Ho una domanda da fare alle persone che, durante il congresso del Pd, sposavano la tesi di Bersani sulla libertà di coscienza, e non solo a loro. È una domanda seria, che faccio oggi solo perché, negli ultimi due giorni, ci ho pensato parecchio: avevo il desiderio di votare in maniera difforme dal gruppo, ma poi ho pensato che la cosa sarebbe stata strumentalizzata e – per non provocare ulteriori danni alla ditta – ho lasciato perdere. Oggi mi chiedo, e vi chiedo, se ho fatto bene o male. Io temo male.

Sotto congresso, vi ricorderete, si discuteva molto di testamento biologico: da un lato la linea di partito, dall’altro la libertà di coscienza del singolo parlamentare. Pierluigi Bersani, molto apprezzato dalla base, sosteneva che per tutti i voti in Parlamento “vale il vincolo di maggioranza, salvo deroghe che devono essere stabilite da un organo statutario”: siccome sei stato eletto in un partito – per di più, senza raccogliere una preferenza personale, ma solo grazie alle crocette messe su quel simbolo – devi seguire la linea decisa a maggioranza. A meno di specifiche eccezioni – che tra l’altro qualcuno contestava pure, tra gli stessi lettori di questo blog – su temi ben definiti. Fatta questa premessa, arriviamo al punto specifico. Martedì si votava il bilancio della Camera e sono stati presentati diversi ordini del giorno, a mio parere sacrosanti, dai radicali e dall’Idv: alcuni chiedevano di fare chiarezza sui bilanci delle nostre assicurazioni sanitarie, altri proponevano l’abolizione di alcune agevolazioni per gli ex deputati o ex presidenti della Camera, e così via. Il Pd ha deciso di votare contro, con la motivazione che si trattava di proposte demagogiche, ed io – pur non essendo d’accordo – a denti stretti mi sono adeguato. Ieri, dopo la richiesta di autorizzazione per le intercettazioni di Cosentino, abbiamo invece votato alcuni atti di insindacabilità; in almeno un paio di casi, ero d’accordo con l’Idv – che ha sempre detto sì alla sindacabilità, ossia alla possibilità che la magistratura faccia il proprio corso – ma ho votato con il mio gruppo, proprio per un senso di disciplina: visto che il bilancio della Camera e gli atti di sindacabilità non rientrano nelle questioni di coscienza, ho pensato, è giusto che mi adegui alla linea, anche se non la condivido fino in fondo. Due anni fa, quando forse ero un po’ più spensierato, non mi feci nessun problema a votare contro il trattato di amicizia con Gheddafi, e di quella scelta vado ancora fiero: credo anzi che, se potesse tornare indietro, lo stesso Pd sposerebbe oggi la mia posizione. Stavolta, invece, ho deciso di abbassare la testa: un po’ forse mi hanno condizionato anche le polemiche di questi giorni, dopo la mia firma sul documento dei 75, e il conseguente appello all’unità che parecchi elettori mi hanno rivolto. La domanda, allora, è serissima, e ve la rivolgo senza nessun intento polemico: l’unità del partito è il bene supremo? E se non è il bene supremo, secondo voi, qual è il confine al di là del quale la si può scalfire? Posto che nessuno di noi si alza la mattina e dice (o fa) la prima cosa che gli viene in mente, ma tutti – o quasi: io parlo per me, almeno – si rendono conto che una squadra ha le sue regole, dove finisce il totem dell’unità e dove inizia la libertà di dissenso? E che cosa avreste votato voi al posto mio?

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10 commenti to “La ditta”

  1. Marco Campione scrive:

    Io la vedo così.

    1) Sul voto. Il parlamentare è eletto senza vincolo di mandato perché lo dice la Costituzione e dunque nessun regolamento può limitare questo sacrosanto principio.
    Tu interpreti il tuo mandato pensando anche al bene della ditta e all’opportunità di votare in un modo o in un altro a seconda del contesto in cui ci si trova in quel momento. Hai fatto cosa ti diceva la tua coscienza e va bene così. Ovviamente l’elettore ha il diritto di valutare questi tuoi comportamenti.

    E qui viene il problema: io non posso decidere di non votarti più. O meglio, posso farlo solo decidendo di non votare più pd… Possibile, certo, ma un po’ estremo :-)

    Questo però diventa un argomento in più per cambiare la legge elettorale, non può diventare una giustificazione della limitazione del tuo mandato. Violare la costituzione in un suo punto fondamentale come atto di autodifesa da una legge porcata, mi sembrerebbe il più classico rimedio peggiore del male.

