Ci sono voluti quasi due anni di dibattito in Commissione, perché nei momenti in cui non serviva alle contingenze politiche la proposta di legge sul testamento biologico tornava a scorrere sotto terra, come un fiume carsico. Il caso Ruby ha risvegliato la corrente ed oggi, in un’Aula praticamente deserta, è iniziata la discussione generale: ciò non significa che il testo si voterà domani, ma che – quando ciò avverrà, probabilmente ad aprile – avremo i tempi contingentati. Sono intervenuto anch’io, cercando di dare un piccolo contributo al dibattito.

ANDREA SARUBBI. Grazie, signor Presidente. La cosa che più mi addolora, del provvedimento che stiamo discutendo, non è tanto il merito, quanto il metodo: perché siamo in un Paese in cui anche una legge che decide sulla vita e sulla morte delle persone può diventare un’arma politica. Un voucher da giocarsi nei rapporti con la Chiesa, quando tutto il resto va male: lo abbiamo visto a inizio 2009, quando il governo doveva farsi perdonare le atrocità anti-immigrati contenute nel ddl sicurezza; lo rivediamo in questi mesi, in cui il presidente del Consiglio tenta di uscire dall’angolo in cui si è messo da solo, con le proprie condotte certamente poco edificanti e forse – ma questo lo diranno i giudici – anche poco lecite. Quando non serve ai propri calcoli, come è stato ad esempio per gran parte del 2010, questa legge finisce in freezer; quando torna utile, come è in questo periodo, si scongela ed è pronta all’uso. Il problema è che, nel frattempo, anche il dibattito si è congelato: e l’opinione pubblica italiana appare ferma, quasi pietrificata, intorno al letto della povera Eluana Englaro, dove la guerra tra guelfi e ghibellini ha riportato l’Italia indietro di 8 secoli.
Vista da destra, è una guerra tra il popolo della vita e quello della morte; vista da sinistra, è una guerra tra i clericali e i laici autentici. Vista da dentro, a mio parere, è una partita a Risiko che, impostata in questo modo, fa innanzitutto del male all’Italia, a quel concetto di unità nazionale che – proprio nell’anno del 150esimo – non va ricercato solo sull’asse nord-sud, ma anche nella costruzione di una coscienza condivisa. Lo ricordo innanzitutto alla mia parte politica, a quanti del Partito democratico ho sentito – in questi mesi – sostenere che una legge non deve avere contenuti etici, ma solo giuridici: se il problema fosse davvero in questi termini, allora non esisterebbe il diritto del lavoro, e neppure il codice della strada, e sarebbe difficile anche spiegare, in una Finanziaria, un sistema di tagli non lineari, visto che ogni soldo in più o in meno su un capitolo di spesa anziché un altro comporta una scelta di valore. Ma lo ricordo anche al Centrodestra, o almeno a quanti nel Centrodestra hanno derogato allo sforzo principale: che è quello di cercare, all’interno di un quadro del genere, valori il più possibile condivisi. È il passaggio logico tra credente (o non credente) e legislatore, che ai nostri padri Costituenti riuscì in un’Italia certamente più cattolica di quella attuale: un po’ perché erano evidentemente migliori di noi, un po’ perché ci provarono davvero. Penso all’articolo 7 Costituzionale, quello dei rapporti tra Stato e Chiesa: in questo clima, saremmo in grado di riscriverlo in maniera così equilibrata, così plurale? Io, purtroppo, credo di no.
Ecco, quello del pluralismo è un tema che dovrebbe stare a cuore a tutti, non solo al Centrosinistra: perché il pluralismo è nel dna dei liberali; perché tra i popolari europei le posizioni sui temi etici sono discordanti; perché lo stesso presidente Berlusconi, in campagna elettorale, parlò testualmente di “un partito anarchico, perché su questioni di etica e morale, ad esempio, noi lasciamo la libertà di coscienza in tutte le situazioni”. Ma questo approccio rispettoso si è poi perso in ascensore, perché al quarto piano – in Commissione Affari sociali – di pluralismo nel Pdl ne abbiamo visto ben poco: prima con le sostituzioni forzate, per non far votare i deputati in dissenso; poi con l’abbandono della Commissione al momento del voto da parte di diversi colleghi, che – pur essendo d’accordo con alcuni emendamenti molto equilibrati presentati dal Pd – non potevano farli passare, per ordini di scuderia. Quegli stessi ordini di scuderia che, voglio sottolinearlo, hanno visto bocciare un emendamento Udc, a prima firma Buttiglione, colpevole di opporsi a “trattamenti terapeutici non proporzionati, futili o inutilmente invasivi” e di ricordare che il medico “non ha l’obbligo di contrastare e ritardare ad ogni costo l’esito finale della malattia, ma piuttosto, nel rispetto del miglior interesse del paziente, ha il compito di accompagnarlo e assisterlo verso la sua fine naturale”. “Emendamento eutanasico”, si commentò allora, con quella parola magica che nel lessico del governo è diventata un passepartout.
È bene ripeterlo, dunque, una volta per tutte. Con grande rispetto per le posizioni della delegazione radicale, espresse sempre alla luce del sole, il Partito democratico non ha mai voluto uccidere le persone depresse, come troppo spesso capita nelle cliniche svizzere: il no all’eutanasia è scritto nei nostri emendamenti – bocciati, naturalmente, da Pdl e Lega – ed è messo in pratica nel tentativo, anche faticoso, di trovare soluzioni che tengano insieme il no all’accanimento terapeutico con il no all’abbandono terapeutico, nel rispetto della dignità della persona. Il Centrodestra ha tentato la strada della camicia di forza; noi sappiamo, invece, che l’unica legge possibile è una legge a maglie larghe, in cui ci siano adeguati spazi di manovra per l’alleanza terapeutica; sono due anni che ci lavoriamo in silenzio, lontano dal clamore e dalle polemiche, e durante tutta la discussione in Aula cercheremo di avviare un dialogo costruttivo: emendamento su emendamento, sfideremo la maggioranza a confrontarsi con le nostre proposte; a dirci, se ci riesce, dove si nascondono il laicismo, il disprezzo per la vita, la minaccia antropologica. Prima ancora di una legge, c’è in ballo un sentire comune che merita di essere tenuto al riparo dalle lacerazioni. E l’unica strada possibile è quella della pietas, del diritto mite: a meno che non si voglia un’Italia in lotta perenne tra guelfi e ghibellini, nella speranza di lucrare consensi cattolici sulla pelle del Paese.

