Nel giro di due mezze giornate – il pomeriggio di lunedì e quello di mercoledì – l’Aula della Camera ha liquidato la discussione generale sul testamento biologico, che a guardarla bene non mi è sembrata particolarmente fruttuosa: fatte salve poche eccezioni, gli interventi sono serviti più a ribadire le posizioni di partenza che non a cercare soluzioni condivise. Le cose cambiano un po’ nei colloqui faccia a faccia, lontano dai microfoni e dalle telecamere, dove mi sembra in crescita il partito trasversale di chi non vorrebbe nessuna legge. Mi ha intervistato sul tema Alessio Garofoli, giornalista di Lettera 43: forse troverete le mie risposte un po’ sincopate e disorganiche – e certamente meno approfondite di quanto avrei voluto – ma sono i limiti del botta e risposta.

Il 7 marzo è sbarcato nell’aula di Montecitorio il ddl Di Virgilio/Calabrò sul “testamento biologico”, preparato dalla maggioranza due anni fa, all’epoca della morte di Eluana Englaro. Gli schieramenti si spaccano. In modo anche imprevisto: Andrea Sarubbi, deputato cattolico del Pd, annuncia che non lo voterà. “Non so se il mio sarà un no o se non parteciperò al voto: dovrò anche confrontarmi con quello che deciderà il mio partito”, spiega. Ma il suo sì è praticamente escluso.

Perché questa decisione?
Questa legge è un accrocchio, che non mette d’accordo nessuno: basti pensare che addirittura, per una parte della destra, è troppo tenera. Mi viene in mente un  emendamento, fatto approvare dal relatore Di Virgilio, secondo il quale se il tuo corpo non assimila più acqua e cibo allora si può smettere di somministrarli. Ovvio, no? Eppure, la Lega e altri vogliono cancellarlo. E sempre la Lega ha fatto passare in Commissione un emendamento per il quale la Dat (dichiarazione anticipata di trattamento, ndr) non ha nessun valore se rilasciata in forma diversa da quella scritta. Ma dico: se c’è un filmato, una registrazione, vogliamo tenerne conto? Secondo me la maggioranza, con l’obiettivo di conquistare il favore della Chiesa, è voluta andare addirittura più in là del Catechismo.

Ma la Chiesa la legge, così com’è, la vuole.
Diciamo che la Chiesa ha avuto, su questo punto, un atteggiamento altalenante. Prima di Eluana, diceva che una legge non servisse. Poi, Beppino Englaro ha portato il caso in tribunale e si è riproposto il problema: alcuni dei nostri – lo dico sinceramente – lo hanno un po’ cavalcato e si è arrivati alla spaccatura, letale per l’Italia, tra guelfi e ghibellini. E la Chiesa, a quel punto, si è schierata con i guelfi.

Non sarà che l’ha invocata perché la vicenda Englaro ha dimostrato che, in mancanza di una norma, basta la Cassazione a far “staccare la spina”?
Probabilmente sì. O forse, il ragionamento della Chiesa è più sottile: la spina magari si è sempre staccata, perché i nostri nonni facevano sicuramente così, ma nel chiuso di una stanza. È un po’ lo stesso schema degli scandali di Berlusconi: io sono convinto che altri esponenti del Centrodestra abbiano una vita sessuale disordinata, ma al premier si rimprovera l’esempio pubblico. Qualcuno la chiamerebbe ipocrisia, ma dal punto di vista ecclesiale è preoccupazione per l’emergenza educativa. In ogni caso, io, da cattolico, sono in difficoltà: questa, per me, è una questione etica, e invece è diventata politica.

In che senso?
Ho seguito questo ddl in commissione Affari Sociali alla Camera. Era fermo da due anni. Si è ricominciato a parlarne una prima volta all’epoca del caso D’Addario, che poi è rientrato. Ora la ritirano fuori in contemporanea col caso Ruby.

Uno scambio. Che però crea qualche problema anche al Pd, dove convivono cattolici e laici.
Sono in profondo dissenso da alcuni esponenti del mio partito, quando dicono che una legge non deve mai avere contenuti etici. Ma il diritto del lavoro non ha contenuti etici? E l’obbligo di portare il casco in moto non è dettato da un contenuto etico? Il problema, dunque, non è che una legge non abbia contenuto etico, ma piuttosto che questo contenuto etico sia il più condiviso possibile: tutto il contrario del ddl della maggioranza.

Cos’altro la mette in difficoltà della posizione del suo partito?
Complessivamente, la posizione esternata dal Pd è frutto di un grande lavoro di sintesi, al quale ho partecipato anch’io, e sul principio di fondo è estremamente ragionevole: noi siamo sempre per il lasciar morire. E il lasciar morire – lo dico tra parentesi, pensando ad esempio al no all’accanimento terapeutico per i malati terminali – è anche la posizione del Catechismo, quindi non mi pare che la nostra sia una banda di assassini. Ma poi, nella pratica, la questione si fa più complessa quando, anziché lasciar morire, si tratta di far morire: se mia madre mi dicesse che, nel caso un domani avesse una malattia non terminale e non fosse più in grado di nutrirsi con le pappette, non vorrebbe il sondino, io glielo metterei eccome. Il testamento biologico deve essere un documento impegnativo ma non vincolante, che preveda la famosa alleanza terapeutica tra medico e familiari chiamati a decidere insieme. Tenendo conto di eventuali progressi della scienza, che magari il paziente non poteva prevedere.

Che cosa pensa della dichiarazione di Rosy Bindi, secondo la quale la libertà di coscienza non è una linea?
Rosy voleva dire che, in realtà, se si è un partito bisogna almeno provare a trovare una posizione di sintesi, e che rifugiarsi nella libertà di coscienza prima ancora di confrontarsi non fa bene alla nostra capacità di dialogo. Io, rispetto a lei, mi fermerei anche un passo prima, nel senso che se siamo un partito a vocazione maggioritaria – che mira, dunque, a 12 o 15 milioni di voti – sui temi etici dobbiamo essere per forza pluralisti. L’importante, a mio parere, è che le divisioni non siano strumentali: se in queste ore, mentre si discute anche all’interno del Pd, alcuni di noi organizzano letture teatrali con Beppino Englaro, poi non ci si può lamentare che qualcun altro organizzi una manifestazione con Mario Melazzini. Il tutto mentre, come dicevo, in Parlamento facciamo una fatica enorme a trovare una sintesi. Ma, in ogni caso, il problema di una linea comune sta anche dall’altra parte.

Si spieghi.
Sa quanti colleghi del Pdl sono venuti a dirci privatamente di essere d’accordo con i nostri emendamenti? Ma non li hanno potuti votare, e in qualche caso sono usciti dalla Commissione per non votare contro. È chiaro, insomma, che il Centrodestra stia recitando una parte, e ciò rende il ddl sul testamento biologico ancora meno digeribile.

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