Lasciatemi sognare un corno, mi viene da dire, dopo le audizioni di stamattina sul gioco d’azzardo in Commissione Affari Sociali. Cinque associazioni – Gruppo Abele, Libera, Caritas, Centro sociale Papa Giovanni XXIII appartenente al CNCA, Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Benzi – impegnate in prima linea, tutte di provenienza cattolica: non saranno le uniche in Italia, per carità, ma già questo (apro una parentesi e la chiudo subito) dovrebbe far ragionare i paladini del laicismo quando si cimentano in battaglie ideologiche. Lo Stato fa i soldi sulle scommesse (8 miliardi e 800 milioni nell’ultimo anno), ma poi non si fa carico di curarne le dipendenze: solo in alcune regioni virtuose, tipo la Toscana e poche altre, i percorsi di uscita dal gioco compulsivo rientrano fra i servizi essenziali garantiti. E pensare che l’azzardo in Italia crea una dipendenza doppia rispetto alla droga: 800 mila ludopatici contro 393 mila tossicodipendenti. Con l’unica differenza che le droghe non si vendono nei supermercati, dunque non vengono tassate, dunque non fruttano un euro alle casse pubbliche, mentre il gratta e vinci sì. Ma andiamo con ordine.

Prima degli anni Novanta, ci hanno ricordato le associazioni, esisteva da parte del legislatore un giudizio di disvalore nei confronti del gioco d’azzardo, poi questo monitoraggio è venuto meno: rispetto alla legislazione attualmente in vigore, in gran parte risalente al ventennio fascista, si è andati avanti a colpi di “divieti con riserva di permesso”. E così, nonostante il codice civile definisca il gioco d’azzardo “immorale e socialmente dannoso”, Sisal e Lottomatica investono milioni di euro per la sua pubblicità, e gli stessi Monopoli di Stato – in una campagna ufficialmente per il “gioco giusto”, rivolta ai minori – utilizzano una serie di messaggi subliminali per dire ai ragazzi che se non giochi “sei un bacchettone” e con te “ci vuole l’ammorbidente”. È un problema morale? No, è un problema sociale. Perché le cifre sulla dipendenza sono enormi, perché tra i dipendenti c’è una maggioranza di persone sposate con figli a carico (57%), perché le fasce più colpite in questo momento sono quelle deboli: “persone – cito il Gruppo Abele – povere non solo dal punto di vista economico, ma anche relazionale e talvolta culturale. Non è gente che ha avuto tutto dalla vita e cerca emozioni in più, ma gente che non ha avuto nulla e cerca di costruirsi una parentesi di sogno nel proprio incubo”. Nessuna di loro, ci ha detto la Caritas, percepisce il gioco come un problema legato al proprio indebitamento, ma piuttosto come una risorsa per uscirne; si giocano il sussidio sociale alle macchinette (le slot machines rappresentano il 56,3% del fatturato, poi vengono i gratta e vinci) e finiscono nelle mani dell’usura. Ossia, il più delle volte, della criminalità organizzata, che investe parecchio anche nel settore dei giochi: è un modo pratico per ripulire denaro sporco, con una modesta perdita del 10%, tanto da coinvolgere attualmente 41 associazioni mafiose nel territorio nazionale. E questo basterebbe già a porsi una domanda: è vero che lo Stato ci fa cassa, ma a quale prezzo? Qual è il prezzo sociale, innanzitutto, di questa tassa sulle debolezze? Eppure, negli ultimi anni sembra che le ragioni di bilancio abbiano avuto la meglio su tutto: il gioco ha perso la socialità, sono stati praticamente cannibalizzati gli unici due concorsi che premiavano in qualche modo la competenza (totocalcio e corse ippiche, con tutti i limiti del caso) a vantaggio di giochi velocissimi, ad alto tasso di dipendenza, che hanno portato l’Italia in testa alla triste classifica europea del fatturato (54,4 miliardi di euro, contro i 19,3 della Francia e i 17 della Spagna). C’è poi tutto l’aspetto culturale della vicenda, che racconta di un Paese sempre più convinto che il merito non serva a nulla e di sogni da inseguire a colpi di schedine, mentre gli spot televisivi in 30 secondi distruggono anni di formazione scolastica, spiegandoti che il tuo futuro passa per il jackpot e non per i libri di chimica che ti sei ingoiato al liceo. C’è l’aspetto sanitario, perché dal 1980 l’Oms ha riconosciuto la ludopatia tra le patologie da curare, e invece in Italia – dicevamo – lo è soltanto se hai la fortuna di nascere nella Regione giusta. Infine, c’è l’aspetto politico: con l’eccezione dei radicali (“Vietare la pubblicità dei giochi d’azzardo a causa della ludopatia sarebbe come vietare quella dello shopping online, perché esiste lo shopping compulsivo”), in Commissione Affari Sociali si è registrata sul tema una comunione di intenti. Il problema sarà più in Commissione Bilancio, o in Commissione Finanze, e poi in Aula, quando le lobby usciranno allo scoperto.

