Quando per un attimo venne fuori l’ipotesi di un governo Maroni al posto di Berlusconi – parliamo di un annetto fa, mi pare – si era diffusa la voce che il Pd fosse tentato dall’idea di appoggiarlo. Era solo una voce, per fortuna, perché non mi ricordo un’occasione ufficiale in cui i vertici del partito non abbiano preso le distanze dalla Lega; se ci fosse stato qualcosa di concreto, lo confesso, avrei lasciato il gruppo parlamentare e mi sarei iscritto al Misto. Su alcuni temi singoli si può anche ragionare insieme, perché il dialogo – a mio parere – non si nega a nessuno; fino a quando la Lega non cambierà atteggiamento verso il sud e gli immigrati, però, saremo sempre su fronti contrapposti, al di là delle convenienze politiche del momento. Ecco perché non mi entusiasmo per la spaccatura nel Carroccio, che pure mi appassiona da osservatore esterno: il divieto a Maroni di interventi senza contraddittorio, infatti, segna probabilmente la fine di una storia ventennale.

Tutti quelli che hanno messo in discussione la leadership di Umberto Bossi, dai tempi della Lega Lombarda, se ne sono dovuti andare.  In alcuni casi pure piuttosto ammaccati, come capitò all’ex cognato del senatùr, Pierangelo Brivio, preso addirittura a pugni; sua moglie, ovvero la sorella di Umberto, commentò testualmente: “Mio marito ha rotto col Bossi perché aveva capito tutto in anticipo: che il Bossi voleva comandare tutto lui, che gli altri dovevano obbedire ciecamente, e chi si ribellava veniva punito”. Nel 1991 venne fatta fuori in un attimo la futura classe dirigente, per lasciare attorno al leader solo giovani e fedelissimi: come disse in quei frangenti all’Unità un consigliere comunale milanese dell’epoca, Piergianni Prosperini, “Bossi non può sopportare vicino a lui chiunque sia meno che deficiente”. Da parte sua, il leader non ha mai negato; tanto è vero che, nel libro scritto a quattro mani con Daniele Vimercati (La rivoluzione, Sperling & Kupfer, 1993), lasciò pubblicare a Vimercati una valutazione del genere:

“È una novità assoluta, nel panorama politico italiano, quella di un movimento politico in cui i dissenzienti vengono estromessi in malo modo, stroncati senza pietà da una raffica di accuse infamanti e non sempre provate. Quasi certamente, però, senza la sistematica eliminazione di certi oppositori interni, Bossi non avrebbe potuto tenere insieme una forza priva di tradizioni e di meccanismi consolidati per la selezione del personale politico”.

Avendo scritto un libro sulla Lega, ormai 17 anni fa, potrei andare avanti con le citazioni fino alla noia. Mi limito a ripescarne una di Roberto Maroni, dal suo intervento in un saggio di Giovanna Pajetta (Il grande camaleonte, Feltrinelli, 1994):

“All’inizio la Lega era praticamente solo Umberto Bossi che aveva delle idee (…). Era una sorta di santone indiano che ammaliava non tanto per quel che diceva ma per quel che faceva, perché Bossi sapeva essere sempre in prima linea, il generale che guida l’assalto alla baionetta (…). Io personalmente per tanti anni sono stato nella Lega per questo rapporto strano, inedito, che ci legava tutti a Bossi, quasi un aggancio psicologico che ti costringeva a mettere parte del tuo tempo a disposizione di questo progetto folle, irrealizzabile”.

In quello stesso intervento, Maroni – all’epoca neoministro dell’Interno del primo governo Berlusconi – parlava della Lega come della “sinistra reale”, in contrapposizione alla sinistra “normalizzata” e “amica dei salotti”, e prendeva le distanze da una destra, sua alleata, in cui “stanno insieme solo perché c’è tutto da guadagnarci”. Quelle critiche, paradossalmente, sono le stesse che ora si rivolgono contro il suo partito: tanto è vero che Maroni rimpiange in queste ore, nelle dichiarazioni sui social network, “la Lega degli onesti, la Lega senza intrallazzi né conti all’estero, la Lega che mi ha conquistato per i suoi ideali di onestà e trasparenza”. Buona fortuna, Bobo, ma senza di noi. Sia chiaro.

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5 commenti to “La Lega a brandelli”

  1. piero scrive:

    Bossi sulla testa ha la merda

  2. emanuelapesciaroli scrive:

    Intanto ha accomntentato Berlusconi, che in cambio gli ha promesso…..qualcosa di molto familiare, poi il resto si ved vedrà. Ancora una volta chi comanda in Italia è Berlusconi , anche se in Europa fa ridere. Alle prossime elezioni vota-
    telo, così non pagherete l’Imu per la prima casa,ma aumen-
    teranno i privilegi della casta, i guadagni per i suoi ami-
    chetti industriali ed il nostro debito pubblico, perchè
    lui è lì per difendere i suoi interessi che non corrispon-
    dono certo a quelli del popolo.

  3. Elena M. scrive:

    Visti i tg delle 13 ho pensato: Bè, almeno la lega ha una opposizione interna, qualcuno in grado di portare avanti una linea diversa dall’ossequio al leader “carismatico”, termine che ormai va a far la coda con gli altri sinonimi di venditore di fumo.
    Insomma, un po’ come se una mattina Alfano cancellasse il numero di Berlusconi dal telefonino e passasse oltre.
    Ma ora di sera il tutto pareva rientrato (poi vediamo per quanto, dove per poi si intende non appena è chiaro cosa conviene) e l’impressione è che dalla parte destra di gente con la voglia di prendere in mano il proprio destino politico, rischi inclusi, ce ne sia poca. Sarà anche colpa del porcellum che consente di far agevolmente pulizia dei non allineati, ma da persone adulte uno si aspetterebbe comunque un po’ più di coraggio e autonomia.

  4. cicero tertio scrive:

    Ma lo sapete che Bossi in origine era comunista e iscritto al PCI (1975)? Forse aveva imparato da loro che i capi comandano e non si discutono.
    E’ comunque sorprendente come sia riuscito sempre a primeggiare e a scalzare gli avversari interni che mai poi hanno potuto trovare successo in scissioni formando nuove “Leghe”.
    Maroni già un volta fece uno strappo e dovette poi ritornare pentito; spero che questa volta abbia maggior successo perchè mi sembra molto più credibile e sensato di Bossi, è stato un buon ministro dell’interno. Tutto ha un limite e una fine.

  5. Gianmarco scrive:

    Vista da qui, profondo Nord, le esternazioni di Maroni fanno alquanto riflettere: è chiaro che Bossi dovrà cedere, per problemi di salute, e vi trova in Maroni un grosso ostacolo alla successione della Lega, già indirizzata al figlio, il Trota.
    Maroni qui ha dalla sua parte il 90/95 degli iscritti e il 95% degli amministratori dalla sua parte: ora ha avviato la battaglia per diventare il nuovo segretario.
    Per quanto riguarda gli avvicinamenti con il PD, qui Maroni ha molti amici proprio nel PD: del resto se Bosssi nel 74 volantinava, con la tessera del PCI in tasca (sezione di Samarate, se non sbaglio) contro Pinochet, Maroni, nello stesso tempo, faceva il delegato sindacale CGIL.
    Detto ciò: spero proprio che il PD non ci caschi e ricordi cosa è veramente la lega (o almeno cosa è stata negli ultimi 10 anni, almeno).
    Saluti

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