Chissà quante volte sarà passato in mente a Giorgio Napolitano, visto il casino, di annullare l’evento di oggi con i nuovi cittadini italiani: in fin dei conti, era una cerimonia rinviabile senza troppi problemi, e pazienza se la prossima volta non avremmo avuto la nazionale di calcio seduta in platea. Invece – lo ha detto lui stesso, stamattina – ha deciso di confermarla anche in mezzo a “giorni così complessi e impegnativi” perché “convinto che i bambini e i ragazzi venuti con l’immigrazione facciano parte integrante dell’Italia di oggi e di domani, e rappresentino una grande fonte di speranza”. E nel suo discorso ci è andato giù deciso, con una forza che tante volte avevo auspicato ma che non avevo mai sentito da inizio legislatura: forse perché il Capo dello Stato si rendeva conto che allora non c’erano le condizioni politiche per riuscirci, mentre ora si apre una fase nuova che rimette in discussione tutto.

C’è un passaggio in cui mi sono fischiate le orecchie: quando il presidente della Repubblica ha citato la discussione generale avvenuta alla Camera – quella in cui contai 28 favorevoli su 37: ricordate? – per ricordare che sul tema della cittadinanza ai minori “si è registrata una sensibilità politica significativa e diffusa”. Era la stessa sensibilità che aveva messo d’accordo, sul testo bipartisan che avevo scritto con Fabio Granata, cinquanta deputati di tutto l’arco parlamentare, Lega esclusa. Ora che la Lega ha deciso di dedicarsi al Parlamento padano e che, saltato Berlusconi, non tiene più il Pdl al guinzaglio, magari è giunto il momento di una riflessione serena su questo argomento: tanto più che, come sempre più spesso sta accadendo, il Paese reale è già un pezzo avanti, ed è solo la politica a non rendersene conto. Napolitano lo ha detto espressamente, sottolineando “l’ampia disponibilità dell’opinione pubblica italiana a riconoscere come cittadini i bambini nati in Italia da genitori stranieri” e in sostanza ridicolizzando tutti quelli che si trincerano dietro la tattica elettorale. Il presidente ha parlato di integrazione a scuola (“Si rileva una decisa diminuzione di quanti, già pochi in partenza, ritengono che la presenza dei figli degli immigrati nelle scuole rappresenti un ostacolo per l’apprendimento dei propri figli”), di armonizzazione tra le culture (“Se noi desideriamo che i figli e persino i nipoti o pronipoti dei nostri cittadini emigrati all’estero mantengano un legame con l’Italia e si sentano in parte anche e ancora italiani, non possiamo chiedere invece ai ragazzi che hanno genitori nati in altri paesi di ignorare le proprie origini”), di un orgoglio nazionale che proprio nei nuovi italiani trova conferma (“Dobbiamo essere fieri del fatto che essi esprimano la volontà di diventare italiani. Questo, infatti, rappresenta un’attestazione importante di stima e fiducia nei confronti del nostro Paese. Dobbiamo sentire una forte responsabilità e un preciso dovere di non deludere questa fede nell’Italia”). Ma soprattutto, dicevo, Napolitano ha lanciato un appello piuttosto esplicito al Parlamento per cambiare questa legge anacronistica scritta in un’altra era geologica, e lo ha fatto senza mai debordare dal suo ruolo:

“All’interno dei vari progetti di riforma delle norme sulla cittadinanza, la principale questione aperta rimane oggi quella dei bambini e dei ragazzi. Molti di loro non possono considerarsi formalmente nostri concittadini perché la normativa italiana non lo consente, ma lo sono nella vita quotidiana, nei sentimenti, nella percezione della propria identità. I bambini nati in Italia, che fino ai 18 anni si trovano privi della cittadinanza di un Paese al quale ritengono di appartenere, se ne dispiacciono e se ne meravigliano, perché si sentono già italiani come i loro coetanei. Lo stesso atteggiamento hanno quei ragazzi che in Italia sono arrivati da piccoli, ma qui sono cresciuti e hanno studiato: ritengono di avere diritto ad un trattamento che riconosca il loro percorso di vita ed educativo”.