    2) Sul documento dei 75, ovviamente sei altrettanto libero di fare ciò che credi, ma secondo me sbagli a sovrapporre le due cose (voto in difformità e firma del documento). Il documento è un atto politico che attiene alla vita interna del partito e secondo me avete fatto un errore. Non perché rompe l’unità (la rompiamo tutti i giorni), ma perché non è rispettoso del risultato del congresso. E questo rende inutili i congressi. Altra cosa assai pericolosa per il futuro della democrazia.

  2. francesco scrive:

    Buon giorno Andrea!!

    personalmente avrei votato secondo coscienza e non secondo linea dettato di partito poichè credo fermamente che l’uomo
    dinnanzi ad alcuni punti ha un solo obbligo ed è la propia
    coscienza.
    La coscienzanon non è contrattabile da dicktat di
    partito ne di squadra.

  3. francesco scrive:

    credo che su quelle particolari votazioni un voto secondo coscienza sarebbe stato giusto anche se quelle questioni sarebbe giusto prima vederle col gruppo e far passare quella linea che è più da Partito Democratico, quello che vuole la gente.ù

    sul documento invece mi sento di dare ragione a Bersani, è stato secondo me sbagliato nei modi e nei tempi. proprio ora che il centrodestra offriva lo spettacolo della litigiosità che spesso ci era rimproverato, proprio ora che noi riuscivamo a dare un’idea di unità, proprio ora un documento con 75 firme che sembra voler rivendicare la leadership della corrente di minoranza spiattellato prima sui giornali e poi al segretario..
    di questa cose , lo dicevamo quando le facevano a Veltroni e lo ripetiamo adesso, è bene discuterle in direzione senza offrire il fianco per facili strumentalizzazioni anche se magari le motivazioni erano nobili.

  4. sofia scrive:

    Io penso, Andrea, che in linea di massima tu abbia fatto bene.
    Secondo me si discute prima o altrove, ma poi non ci si suddivide “secondo coscienza”… altrimenti la ditta fallisce (che già manca poco)

  5. marco scrive:

    il problema si pone perchè nelle nostre discussioni, si discute, se si perde ci si adegua, ma non si riconsidera internamente le ns. posizioni.

    se 100 dicono A, e 50 dicono B, partendo dal principio che n media tutti i cervelli sono uguali…io che ho detto B. un problema me lo devo porre.
    non dico risolvere, e io non sarei in grado, ma porre sì.

    succede anche ai partiti : il partito perdente, oltre a modificare la sua tattica, spesso, se è intelligente, rimette anche in discussione -almeno in parte-la sua visione…si chiede “cosa, della mia visione, è inaccettabile all’elettorato ? cosa manca ?”

    è vero che te hai il pieno diritto di restare della tua idea , nessuno può conculcartelo.
    come cittadino.
    ma come esponente politico, il cui compito primo è tendere ad una sintesi, ad un riassumersi delle volontà in una condotta che sia accettabile da molte persone, devi fare uno sforzo in più.

    se è vero in un parlamento, dove alla fine si fanno le leggi che vincolano il comportamento, e quindi il dissenso è più legittimo, basta che poi tutti rispettino la legge…è ancor più vero in un partito, nel quale l’unico oggetto dell’operare è la volontà, non la realtà fattuale.
    in un partito, secondo me, il dissenso -al di là di momenti definiti indicati come congressi-dovrebbe essere interiore…e anche su questo dissenso interiore uno dovrebbe lavorare, dicendosi…”molti trai miei simili, la pensano diversamente da me. può essere che abbia ragione, e i loro ragionamenti continuano a non convincermi. ma io non sono diverso da loro…quindi se loro sono 100, e io 10, statisticamente è più facile che abbiano ragione loro.”

    non so proprio che dirti … sono pensieri che stanno alla base di idee talmente vaste che solo pochi pensatori le affrontano senza sgomentarsi.

  6. Lorenzo M. scrive:

    Personalmente, ho letto il “documento dei 75” come il tentativo di discutere seriamente di un problema che non si vuole o si fa finta di non vedere, cercando allo stesso tempo di indicare una soluzione.

