi munnezza reale da incenerire. E allora, perché invece di scornarci sugli inceneritori non realizziamo tutto il resto (compostaggio etc) rispetto al quale non ci sarebbero proteste? Risposta: perché da tutto il resto (soprattutto dalla prevenzione e dalla riduzione) non ci si guadagna abbastanza. In fine, l’inceneritore di Acerra si scassa perché dentro vengono bruciate ecoballe tal quali, non di rifiuti selezionati per l’incenerimento. Ora considerando che la selezione, lo stoccaggio e l’incenerimento sono stati pagati con svariate paccate di milioni, non sarebbe il caso di farsele restituire?

  5. MANLIO scrive:

    Ma la Campania non è stata governata per 15 anni dal centrosnistra?Ed a Napoli non c’è un sindaco di sinistra dopo quello di sinistra?Ma com’è che quando dici sinistra senti odor di monnezza? Intanto,dalle parti dove abito io,si è mobilitata la sinistra contro il termovalorizzatore.Dopo avere fatto un bel po’ di casino da parte di presunti ecologi,è arrivato una specie di festival dell’Unita’ che mai si era visto prima.La monnezza serve per mobilitare la gente,politicizzarla raccontandogli balle,poi si passa a riscuotere.Del resto chi se ne fotte:ogni fronte ha la sua guerra.A Milano si combatte con le procure,a Roma con gli scandali,altrove con la monnezza,dovunque con la propaganda e le mistificazioni

  6. Ivan scrive:

    qualche passo avanti lo facciamo:
    http://espresso.repubblica.it/.....ma/2176674

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