Sono due anni e mezzo che lo dico: una riforma del genere – una legge, cioè, che modifichi il perimetro della comunità nazionale – deve essere fatta a larga maggioranza, non a colpi di mano; proprio per questo, credo che ci troviamo davanti a un’occasione enorme. Poi, per carità, tutto può succedere: la politica italiana è nota nel mondo per la sua collezione di occasioni sprecate.

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7 commenti to “Ci proviamo?”

  1. MANLIO scrive:

    Checchè ne dica il Presidente,essre nati in Italia non signific affatto sentirsi italiani:significa sentirsi mezzi italianie mezzi no.Ci si sente italiani quando si va a scuola ed all’ufficio potale,ma quando si sta in famiglia ci si sente cinesi,ecuadoregni,romeni,marocchini.Ecco perchè le bande di delinquenti etnici di Milano,di cognome Gonzalez,Rodrighez e Sanchez,battezzano le loro bande NEW YORK,CHICAGO,LOS ANGELES,invece che BARONA,GIAMBELLINO,VIA PADOVA.

  2. MANLIO scrive:

    Dal FIGARO di oggi

    LES OGLIGATIONS NOUVELLES POUR DEVENIR FRANCAIS

    Il cittadino francese non parla altra lingua che il francese(come i cinesi,che fregano le nostre leggi pelchè non pallano italiano?)
    il cittadino francese non ha altre nazionalita’(visto che il Marocco considera cittadini marocchini coloro che nascono da cittadini marocchini,anche in Italia)
    il cittadino francese concorre alla difesa e coesione della Nazione(come i suddetti delinquenti etnici in Italia?
    un candidato che rifiuti i valori della laicita’e l’eguaglianza uomo-donna potra’ essere rifiutato(Vedi i Fratelli musulmani di MIlano via Jenner ed ovvaimente i loro figli,educati alla misoginia
    Beh,stavolta mi piace,il Figaro

  3. Virginia Invernizzi scrive:

    Credo davvero sia un’occasione da non sprecare
    Sarebbe un segnale importante di inclusione e di un paese che decide di risollevarsi coinvolgendo tutti i suoi membri, ma davvero tutti.
    Spero si riesca. La Sarubbi-Granata è ancora in qualche cassetto no?
    Secondo me, ci si deve provare! E’ l’occasione propizia per farlo! Avanti tutta seguendo il nostro presidente della Repubblica!

  4. cicero tertio scrive:

    D’accordo dare la nazionalità italiana a dei ragazzi stranieri che sono nati qui e che qui hanno studiato, non avrebbero altro paese di riferimento, d’accordo che abbiamo anche bisogno di manodopera da parte loro ma non vorrei esagerare perchè loro fanno dei lavori che gli italiani non vogliono fare ma che spesso potrebbero benissimo fare, penso ai giovani che stanno a casa a fare i bamboccioni con studi che non finiscono mai o cercano soluzioni alternative scansa-fatica perchè non vogliono sporcarsi le mani come i loro padri o nonni. La crisi morde ora, molto seriamente, sarebbe opportuno che riscoprano anche la bellezza del lavoro manuale. Abbiamo dei mestieri dove si cerca manodopera ma non la si trova, panettieri che lavorano di notte, operai specializzati, idraulici, falegnami, muratori (trovamene uno italiano ..) e poi abbiamo due milioni di giovani che non lavorano e hanno rinunciato a trovarlo, spesso perchè non ne hanno voglia! E cosìquesti lavori li devono fare gli stranieri che non sempre sono una risorsa se poi i soldi li spediscono all’estero. Non sono xenofobo ma in una crisi come l’attuale credere che sia un affare avere ormai il 10 % di stranieri mi lascia non pochi dubbi.
    Alcuni di loro sono qui da anni si sono integrati o aspirano, lavorano onestamente e magari vorrebbero fermarsi qui per sempre: sono d’accordo a cercare di accoglierli e tutelarli, sono una risorsa, altri no. E non mi rifesrisco solo a chi viene qui per delinquere o spacciare o vivere d’espedianti,che pur non sono pochi numericamente.
    Vorrei capire come ci risolleviamo lasciando invadere il nostro paese ad esempio da comunità cinesi che vivono in una loro economia chiusa mentre aprono negozi che vendono sottocosto ormai di tutto, parrucchieri a 4 euro, sarti che ti fanno l’orlo dei pantaloni a 3 euro, labotatori tessili dove si lavora 24/24 ore schiavizzado altri loro connazionali e poi quello che guadagnano lo rispediscono nella loro madre patria per farne venire ancora altri (Prato è un bell’esempio). Questo in ecomonia si chiama DUMPING, concorrenza sleale. Così fanno chiudere attività di nostri connazionali e scoraggiano molti altri a intraprenderle. Aumenta la disoccupazione come non bastasse la delocalizzazione di tantissime aziende che chiudono per spostarsi dove il lavoro costa una frazione di quanto costa qui. Ci attende un bel futuro, altro che crisi passeggera come diceva quello che c’era prima o occasione propizia cara Invernizzina, tu cel’hai un lavoro sicuro o stai a casa ?

