E fu così che, il primo giorno di scuola, l’Italia si accorse dei figli degli immigrati. Il dibattito di oggi sulla soglia del 30% è ideologico come pochi, ma fa sempre la sua figura nelle scalette dei telegiornali e quindi pare stia avendo molto successo. Nel momento in cui i minori stranieri toccano quota un milione – credo che sia già accaduto, ma aspettiamo le cifre ufficiali dell’Istat – nel nostro Paese ci si fa la domanda sbagliata: se sia giusto, cioè, porre un tetto alla presenza dei figli degli immigrati, per evitare che i bambini di sangue italico si ritrovino in terza elementare a studiare ancora l’alfabeto. Messa così, è chiaro che la questione contiene già la risposta; ma è proprio il sillogismo che non funziona, perché il livello di scolarizzazione di un bambino non dipende dalla provenienza geografica dei suoi cromosomi, e la stessa Gelmini lo sa. Se lo dicesse pure, invece di lisciare il pelo alla Lega, non staremmo qui a perdere tempo con questi falsi problemi.

Qualche giorno dopo aver introdotto il tetto – che già matematicamente presenta qualche difficoltà, perché in diverse parti d’Italia non si riuscirà a rispettarlo, ma che venne fissato al 30% (anziché al 40) per tenere buoni i leghisti che chiedevano il 20 – il ministro dell’Istruzione si rese conto di aver fatto una fesseria. Noi eravamo in largo di Torre Argentina a manifestare, con le facce dipinte di nero, e dall’altra sponda del Tevere partì una circolare interpretativa, nel senso che Mariastella interpretava se stessa facendo marcia indietro: dal computo della quota stranieri, scrisse, il dirigente scolastico può escludere i figli degli immigrati nati in Italia, perché parlano italiano come i loro coetanei e quindi alla fine tanto stranieri non sono. Ecco, è questo l’unico criterio sensato per fare una classe: parli bene l’italiano, dovunque tu sia nato – se sei arrivato qui a un anno, non è che cambi molto – e quale che sia la nazionalità dei tuoi genitori? Bene, sei nella quota x. Non parli bene l’italiano, dovunque tu sia nato – ci metto pure il piccolo Gennarino, che nei primi 5 anni di vita ha parlato solo dialetto napoletano, a casa sua e nei vicoli dei quartieri spagnoli– e quale che sia la nazionalità dei tuoi genitori? Bene lo stesso, sei nella quota y. In ogni classe, dice un governo serio, cerchiamo di mantenere gli equilibri fra x e y, per due motivi: il primo è che non sia danneggiata la qualità dell’insegnamento per gli alunni x, il secondo è che gli studenti y hanno bisogno di essere mischiati agli altri proprio per recuperare terreno più velocemente e per non correre il rischio del ghetto. Non sempre ciò sarà possibile, e nei casi più complicati si raddoppieranno gli sforzi: alla Pisacane di Roma, ad esempio, gli insegnanti hanno ottenuto risultati egregi, con la loro passione e la loro competenza; lo hanno fatto – guardatevi il film Una scuola italiana, se non lo avete ancora visto – senza nessun aiuto dell’amministrazione, anzi, nel bel mezzo di una tempesta mediatica e politica da parte del Centrodestra, che ci ha costruito sopra una campagna elettorale. Gli unici sconfitti, in questa storia, sono quei genitori che cascano nella trappola e magari iscrivono i figli in altre scuole, come è accaduto a Roma, per paura del bambino nero.

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2 commenti to “La domanda sbagliata”

  1. Chaim Recanati scrive:

    Ma perche’ non introdurre tests attitudinali – non quindi legati alla discrezionalita’ del preside/insegnante di turno – per capire se gli alunni in questione hanno bisogno di corsi di sostegno (non di classi separate, quello e’ apartheid)? Tra l’altro, questi tests, quando applicati a bambini di prima elementare dovranno essere solo orali, visto che si suppone che qualcosa la dovranno imparare anche a scuola (nella speranza – spesso disattesa – che l’insegnante parli un italiano impeccabile, ovviamente).
    Mi domando, comunque, perche’ questi problemi con i bambini ci siano solo in Italia, paese, tra l’altro con una varieta’ di accenti e dialetti tale da rendere, in alcuni casi, certe parlate assolutamente incomprensibili a chi non proviene dalla stessa regione. Non dovremmo, allora, essere un po’ piu’ flessibili? E poi, cosa si pretende, che i bambini parlino come Umberto Eco? E se cosi’ fosse, chi li capirebbe? La mia impressione e’ che sia un problema tutto leghista, visto che in quel partito di scienziati e premi Nobel sono in tanti ad avere problemi di natura grammaticale e sintattica. Non sono forse loro che parlano di “opposizione spetasciata” (lombardo per “schiacciata”), di “pan grattato” (no, non aveva il solletico, e’ il pane grattuggiato), o di “quella cosa qui”, tipica espressione che denota confusione geografica, o che dicono di essere “dietro a lavorare”, come se essere davanti al proprio lavoro fosse inaccettabile, o che rivolgono al malcapitato straniero domande filosofico-esistenziali quali “quante sono le ore”, italianizzando un bellissimo “quant hin i ur?” che ormai solo in pochi si azzardano a pronunciare, o che raccomandano di “far ballare l’occhio”, per esortare alla prudenza glorificando un tic? E se i leghisti non riescono a capire i bambini, non sara’ forse il caso di mandarci proprio i leghisti ai corsi di sostegno? E, a giudicare dalla durezza delle cervici, quanto ci costera’?
    .

  2. MANLIO scrive:

    Io ad ogni buon conto metterei nella quota X i bambini che parlano italiano,nella Y quelli che parlano male l’italiano ma sono italiani,nella Z quelli che sono stranieri e parlano male.Gennarino andrebbe cosi’ nella y,e la ragione è semplce.E’ italiano,era italiano suo nonno,lo era suo bisnonno.Il tentativo di mescolare italiani e stranieri nella Y è una mistificazione.Uno straniero è uno straniero,punto e basta.D’altronde,chi parla bene l’italiano è comunque ammesso a stare tra italiani.Ma è intolerabile mescolare gli italani a stranieri in una classe di recupero,facendolo sentire uno straniero in patria.E i leghisti che parlano bergamasco?Scelgano loro.Non nella X ovviamente.

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