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4 commenti to “La tassa sulle debolezze”

  1. MANLIO scrive:

    Con sarubbi unminuto sei d’accordo ed unono.Stavolta si.Vorrei aggiungere un piccolo aneddoto.Apoche centinaia di metri dall frontira slovena,i nostri fratelli di Lubiana hanno costruito un enorme casino il cuiscopo è drenare soldi dall’Italia.Il casino sia ggiunga a quella serie di favori,nel senso mafioso del termine,che gli sloaveni ci stanno facedo ospitando barchette di 100 metri nelel loro acque,ed attraendo aziende italiane.Quando in “Europa” fu necessario bloccare il viglaicco provvedimwento ispirato da parigi che volevae vuole vietare la pubblicazione di brevetti europeiANCHE in Italiano,la Slovenia ci voto’ contro.L'”europa”ci sostiene,nella lotta al vizio ed al crimine,come la corda sostiene l’impiccato

  2. cicero tertio scrive:

    Qualche rara volta ho giocato pochi euro al Superenalotto, , quando il montepremi era enorme e tutti ne parlavano. Spesso mi sono stupito di vedere al botteghino gente che giocava decine o centinaia di euro e osservando il loro aspetto modesto mi sono chiesto se erano a posto con la testa. Poi sulle cronache ogni tanto saltano fuori casi limite di gente rovinata che rapina, si suicida o ammazza. Lo stato non dovrebbe permettere queste cose, legalizzandolo e monopolizzandolo diventa esso stesso un biscazziere. Ma per favore adesso non facciamoci anche carico di una nuova categoria di handycappati da mantenere ( pardon diversamente ludici)…..

  3. Unno scrive:

    cicero tertio: perchè, lo stato che vende sigarette e alcolici (e li tassa, giustamente) va bene ma lo stato che legalizza il gioco d’azzardo no? Che ipocrisia. Meglio alla mafia questi soldi? O speri che la gente smetta di giocare? Perchè non succederà, te lo assicuro. A dadi si giocava già un paio di migliaia di anni fa.

    Poi: esistono diversi tipi di “gioco d’azzardo”. Le slot e il lotto (ma anche la lotteria se è per questo) sono fatti per mangiare soldi. Il poker, ad esempio, è un gioco di abilità. Fatti un giro su qualche sito di poker e dimmi dove sta l’azzardo. E chi perde giornate sui videogiochi? Rendere illegali anche quelli?

    Non è un caso che siano tutte associazioni cattoliche quelle in prima linea in questa battaglia, perchè è una questione soprattutto di moralismo.

  4. cicero tertio scrive:

    @Unno
    Scusa ma non capisco bene il senso di quanto hai scritto: sono forse immorale se gioco qualche e sottolineo solo qualche euro sporadicamente al Superenalotto insieme a milioni persone tra cui purtroppo ci sarà anche una parte che si mette nelle condizioni di rovinarsi per le eccessive puntate? Sicuramente non incide sulle mie tasche e non mi provoca alcun problema la quasi scontata perdita. Mio padre raccontava che non bisogna mai chiudere la porta del tutto alla fortuna e solo in tale senso interpreto la mia giocata occasionale di qualche euro.
    Esiste credo un concetto di “modica quantità” che se nel campo degli stupefacenti può essere oggetto di discussione qui mi sembra molto più pacificamente accettabile. Certo, il discorso è diverso per chi si dedica compulvivamente al gioco e dilapida fortune, spesso sono giovani o persone deboli di carattere e vanno subito fermate nel loro primario interesse.
    Poi non capisco la distinzione che fai tra gioco basato sulla fortuna e quello basato sul pronostico o l’abilità. Forse tu consideri l’eventuale vicita più etica nel secondo caso, vabbè può anche essere un metro. A me interessa piuttosto che la gente in ogni caso non si rovini con puntate superiori alla loro possibilità, finendo di ridursi in miseria e poi qui qualcuno venga a dire che la società si deve fare carico di loro connotandoli con il nuovo neologismo di “ludopatici” (cosa mi tocca sentire…”
    Allo stesso modo di come mi preoccupa chi magari giovane e neopatentato scambi la strada provinciale per il circuito di Indianapolis e poi se non muore nell’incidente rimanga paralizzato su una carrozella per il resto della sua vita, a carico della collettività con assegno di invalidità ed accompagnamento come putrtroppo mi è accaduto di vedere.
    Mezzi e sistemi per rovinarsi la vita ed sono diffusi in tanti i campi.
    ma per favore non tiriamo fuori concetti astratti come il moralismo, parliamo di responsabilità. Chi è causa del suo mal pianga sè stesso.
    E non pesi sulle tasche degli altri.

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