  5. MANLIO scrive:

    Per la verita’,il DUMPING è il finanziamento statale all’export,che è vietato dagli accordi internazionali degli inventori pazzi della globalizzazione.Come lo sono le tariffe laggiu’ da investitori europei,e non puoi difenderti.Per inciso,i cinesi praticano sistematicamnete il dumping,e pongono tariffe all’import camuffate da altre tasse,o bloccano l’import per ragioni igieniche.Loro,che nei ristoranti cinesi qui da noi assistono ad appassionantitissime gare di velocita’ tra scarafaggi,senza muovere un dito.

  6. 18 ius soli scrive:

    a Cicero direi una cosa : è proprio perché siamo un Paese in crisi, ma dentro a un mondo globale che dovremmo benedire il fatto di avere anche noi un 10% di immigrati. Certo che fino a che pensiamo in termini di colf e badanti la pagliuzza nell’occhio non ci fa capire che abbiamo in loro le risorse per finalmente competere con il mondo, in quanto sono persone che parlano più lingue, s’interfacciano con Paesi d’origine, e quindi noi come Italia essendo un Pease manifatturiero potremmo vendere più prodotti all’estero, creare prodotti “nuovi” e sfruttare questa Diversity che va anche inserita nel Management, compresi i ragazzi di Seconda Generazione, che essendo Italiani possono lottare per far crescere il nostro Paese.
    A Manlio direi che il fenomeno “deviante” è solo una piccola percentuale sopportabile. A parte che essitono gang giovanili dagli anni 70 anche di Italiani, sia nelle periferie del Sud che quelle del Nord, ed in ogni caso non è dovuto alla provenienza etnica o alle origini dei genitori ma alle condizioni giovanili. Non ci sarebbe motivo neanche di scriverlo, ma il fatto che possa diventae un luogo comune impone ricordarlo. Come dire, non perchè ci stavano qualche miglaio di “bravi ragazzi ” nelle gang italo-americane di New York non dare la cittadinanza americana a 15.000.000 di Italo-Americani nati negli States era la soluzione al problema delle gang giovanili. Vai a Londra e guarda come oltre a esserci bulli d’origine straniera ci sono pure i Brit doc, lo stesso a Milano.

  7. MANLIO scrive:

    18 JUS SOLI.Se è sopportabile,chiedilo alla gente ch abita a Piazza Corvetto,a Milano.Oppure ai vecchi ch salgono sugli autobus a Genova e vengono picchiati e derubati in pieno giorno da delinquantelli ecuadoregni.Non chiederlo ai romani,pero’.A Roma le bande etniche hanno capito che non è aria.Ma non a MIlano.La cittadinanza va data a chi dimostra charamente di sentirsi italiano,e quanto ho riportato dal FIGARO è un buon punto di partenza,quanto a criteri selettivi

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