    Tra chi si barcamena nel quieto vivere, attento a non scontentare nessuno e lasciando in questo modo che la barca affondi, e chi di fronte ai problemi si pone con l’intenzione di parlarne e risolverli, il mio appoggio incondizionato va sicuramente a quest’ultimi.

    Per quanto riguarda i numeri, se 100 persone insistono nell’affermare che la terra e’ piatta, contro una minoranza di 10, non per questo buttero’ il mappamondo dalla finestra, perche’ i 100 hanno torto e i 10 ragione. E chi se ne frega della maggioranza.

  7. marco scrive:

    prova a identificare quei 10 con chi sostiene che la terra è piatta, e vedrai che cambia tutto.

    certo, identificare le proprie ragioni con l’ovvia ragione è facile…ma vale per tutti.

    per rimanere in metafora…Veltroni è finito di sotto con tutte e tre le caravelle, nel 2008.
    forse non è piatta, ma non era nemmeno tonda come diceva lui, altrimenti arrivava dall’altra parte, giusto ?
    ricordarsi anche dei propri, di fallimenti !

  8. Lorenzo M. scrive:

    @marco

    Lungi dal difendere la segreteria Veltroni:
    tra chi ha portato il Pd dal 33 al 27% e chi sta cercando di sbragarlo del tutto, personalmente opterei per un salvifico “tabula rasa”.

    In attesa dell’evento di cui sopra, il documento di Veltroni evidenzia un disagio di fronte ad un problema reale che non si sta affrontando. A meno che la totale assenza di una linea politica chiara e definita, senza ambiguita’, non sia un problema, cosi’ come il fatto che, sondaggi alla mano, i nostri elettori ci stanno allegramente sfanculando ( e molti lo hanno gia’ fatto alle scorse amministrative ), e che questa linea politica, o meglio la sua assenza, probabilmente riconsegnera’ il paese, chiavi in mano, al B. e alla sua corte dei miracoli.

  9. Lorenzo scrive:

    ma tra deputati, senatori, dirigenti di partito… vi parlate direttamente o lo fate solo a mezzo stampa?
    Cioè, da maschio adulto di sinistra elettore o potenziale elettore del piddì, la cosa che salta all’occhio è che gente che nella vita di professione deve prendere delle posizioni le uniche comunicazioni che sembrano avere luogo sono quelle sulla carta dei giornali.
    Perchè vista così sembra che ognuno debba togliersi un sassolino dalla scarpa, possibilmente quando l’immagine dell’unità del partito e la coesione del suo gruppo dirigente se n’è già andata a farsi friggere. Non avrei niente di cui scandalizzarmi a vedere deputati e senatori votare secondo la linea del partito, nè a vederli votare contro, senza polemica ma in privata coscienza. Il più delle volte ti chiedi se la linea del partito sia stata concordata con qualcuno o se sia solamente la pruderie del dirigente più in vista in quel momento.
    Forse se risolveste questo aspetto qui, voi lassù intendo, anche noi quaggiù avremmo un’idea diversa del partito e di chi lo governa.

  10. ch3m scrive:

    Sì, l’unità del partito è il bene supremo — senza un PD unito, forte, di sinistra, a vocazione maggioritaria, in Italia avremo sempre e solo la destra. Detto questo, con questa legge elettorale è difficile ragionare: il partito dovresti essere tu e tutti i tuoi colleghi, e non chi vi ha messo lì — in un sistema normale, “chi vi ha messo lì” sarebbero solo gli elettori, e a loro rispondereste. La distribuzione delle idee minoritarie rispecchierebbe di più quella presente tra gli elettori del PD, anzichè essere decisa da logiche interne alla dirigenza del partito. E questo significa che tu, rappresentando gli elettori del partito che ti hanno votato proprio in quanto Andrea Sarubbit, saresti assolutamente libero di votare in coscienza.
    Forse le primarie di circoscrizione proposte dalla De gregorio possono aiutare.

    In ogni caso, sui contenuti avresti avuto ragionissima di votare a favore, ma d’altra parte che proprio tu — listato fra gli scissionisti, e nella situazione elettorale sopra descritta — votassi contro la linea del partito sarebbe stato pessimo per l’unità del partito. Forse l’unica cosa che potevi fare era tentare di cambiare la linea del partito in parlamento, ma mi rendo conto che non è facile come dirlo.

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