Nella prima uscita pubblica da ministro dell’Integrazione, dedicata a una delle realtà italiane più complicate, Andrea Riccardi ha detto un paio di cose sulla cittadinanza ai nuovi italiani che secondo me vale la pena riprendere. La prima è che non si tratta di una forzatura da parte di nessuno, ma di “un atto dovuto e di grande responsabilità per il futuro del Paese”: questa neanche la commento, perché mi pare autoevidente. La seconda è che bisogna superare la lotta fra tifosi dello ius sanguinis e dello ius soli, prendendo come criterio ispiratore quello dello ius culturae: detto in altri termini, l’italianità non può essere definita soltanto in base all’analisi del sangue o al luogo di nascita di una persona, ma è legata a doppio filo all’aria che quella persona respira. Il ragionamento vale in più direzioni: posso definire italiano un pronipote di nostri emigrati in Australia, che non ha mai messo piede qui e non parla la nostra lingua? E un neonato partorito in Toscana da una turista inglese, che poi tornerà a casa sua? e posso invece definire non italiano un sedicenne figlio di immigrati (dunque senza una goccia di sangue italico nelle vene), arrivato qui a 6 mesi (dunque nato fuori dai nostri confini), che qui ha trascorso tutto il resto della vita e non riesce a pensarsi altrove?

Poi c’è un terzo aspetto, sottolineato dal neoministro, e riguarda la tempistica della riforma. Riccardi si è mostrato deciso (“Un atto dovuto”, dicevamo) ma non ha fretta: ha detto espressamente che occorre “raffreddare la questione, non farne un dibattito tra parti politiche”, ribadendo che il discorso “deve maturare in Parlamento”. Mi pare più o meno lo stesso concetto espresso dalla professoressa Giovanna Zincone, che non è una persona qualunque ma la consulente del presidente Napolitano per il tema della cittadinanza e della coesione sociale: anche lei ha cercato stamattina, in un articolo sulla Stampa, di invitare le forze politiche alla ragionevolezza. Non è una marcia indietro rispetto all’appello del Quirinale, ma piuttosto un appello a mettere da parte il populismo facile:

“Forzare la mano oggi non gioverebbe al governo Monti, visto che sul tema non si è ancora trovata una convergenza all’interno della maggioranza che lo sostiene. Nulla vieta però che questo sia (e sarebbe bene che fosse) materia di riflessione in sede parlamentare, come ha invitato a fare il Presidente Napolitano. Questo governo, proprio perché ha come priorità il risanamento e la crescita economica del Paese, lascia per sua natura maggiore spazio all’azione e al dibattito parlamentare su temi di ampio respiro che non abbiano carattere di emergenza. In Parlamento, almeno quanti fanno parte dell’attuale maggioranza dovrebbero cogliere l’occasione per affrontare questioni serie abbandonando toni forti e giudizi frettolosi, dimenticando vecchi tic di destra e di sinistra. Solo così si potrebbe riuscire finalmente a portare a termine qualche riforma di stampo europeo, persino nella spinosa materia della cittadinanza”.

Il passaggio sull’Europa è molto interessante, perché fa capire come l’Italia sia fuori dal mondo. A Schengen vigente, tra l’altro, lo è ancora di più, perché magari sarà impossibile parlare di cittadinanza europea, ma è altrettanto chiara la necessità di ridurre il più possibile il gap fra le varie legislazioni nazionali: per capirci, un latinoamericano che prende la cittadinanza spagnola dopo 2 anni poi può andare in Francia, in Italia, in Gran Bretagna, e non c’è Lega che tenga. E invece noi, spiega la professoressa Zincone, continuiamo a fare la faccia feroce.