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7 commenti to “Facciamoci del male”

  1. LucaGras scrive:

    Complimenti, un bell’intervento. Grazie.

  2. Raffaele scrive:

    Mi è piaciuto molto il tuo intervento e quello di una ragazza che non conosco e mi pare sia del PD, ma non ho capito il nome….

    Buon lavoro

  3. riccardo scrive:

    Ottimo intervento, si vede che l’influenza è stata produttiva 😉

  4. Stefano scrive:

    Concordo anche io, un’opera d’arte. Girerò questo link ad un po’ di gente. Grazie Andrea io rimango sempre veramente commosso per il tuo stile politico

  5. MANLIO scrive:

    Fatto il solito lip service che dipinge Berlusconi all’angolo da 17 anni,scopriamo la proposta di una coscinza condivisa.Quale coscienza condivisa puo’ esserci in un Paese dove una ragazzina che proviene da una famiglia che definisco non meno che eroica muore come una santa dopo una vita esemplarmente pulita,assassinata da un mostro,mentre lesbiche e froci,tossicomani ed amici del talebanismo,killers della propria “amata” figlia lasciata MORIRE PER MOTIVI IDEOLOGICI,EROI DELL’ANTIMAFIA SCOPERTI A FAVOREGGIERE LE COSCHE PERMETTENDO A CENTINAIA DI MAFIOSI DI TORNARE A DELINQUERE,traditori al servizio di servizi segreti fascisti,magistrati comunisti,giornalisti servi e mentitori si uniscono in un mondo che definiremo”sinistra”? Cos’hanno in comune coloro che hanno messo al mondo quella bimba,ed alla cui categoria mi onoro indegnamente di appartenere,e la marmaglia sopradescritta:che dialogo è possibile tra terrestri e marziani?
    PS.Mi cuso per la scrittura a lettere capitali,frutto di errore di typing.

  6. ch3m scrive:

    Se ho capito giusto, quindi, sei a favore della libertà di scelta dei parlamentari — che devono poter votare come vogliono, e non come i loro capi dicono — e contro la libertà di scelta dei malati — che devono essere attaccati a sondini anche contro la loro volontà. Giusto?

    Un’altra cosa: ma voi cattolici col pedegree considerate i cattolici liberali à la Marino dei credenti di serie B?

  7. Andrea Sarubbi scrive:

    @ ch3m: non mi pare una domanda ben posta, comunque provo a riassumere per l’ennesima volta le mie idee. Sono decisamente e convintamente, nonché irriducibilmente, contro l’eutanasia: se sei depresso e vuoi che il servizio sanitario nazionale ti inietti il cianuro, nel mio Paese non lo fai. Sono altrettanto decisamente, convintamente e irriducibilmente contro l’accanimento terapeutico: se sei nella fase terminale della vita, io non ti bombardo di roba e non ti sottopongo a sofferenze inutili per la soddisfazione di vederti resistere una settimana di più. Fra l’eutanasia e l’accanimento terapeutico esiste un ampio margine di manovra e di valutazione, che a mio parere non dovrebbe essere disciplinato nel dettaglio da una legge, ma deciso – caso per caso – dal medico e dal fiduciario, tenendo conto sia delle volontà del paziente che delle terapie disponibili in quel momento. Quanto ai cattolici “alla Marino”, come dici tu, figuriamoci se io mi sostituisco al Padreterno: non giudico proprio nessuno, né credo di avere un particolare pedigree.

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