Un anno fa, quando firmai la lettera dei 75 che poi diede vita a Movimento democratico, in tanti ci accusarono di lavorare per Berlusconi: le nostre erano spaccature personalistiche, che di politico non avevano nulla, e che danneggiavano solo il Pd. Da allora, credo che la storia ci abbia dato ragione: facevamo proposte che sembravano folli, ma che poi sono state recepite dal partito (ne cito due: la patrimoniale e il pareggio di bilancio in Costituzione) e ponevamo problemi che invece non sono stati risolti, tipo la linea del Partito democratico in materia di lavoro. Ne abbiamo riparlato oggi, nella riunione di Modem a Roma: un’occasione per confrontarci con franchezza, nella lealtà al Pd ma senza nascondere le perplessità che ognuno di noi si porta dietro.

Così ho fatto anch’io, con la mia solita mancanza di peli sulla lingua, in un intervento che prendeva le mosse da quello di Dario Franceschini, sentito poco prima: Dario ci aveva raccontato di un partito unito, mescolato, in cui sostanziali divergenze non c’erano, e in cui i distinguo erano solo strumentali. È un film che avrei voluto vedere volentieri, ho risposto, ma nel mio Cinema dei Piccoli evidentemente non lo hanno mai programmato. Se c’è stato un mescolamento in questi anni, ho detto, è stato un mescolamento di persone: io faccio il segretario di partito, tu fai il capogruppo alla Camera; una terza corrente si prenderà un’altra carica, a una quarta ne spetterà un’altra ancora, e così via. Ma questo non è il miracolo del Pd, né c’era bisogno di inventare il Pd per arrivarci: succedeva anche nella Prima Repubblica, tra i vari partiti e al loro interno, e veniva fatto con un apposito manuale (il Cencelli, appunto) forse più preciso del nostro. Il mescolamento più importante, invece, doveva essere quello delle idee, e non mi pare che nel Pd sia avvenuto abbastanza: per quanto riguarda il lavoro, ad esempio, è innegabile che tra di noi c’è una spaccatura abbastanza netta, pari a quella che passa tra la Fiom e la Cisl, e che i firmatari della proposta Ichino – quelli come me, insomma – vengano ritenuti la quinta colonna di Confindustria o giù di lì. Ho raccontato la favola della famiglia di tarli (“Tutte storie”, Bruno Ferrero, ed. Elledici, 1989) che vive da sempre nello stesso fienile e rosicchia sempre la stessa enorme trave: ad un certo punto, uno di loro scopre da una formica che esiste un altro mondo lì fuori, e probabilmente legna migliore, ma alcuni non gli credono ed altri non hanno il coraggio di uscire. Solo il piccolo Giantarlo, giovane e vispo, si azzarda nell’impresa e parte in direzione sud, come la formica aveva indicato (“Non avete motivo di ridere! ! Io rischio! Per conto mio potete ammuffire qui!”), ma il resto della famiglia non si scompone: “Va’, nessuno ti trattiene”. Ecco, questa frase (“Va’, nessuno ti trattiene”) è la stessa che nel Pd ho sentito ripetere molte volte: l’ultima volta all’addio di Mario Adinolfi, due settimane fa, ma prima ancora con Rutelli, Mantini, Fistarol, Causin, la Binetti, la Lanzillotta e così via. Anche lunedì scorso, nel circolo di Trastevere, una militante mi ha criticato per il mio appello alla sintesi ed ha affermato, testualmente, che “è il momento dello strappo”. Ecco, l’idea di un partito di duri e puri è quanto di più lontano dalla mia concezione del Pd: anche perché – come diceva Nenni – c’è sempre un puro più puro che ti epura, e dunque in materia di economia – ho detto, con una provocazione – non potrebbe star tranquillo nemmeno Bersani, visto che Fassina – autore di quel pezzo sull’Unità contro la lettera della Bce – è molto più puro di lui. Ho concluso, pensando a quella famiglia di tarli, che alcune travi ormai erano fuori uso: quella della lotta di classe, rosicchiata per troppo tempo, e quella dell’anticlericalismo, a 140 anni dalla breccia di Porta Pia. La trave del populismo, poi, era già affollata da tarli più agguerriti di noi, veri professionisti dell’antipolitica. Ci resta, se non vogliamo ammuffire, soltanto la trave del riformismo. Ma bisogna avere coraggio e mettersi a camminare verso sud.

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4 commenti to “Verso sud”

  1. nonunacosaseria scrive:

    Sono d’accordo al 75%.
    I passaggi che non condivido sono due.
    Il primo, è l’incipit. A mio avviso, il contributo di Modem è stato davvero modesto in termini di contenuti. La questione della patrimoniale, in fondo, era soltanto accennata e per niente approfondita (chi avrebbe dovuto pagarla? In quale misura?) e se è diventato tema all’ordine del giorno soltanto per le manchevolezze del governo nella manovra di agosto. Invece, il contributo di Modem alle spinte personalistiche e ai litigi inutili (ché quelli sui contenuti sono, invece, quasi sempre utili) all’interno del partito, ecco: quello, purtroppo, è stato molto più forte. E basti pensare a certe dichiarazioni degli ultimi giorni (Fioroni, per esempio).
    Il secondo passaggio che non mi sento di condividere è il riferimento alle persone che sono andate via. Tolti Adinolfi e pochi altri, per la maggior parte è gente che voleva un PD a propria immagine e somiglianza, poco disposta a fare quella sintesi che tu stesso invochi.

