Parto dalla fine: i blog sono salvi. La Commissione Giustizia ha appena approvato un emendamento che limita l’obbligo di rettifica – già esistente, per la verità – e le sanzioni ai siti che recano testate giornalistiche on line registrate presso il tribunale. È stata una battaglia abbastanza dura, perché qui dentro c’è gente che non sa nemmeno cosa sia un blog, ma alla fine gli stessi deputati del Centrodestra un po’ più svegli si sono resi conto dell’insostenibilità della norma. È una buona notizia, per carità, ma purtroppo ce n’è pure una cattiva: per salvare le mutande del presidente, Pdl e Lega hanno approvato un nuovo emendamento che bloccherà la pubblicazione delle intercettazioni utilizzate dal giudice per l’ordinanza di custodia cautelare. Giulia Bongiorno si è dimessa da relatrice, in segno di protesta, e mi aspetto che a questo punto cambi pure la strategia attendista del Terzo Polo, che stamattina si era astenuto sulle pregiudiziali di costituzionalità per non turbare le trattative in corso.

Quando siamo arrivati in Aula, stamattina, abbiamo trovato un fascicolo degli emendamenti di 89 pagine. A pagina 84, quello presentato da tre deputati del Pdl (Cassinelli, Palmieri, Scandroglio) e da Barbareschi, che prevedeva l’obbligo di rettifica per tutti e sanzioni diverse a seconda del sito: da 7500 a 12500 euro per le testate e da 250 a 2500 per i blog, ridotti ad un massimo di 500 euro se nel blog era indicato “un valido indirizzo di posta elettronica certificata a cui trasmettere indicazioni e richieste di rettifica”. Eravamo pronti a dare battaglia, ma sono stati gli stessi deputati di maggioranza – dicevo – a rendersi conto che non valeva la pena pagare un prezzo così alto all’opinione pubblica per una mera questione di principio: alla fine, si sono detti, le cose importanti sono altre, per cui giochiamoci la faccia su quelle. E così, nella seduta di oggi pomeriggio in Commissione Giustizia, è avvenuto il blitz programmato da un anno: era il 30 luglio 2010 quando il testo arrivò in Aula, piuttosto depotenziato proprio grazie al lavoro nostro e della Bongiorno, e Berlusconi rinunciò all’idea di farlo approvare nella prima settimana di agosto perché a quel punto – lo disse testualmente – non gli serviva più. Poi è arrivato il caso Papa, poi quello Milanese, e soprattutto la saga Mutande pazze, a regia Tarantini, che ha creato qualche imbarazzo a corte e che probabilmente ne potrebbe creare molti altri: così, per necessità personale, il presidente del Consiglio ha deciso di ritirare fuori il testo dal cassetto e di forzare la mano, anche a costo di uno strappo con il resto del mondo. Ne è venuto fuori, appunto, l’emendamento di oggi pomeriggio, che – se già in vigore – non avrebbe consentito all’Italia di sapere due o tre cosette niente male: Berlusconi che dice a Lavitola di restare all’estero, o che rassicura Tarantini sul foraggiamento delle ragazze, perché la patonza deve girare; l’imprenditore Viscione che si lamenta di essersi stufato di pagare orologi, viaggi e macchine a Milanese; i quattro o cinque affaristi che si raccontano le regalie fatte a Papa, in cambio della rivelazione di notizie riservate dal fronte giudiziario. Fra le cose che l’Italia non avrebbe mai saputo, poi, ci sarebbe quella famosa telefonata in cui Piscicelli rivela a suo cognato di essersi messo a ridere, alle 3.32 di quel 6 aprile 2009, pensando ai milioni che la cricca avrebbe incassato dalla ricostruzione dell’Aquila. E c’è chi continua a chiamarlo gossip, pensa un po’.

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3 commenti to “E lo chiamano gossip”

  1. Mario Mozzi scrive:

    rendiamoci conto che stiamo andando a rotoli

  2. Olivier scrive:

    …se il “miglior governo di sempre” teme così tanto le intercettazioni significa che NON è il migliore di sempre.
    Anzi, questa pesante censura ne esemplifica al meglio la sua fragilità.

  3. MANLIO scrive:

    BERLUSCONI-RESTO DEL MONDO 2-0.Intanto attendiamo di conoscere le telefonate dei Penati,di Riomaggiore,di Tedesco,di tutto il circo monnezaro che ruota attorno a PD.E poi di sapere che dice Niki Vendola ai suoi amichetti.

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