Il primo marzo di un anno fa, gli immigrati erano in diverse piazze d’Italia. Non avevano scioperato, perché molti di loro non se lo potevano permettere, ma l’obiettivo era lo stesso che aveva ispirato le manifestazioni in Francia: far riflettere un Paese intero sull’importanza della loro presenza. Che è ormai un dato stabile, radicato, quasi totalmente insensibile ai periodi di crisi economica. Così è andata anche nell’ultimo anno: mentre la propaganda politica agitava il fantasma dell’invasione, i dati dimostrano che questa invasione non c’è stata. Né dal punto di vita economico, né – tema su cui la cristianissima Lega è diventata particolarmente sensibile – da quello religioso. Anzi: più passano gli anni, più gli immigrati presenti in Italia si laicizzano. Soprattutto i giovani.

Su Repubblica di oggi c’è un bell’articolo di Michele Smargiassi, che si intitola “Gli integrati” e che inizia così: “Allah non surclassa Gesù”. E prosegue: ”Basta una sola generazione, basta saltare dai padri ai figli per veder svanire uno dei fantasmi più inquietanti della società multietnica: la ri-islamizzazione, l’integralismo di ritorno, la religiosità reattiva che chiuderebbe ogni comunità migrante nel recinto dei propri dogmi, armata e aggressiva verso quelli altrui. (…) Nel giro di una generazione, perfino prima di quanto la sociologia delle migrazioni ammetta, le differenze sul piano dei comportamenti religiosi si smussano. E non solo quelle. Se tre quarti dei ragazzi arrivati in Italia coi genitori da meno di nove anni comprendono bene l’italiano, se perfino un terzo tra quelli arrivati solo da un paio d’anni preferiscono già l’italiano alla lingua madre, un dato che non ci si aspetterebbe è che un ragazzino su tre tra quelli nati in Italia da genitori stranieri dichiari di sentirsi italiano pur non essendolo affatto per la nostra legge”. È in uscita un saggio di due sociologi, Marzio Barbagli e Camille Schmoll (“La generazione dopo”, Il Mulino), che spiega bene un argomento ostico ai leghisti: “che l’integrazione è la medicina dell’integralismo, che solo una società non escludente dà la garanzia di non allevarsi in seno nuclei di alieni religiosi irriducibili”. E non è solo un problema di Lega, a dire la verità: due anni fa ho sentito con le mie orecchie il sottosegretario Giovanardi proporre la selezione dei flussi in base alle provenienze religiose, ma siccome una tesi del genere non trova sponda neppure nella Chiesa, poi non l’ho più risentito. Questo significa che chi arriva in Italia musulmano è destinato a diventare cristiano? No: in Francia, ricorda Smargiassi, solo il 7% ha abbandonato l’Islam. “Non sono le identità di fede, ma i comportamenti devoti a cambiare”, insomma, come del resto avviene anche per i ragazzi italiani: solo nel caso in cui ci si trovi di fronte ad una società chiusa, con tensioni sociali forti, allora può valere per alcuni il richiamo della coesione religiosa. “Costruire una moschea – conclude brillantemente Smargiassi – non farà dunque crescere il tasso di integralismo tra le nuove generazioni di immigrati. Vietarla, forse sì”.

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Un commento to “Gli integrati”

  1. riccardo scrive:

    Concordo, come sempre sostengo sono le politiche d’esclusione che generano rabbia e voglia di conflitto. E fino che reggerà questo governo cristiano integralista, cristiano di nome non di fatto, sprecheremo una grande ricchezza che ci può essere data con politiche integrative.

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