“È bene cominciare con il chiarire che in Italia lo ius soli c’è già. I nati in Italia ottengono la cittadinanza attraverso una procedura semplificata al compimento del 18esimo anno di età, anche quando i loro genitori siano tuttora stranieri. Il fatto è che questa via di accesso alla cittadinanza tramite ius soli è la più severa tra quelle adottate dalle grandi democrazie europee. In altri Paesi l’acquisizione della cittadinanza può avvenire immediatamente alla nascita, anche se con diverse condizioni richieste: ad esempio le recenti riforme greca e portoghese prevedono una residenza del genitore di almeno 5 anni, quella tedesca di almeno 8. Peraltro, nella gran parte degli Stati europei godono di un accesso privilegiato alla cittadinanza, cioè possono averla prima della maggiore età, quei nati sul territorio del Paese di immigrazione che abbiano accumulato un certo numero di anni di residenza o completato un ciclo scolastico. Questa corsia privilegiata per i minori riguarda quasi ovunque anche i bambini non nati nel paese di immigrazione, ma che ci sono arrivati da piccoli, purché vi abbiano studiato o vi siano vissuti per un certo periodo. Dal momento che l’acquisizione della cittadinanza nazionale determina automaticamente anche quella europea, un po’ più di sintonia dell’Italia con gli altri partner dell’Unione in questa materia non guasterebbe”.

Non so come andrà a finire. L’ho detto mille volte, lo ripeto anche oggi. So però che nel Pdl ci sono anche persone sensibili al tema, e sarebbe ora che si facessero una flebo di coraggio.

Did you like this? Share it:

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

7 commenti to “Una flebo di coraggio”

  1. Scipione scrive:

    non è necessario che tutti gli immigrati diventino cittadini italiani, non si risolve il problema integrazione con un pezzo di carta. Anche se tutti gli immigrati che sono oggi in Italia regolari e clandestini ottenessero la cittadinanza italiana cosa cambierebbe? bisogna intervenire con politiche sul lavoro che tutelino italiani e stranieri, garantire livelli di vita adeguati per tutti. diamo la cittadinanza a tutti ma se non pensiamo di garantire un salario e una casa a queste persone creeremo solo nuovi problemi ad un Italia già prostrata. una riforma sull’acquisizione della cittadinanza calata dall’alto in questo momento provocherebbe solo danni. confido nella prudenza del nostro popolo.

  2. cicero tertio scrive:

    Mi sa sempre più che quest’operazione, seppur giusta per regolarizzare alcuni casi possa presentare il fianco a nuovi indesiderabili arrivi.
    Mentre i nostri migliori giovani cervelli lasciano spesso, costretti dalla mancanza di oppurtunità, questo paese in decadenza per gli ostacoli che trovano nella loro realizzazione lavorativa ed intellettale, il rimmpiazzo non manca. Quantità a scapito della qualità, multietnicità, avanti c’è posto anche con due milioni di giovani disoccupati… ah già è una ricchezza…

  3. MANLIO scrive:

    Non ci sono nè jus sanguinis nè jus soli.C’è lo jus culturae.Eccome.Se un ragazzo minorenne calmucco nato in Uzbkistan da genitori ceceni decide che l’Italia è la sua patria perchè innamorato di Dante,Raffaello,Rosy Bindi,Galileo,Leonardo e Marconi scappa dalla Manciuria ed ariva a Tieste in camion frigo,si presenta alla polizia e chiede che vuole asilo politico per amore dell’Italia,QUELLO E’ UN ITALIANO.Non sono italiani coloro che nascono qui da cittadini marocchini,perchè il Marocco li considera cittadini del suo paese anchese nati in Italia,non sono Italiani i figli di genitori apparteneneti a etnie fondamentaliste come gli egiziani di via Jenner,cresciuti tra 3 mamme(in via Jenner c’è la poligamia,anche se si fa finta di niente)non sono italiani quelli che,di qualsiasi nazionalita’ in Italia vi delinquono.Non sono italiani i nomadi che vengono per rubare,ed loro figli che qui hanno rubato perchè qui l’hanno imparato.

  4. MarcoBorciani scrive:

    Mi spiace molto leggere commenti come quelli fin qui fatti. Ovviamente li rispetto tutti, ma dissento profondamente da ciascuno.

