Con una decina d’anni di ritardo, negli Usa si sono accorti che da noi il Grana padano non esisterebbe senza gli immigrati indiani. Da loro fanno i tassisti, da noi mungono mucche. Eppure, rileggendo la prima pagina dell’International Herald Tribune di oggi, mi è venuto il dubbio che qualcuno in Italia ancora non se ne sia accorto, forse perché la vita di stalla è un po’ fuori dal giro dell’informazione dominante o – più probabilmente – perché gli esempi di convivenza pacifica non fanno mai notizia, mentre il caso di cronaca nera è sempre ricercatissimo. E qui mi verrebbe la tentazione di parlare delle accuse mosse ieri all’Italia dal Consiglio d’Europa, che ci accusa giustamente di fomentare il razzismo per scopi politici, ma oggi ho deciso di dedicarmi al formaggio: grana o parmigiano che sia, perché oltre alle stalle del cremonese, di cui parlano gli americani, ci sono pure quelle della bassa reggiana.

Fu di Paolo Rumiz, se non ricordo male, il primo reportage d’autore su Novellara. Eravamo nel 2003, e su Repubblica uscì il suo “viaggio tra i sikh adottati dalla Padania”: un “viaggio tra i popoli del made in Italy, mentre si infiamma il dibattito sul loro diritto di voto alle elezioni amministrative”. Sono passati 8 anni, il dibattito si è infiammato e spento una decina di volte, e i sikh sono sempre lì: alfieri del made in Italy, appunto, con il loro turbanti colorati e i loro permessi di soggiorno in attesa che finisca l’iter della domanda di cittadinanza. In una delle mie recenti conferenze sul tema – mi pare fosse a Vicenza – uno di loro mi ha dato la sua pratica da inoltrare al Viminale, sperando nelle mie mani in pasta: parlava italiano con l’accento di mia madre, che in India non è mai stata ma è nata in provincia di Reggio. Dai tempi del reportage di Rumiz, che parlava di 20 mila sikh in Italia, oggi sono più che triplicati: le ultime stime li danno ormai a 70 mila, e il famoso quadrilatero tra Verona, Brescia, Parma e Reggio Emilia non è più un caso isolato, perché nel frattempo gli immigrati del Punjab hanno trovato lavoro anche in Calabria e nell’agro pontino. Rumiz parlava di 5 luoghi di culto, ma oggi i Gurdwara sono diventati 33; l’ultimo, il più grande d’Europa, è stato inaugurato due settimane fa a Pessina cremonese: un’opera da quasi 2 milioni di euro, totalmente autofinanziata, che le associazioni hanno sostenuto e che lo stesso Comune – governato da una lista civica di Centrodestra – non ha osteggiato, nonostante il pressing della Lega e di Forza nuova. Nessuno poteva prendersela con i sikh, perché la loro presenza è molto amata da tutti (la Chiesa locale, per dire, ha organizzato corsi di alfabetizzazione), e perché oggettivamente fanno comodo: Rumiz li paragonava ai lumbard, per la loro “malattia del lavoro”, e definiva la loro cultura “un leghismo in salsa curry”. Eppure, raccontano le cronache, la Lega ha cercato in ogni modo di mettere i bastoni fra le ruote, raccogliendo firme (81 in tutto, di cui solo 8 residenti) per fermare il cantiere: la concessione edilizia era “illegale” perché parlava di “centro culturale” mentre si trattava di un luogo di culto, tra l’altro “in un’area non adibita ad ospitarlo”. La corsa al ribasso è stata vinta però dalla sezione milanese di Forza nuova, sul suo sito:

“Gente tranquilla i Sikh, gran lavoratori zootecnici che, sistemati in strutture fatiscenti e malpagati, fanno quello che gli italiani non vogliono fare, da sfruttare oggi ma, come qualsiasi sacca etnica e radicalmente chiusa all’esterno, gran fucina di problemi domani. Se solo oggi apparentemente non ci danno fastidio, a parte qualche rumore di troppo o qualche disguido viabilistico, se solo oggi non ci accorgiamo del danno potenziale che subiremo con le prossime generazioni, vuol dire che i nostri figli pagheranno la nostra miopia che, in questo caso, diverrà una vera e propria colpa storica”.

E poi, ancora:

“Non ce l’abbiamo con i neri e gli africani
solo non vogliamo che ci rubino il lavoro.
Non ce l’abbiamo con gli omosessuali
solo non vogliamo che ci contaminino col loro morbo.
Questa è una destra nuova che vuole battersi per il
rispetto della civiltà e della democrazia.
Non ce l’abbiamo con gli zingari,
solo non vogliamo che mettano in pericolo
la nostra comunità.
Non ce l’abbiamo cogli extracomunitari,
solo non vogliamo che occupino le nostre case.
Questa è una destra nuova che vuole mettersi
dalla parte del cittadino e del lavoratore.
La pelle, la lingua, la razza non c’entra.
E se non capite questo siete degli ebrei!”

No, scherzo: questa seconda citazione era una celebre poesia di Corrado Guzzanti (“La nuova destra”, Il libro de Kipli, 1992). Ma se non lo avessi saputo, ci sarei cascato.

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Un commento to “Made in Italy”

  1. MANLIO scrive:

    I sikh sono diffusissimi anche nella cittadina vicino Roma dove abito,e sono considerati da tutti ottime,cortesi,laboriose persone.Non hanno MAI,DICO MAI,creato un problema che fosse uno.Non meraviglia che sia concesso loro di pregare in enormi templi dedicati alla loro religione:meraviglia che non si capisca che se si trattasse di moschee o campi nomadi,la sola idea di costruirne una a Cremona come a Canicatti’ avrebbe scatenato una rivoluzione.Se ne deduce che gli italiani e pefino i leghisti non sono razzisti:sono solo gente che sa distinguere ed apprezzare tra l’onesta’ e la laboriosita’da una parte e la monnezza sociale di una certa immigrazione dall’altra.

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