  2. asce83 scrive:

    Seguo i suoi interventi su twitter dalla camera, trovandoli spesso liberi da quel politichese se ammanta le dichiarazioni ufficiali o gli articoli di giornale.
    Mi sono avvicinato a questo intervento con curiosità, addescato, mi si passi il termine, dal termine (poco diplomatico) nel suo twit.

    Mi scusi ma di poco diplomatico io non ci vedo niente.

    E’ l’ennesimo intervento sulla necessità di mischiare le idee e seguire la via del riformismo, appello, o mantra che ormai da anni attanaglia il partito democratico.

    Posso essere d’accordo che ci voglia coraggio, che bisogna seguire altre strade: ma non quelle da lei elencate. Il vostro elettorato si è rotto di vedervi fare a gara con il PDL tra chi è più libertino, e la parola LAVORO deve essere al centro del programma non per precarizzarlo, o renderlo ancora più slegato da lacciuoli ma protetto e incentivi per il lavoro precario.
    Poi, ci vuole la lega per dire NO a un ennesima riforma delle pensioni quando l’INPS è in strattivo??? E’ troppo cercare di difendere l’opportunità per i giovani di prendere una pensione? Perché se si continua così io, che di anni ne ho 28 e ho iniziato a lavorare a 21, in pensione ci vado a 80 anni se va bene…

    Sulla perdita di certi personaggi credo che il partito non possa che beneficiarne, l’addio della Binetti e di Rutelli hanno fatto tornare a respirare l’ala laica del PD.

    Saluti

  3. marco scrive:

    sarebbe bene che i liberisti corressero il rischio di entrare in parlamento coi voti dei liberisti, invece di appoggiarsi all’organizzazione e ai voti, di quelli che liberisti non sono.

    e sarebbe anche bene se i “riformisti” si facessero qualche domanda sull’esito di vent’anni di riformismo : i lavoratori ci hanno perso e basta, sono diventati più poveri, più deboli, e nessuna delle promesse del “capitalismo dal volto umano”, si è minimamente realizzata.

    infine : io appartengo alla classe lavoratrice, e non sono disposto a votare un partito che non identifichi i miei interessi come i suoi interessi.
    un partito che non lo facesse, a che servirebbe ? la società gerarchica si struttura tranquillamente anche da sola, non ha bisogno di politica :
    la politica serve se si intende rovesciare, o abolire, o attenuare, questa gerarchia : un partito che non si identifichi con gli interessi di una classe sociale -intesa nel senso più vasto-è una perdita di tempo, tempo dedicabile invece agli hobby, o alla famiglia.

    scusate, ma voi, che vi mettevate col partito che fu il PCI, lo sapevate, o ve l’hanno detto dopo ?
    e non vorreste una connotazione di classe, di questo partito ?
    ma come vi può sembrare anche solo immaginabile ?!

  4. Marco scrive:

    Buonasera. Prendo spunto dalla conclusione metaforica “camminare verso sud” per sottolineare che il futuro di questo Paese non si gioca solo al Nord, ma anche e forse soprattutto al Sud.
    Penso, e mi trovo a dirlo sempre più spesso, che sia necessario ed etico lanciare una visione dell’Italia a 20 anni (e non a 20 ore) e che questa si potrebbe, per esempio, basare su un “prodotto” che non si può produrre all’estero: il clima ed i beni culturali ed ambientali. In questo ambito, Sud e Nord giocano un ruolo per lo meno alla pari e potrebbe essere la chiave di volta per dare un senso a questa penisola che non ha altra materia prima se non la sua Storia ed i suoi Ingegni. Una volta stabilito quale dovrebbe essere il nostro “core business”, una serie di programmi lo possono realizzare, allineandosi a tale visione. Sempre a titolo di esempio, una vera riforma dell’Istruzione che consenta di orientare coerentemente la formazione(proseguendo l’esempio di cui sopra, punare di più su lingue straniere, storia dell’arte, “ingegneria” dell’ambiente e del territorio…). Penso ci sarebbe lavoro per noi e per svariati milioni di immigrati. Se l’On Sarubbi, o chiunque frequenti questo blog, di qualunque parte o colore, vuole approfondire il tema su un qualche forum di discussione, per trasformarlo in una piattaforma che consenta di costruire un futuro per i nostri figli e nipoti, parliamone: cedo volentieri il copyright e posso mettere a disposizione parte del mio tempo e delle mie energie. E’ vero che la situazione è disperata, ma intuisco da ormai numerosi segnali, che milioni di persone in questo Paese aspettano solo un coordinamento, un punto di accumulazione, per dare sfogo alla loro inventiva, al loro bisogno di progettare l’avvenire e mettersi in gioco per il bene loro e delle generazioni future.

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