Lo dico con profonda tristezza, ma ormai mi sto abituando pure alla vergogna: la vergogna che mi assale ogni anno, più o meno di questi tempi, quando Action aid pubblica il rapporto annuale sull’Italia e la lotta alla povertà nel mondo. Non che ne abbia responsabilità dirette, per carità: nel mio piccolo, pur non facendo parte della Commissione Esteri, rientro sempre fra i primi parlamentari italiani per impegno sui temi dalla cooperazione allo sviluppo. Ma di fronte a quei dati, lo ammetto, capisco di aver girato a vuoto, perché il rapporto 2011 è peggio del 2010, che a sua volta è peggio del 2009, e via via fino agli anni del governo Prodi, l’unico con un sussulto di dignità su questi temi che non interessano a nessuno. Neppure a molti elettori del Centrosinistra – siamo sinceri – spaventati dalla crisi e poco avvezzi a capire il nesso fra la distribuzione mondiale della ricchezza e gli sbarchi a Lampedusa.

Parto da un dato dall’aspetto strano, per capire meglio: il più attivo in assoluto sul fronte della cooperazione – dice la classifica, frutto di un’elaborazione Action aid e Openpolis sui dati della Camera – è un deputato della maggioranza, Enrico Pianetta; contemporaneamente, però, lo stesso Centrodestra ha tagliato gli aiuti allo sviluppo del 78% in tre anni di legislatura, facendo arrivare a 22 miliardi di dollari la “morosità morale” dell’Italia nei confronti della comunità internazionale. La lettura di questa contraddizione è, in realtà, piuttosto semplice: in Parlamento non tocchiamo palla, e spesso – come ci confessò il sottosegretario Mantica in una memorabile risposta alla nostra interrogazione sul Fondo globale per la lotta all’Aids – non toccano palla neppure a Palazzo Chigi, perché si decide tutto al ministero dell’Economia. Ormai sono saltati gli impegni presi all’Onu: il 2010 è passato senza che raggiungessimo la tappa intermedia dello 0,51% del Pil, mentre per arrivare agli obiettivi del millennio nel 2015 dovremmo aumentare gli aiuti di 2 miliardi di euro l’anno, cosa oggettivamente impensabile in un momento come questo. La stessa Ue si è ormai rassegnata, ma ci ha comunque fissato una soglia di credibilità, al di sotto della quale sono pronti a sputarci in un occhio: è dello 0,28%, ossia quasi il doppio degli stanziamenti attuali. Messo così, sembra parecchio; in realtà, scrive Action aid nel suo rapporto, è “la metà di quanto versato all’Ue per l’infrazione delle quote latte, e pari al 6,4% dell’evasione fiscale nazionale, al 13% del costo della corruzione o a meno di un terzo della spesa nazionale per gli armamenti”. Se non volete farlo per senso di giustizia o per dignità, scrive Action aid, fatelo almeno per convenienza:

“I segnali dei costi della non-cooperazione cominciano a essere visibili nella riduzione di peso dell’Italia nei consigli di amministrazione di alcuni Fondi di sviluppo e organizzazioni internazionali, nella riduzioni della nostra quota nel finanziamento delle Nazioni Unite, nella riduzione di appalti vinti da imprese italiane nei Fondi internazionali di sviluppo, nella contrazione (…) della presenza locale della nostra cooperazione allo sviluppo, con conseguente perdita di riconoscibilità nei PVS e significativa riduzione nel medio termine del personale italiano nelle organizzazioni internazionali. (…) La drastica riduzione di aiuti può significare una sostanziale scomparsa della presenza finanziaria italiana in questi Paesi. Un recente studio condotto in Germania ha dimostrato(…) che, nel lungo periodo, per ogni aiuto bilaterale sborsato, 1.04-1.20 rientra nell’economia tedesca”.

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