Per la seconda volta dall’inizio della legislatura, il gruppo del Pd ha portato in Aula un mio question time: il primo fu due anni fa sui tagli alla cooperazione internazionale, quello di oggi è stato sulla cittadinanza. Ho preso spunto da un problema di ordine pratico: la chiusura di un call center inaugurato nel 2005 dall’allora ministro Pisanu per fornire agli aspiranti cittadini notizie sull’avanzamento della loro pratica. Ora la procedura è stata informatizzata, provocando una serie di inconvenienti che ho cercato di riassumere in un’interrogazione urgente e che il governo ha minimizzato: a detta di Palazzo Chigi, il call center è stato soppresso per motivi di privacy e la sua chiusura non ha avuto nessun effetto degno di nota. Basterebbe chiedere a un immigrato qualunque che cosa ne pensi, ma – siccome Maroni con gli immigrati non parla – il problema non si pone.

Al di là degli aspetti burocratici, però, il mio question time aveva anche lo scopo di sollevare il problema politico: l’ultima volta che si era parlato della cittadinanza in quest’Aula era stato il 22 dicembre 2009, più di un anno fa, con la discussione generale sulla riforma. Dopodiché, con la rottura dei finiani, i falchi del Pdl e la Lega avevano avuto buon gioco nell’insabbiare il testo in Commissione affari costituzionali. Vi risparmio la mia illustrazione (riassume in un minuto il testo dell’interrogazione, che trovate qui) ma vi beccate la mia replica al governo:

ANDREA SARUBBI. Mi dichiaro insoddisfatto, signor presidente, per una serie di motivi. Comincio da quelli tecnici. Potrei portare in Aula i pacchi di incartamenti che ho ricevuto in questi due anni, ma le cito una storia su tutte, segnalatami da un cittadino di Udine: un signore curdo, con regolare permesso di soggiorno per asilo politico, ha presentato domanda l’8 aprile 2005 (tra poco la sua pratica festeggia 6 anni). Va sul sito e trova la seguente risposta: “l’Ufficio sta procedendo alla valutazione complessiva degli elementi informativi”. Manca qualcosa? Non si sa. Quanto tempo ci vorrà? Non si sa. Fino al 31  dicembre, un operatore gli avrebbe segnalato che, magari, mancava una fotocopia o che il suo cognome era stato trascritto male, e quindi serviva un ulteriore documento. Oggi no, oggi è un terno al lotto. Oltre tutto, con la procedura informatica si richiedono delle cose – la data in cui gli uffici hanno aperto la pratica, che non tutti conoscono, e delle abilità informatiche che non tutti possiedono – che rendono l’iter ancora più farraginoso. E sarà sempre peggio, perché le richieste di cittadinanza sono crescenti: dal 2002 in poi si sono quadruplicate e nel giro di cinque anni saranno dieci volte di più, anche se questo governo continuerà a giudicare l’appartenenza alla Nazione sulla base dell’analisi del sangue.

E qui veniamo al punto politico della questione, il secondo motivo per cui sono insoddisfatto. Con tutto il rispetto per il ministro Vito, mi aspettavo che a rispondere al Parlamento sulla cittadinanza venisse oggi il ministro dell’Interno, Maroni. Che invece si è tenuto ben lontano da piazza Montecitorio, come questo governo si sta tenendo ben lontano dall’affrontare un tema così cruciale. Che cosa vuol dire, a 150 anni dall’unità d’Italia, essere italiani? Che cosa raccontiamo a quei 78 mila bambini, figli di immigrati, che ogni anno nascono qui, a quei 950 mila minori che sono nati qui o arrivati qui da piccoli? 950 mila significa la terza città italiana, ma questa maggioranza fa finta di non vederla. Andate in giro a raccontarci la favola dell’immigrazione circolare, degli immigrati che vanno e vengono; vi illudete che, chiudendo gli occhi, i nuovi italiani scompaiano; date a noi tutti dei visionari solo perché, a differenza vostra, non siamo miopi. Sa qual è l’unica consolazione, signor presidente? Che nel frattempo l’Italia cambia lo stesso, per fortuna, senza chiedere il permesso alla politica.

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2 commenti to “Un terno al lotto”

  1. pinosp scrive:

    è triste, ma possiamo solo dire a te “bravo!” e anche “grazie”……

  2. magociclo scrive:

    Ho seguito l’intervento in streaming sul sito di RAI3. La prima cosa che mi ha colpito, e che tu hai subito evidenziato nella replica, è stata l’inadeguatezza istituzionale del rappresentante del governo: davanti all’Aula si sarebbe dovuto infatti presentare il ministro dell’interno e non un dimesso, annoiato e disinformato ministro per i rapporti con il Parlamento.
    La tua interrogazione mi è apparsa efficace perché forte sia sul piano della documentazione (numeri, dati, casi concreti) sia su quello della Politica con l’iniziale maiuscola.
    Stupendo il “coup de théâtre” (mo’ sai che tirata per la citazione in francese…) sul Paese che cambia senza chiedere permesso alla politica!

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