    Il motivo è che dal mio punto di vista i tempi sono ragionevolmente maturi per affrontare con serietà questo tema, senza demandarlo a mero populismo e senza rinviarlo a tempi migliori. I tempi sono anche quelli di questa crisi del sistema Paese.
    Intanto, da un’epoca di crisi si esce se si trova l’unità sociale nel Paese e ci si fa forza reciprocamente in spirito cooperativo. In questo, poi, la collaborazione dei tanti tantissimi immigrati onestamente e fattivamente attivi nelle nostre città è fondamentale: penso, a titolo di puro esempio, a tutti quei lavori sociali e non che noi italiani ormai non facciamo più da anni.
    Ancora, sul tema degli studenti stranieri delle nostre scuole: l’ha detta bene Bersani venerdì scorso (durante il voto di fiducia alla Camera), sottolineando come loro non abbiano un’identità definita in quanto non italiani e non marocchini/pakistani/…, insomma cittadini di un non meglio definito Paese del mondo.
    Insomma, accettare questa sfida con la serietà e la ragionevolezza di cui siamo capaci è, dal mio punto di vista, un vero atto di civiltà e di accoglienza (“ero straniero e mi avete accolto” in Mt 25,35).

  5. riccardo scrive:

    La qualità di ogni società che si dica civile sta nella multietnicità portatrice soprattutto di valori. Da qui si misura il grado di sviluppo di un paese, dalla capacità dei propri concittadini di saperla riconoscere come risorsa, non solo economica, e sostenere. L’uomo evolve, con esso le società. La crisi dell’Italia, che prima di essere è economica è soprattutto culturale, è legata in gran parte ad una ottusità e rigidità mentale, a nostalgie di tempi andati, a paure ingiustificate nel guardare avanti e osare. Questo si chiama immobilismo. E si sa, una società ingessata che non solo non gioca di anticipo cogliendo i segni del nuovo, ma non ha nemmeno il coraggio di stare al passo con i tempi, tende inesorabilmente ad affondare e morire. Siamo nel 2012, sono finiti i tempi delle barriere ideologiche e culturali, delle contrapposizioni destra sinistra, fascisti e comunisti, credenti e atei. La nostra salvezza è nei giovani, più coraggiosi, mentalmente più aperti e più generosi dei padri, che non definiscono la qualità di una persona dal suo paese di origine. Mi auguro riprendano in mano le sorti del nostro paese e riescano dove noi matusa abbiamo fallito. Se lasciamo loro spazio e campo d’azione, ad ogni livello.

  6. Scipione scrive:

    rispondendo a Marco Borciani che ha citato il vangelo secondo Matteo voglio precisare che l’accoglienza agli stranieri richiedenti asilo politico va garantita sempre e comunque ed è tutelata dalla Costituzione. Cosa diversa è invece concedere la cittadinanza a tutti coloro che nascono in Italia. Una riforma di questo tipo sarebbe una riforma epocale che non può essere decisa da un governo tecnico.

  7. MarcoBorciani scrive:

    @Scipione
    E’ vero che si tratta di una riforma “epocale”, ma forse proprio per questo un governo tecnico ha la caratura per farlo. Nel senso che se la facesse, la farebbe con la “purezza” di chi non deve fare i conti con un ritorno elettorale, di consenso interno o esterno al proprio partito. In più si tratterebbe di un intervento ad opera di personalità ampiamente competenti in materia, primo tra tutti il fondatore della Comunità di Sant’Egidio e Ministro per la Cooperazione internazionale e l’Integrazione, Andrea Riccardi.
    Inoltre, qualora questo intervento non fosse messo in opera dal Governo, la raccolta firme in atto per le due Proposte di legge popolare “L’Italia sono anch’io” potrebbe essere un vincolo cogente per gli organi legislativi del Paese.
    Insomma, i tempi sono maturi e tutto fa ben sperare perché si vada avanti su questa strada.

Leave a Reply

You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Paged comment generated by AJAX Comment Page
IMPORTANTE! Prima di pubblicare il commento, devi mostrare le tue abilità matematiche e risolvere la difficilissima operazione qui sotto (è una precauzione anti-spam, abbi pazienza). Poi spingi il pulsante "submit".

Quanto fa 9 + 5 ?
Please leave these two fields as-is: